Figli del Nilo
by Wilbur Smith
(*)(*)(*)(*)( )(1,741)

All Reviews

97 + 7 in other languages
Un libro.E' per sempre!Un libro.E' per sempre! wrote a review
00
(*)(*)(*)(*)(*)
Giogio53Giogio53 wrote a review
00
(*)(*)(*)( )( )
Wilbur e l'Egitto - 21 ago 16
Del ciclo egizio di Smith, questo è senz’altro il meglio riuscito, di poco sopra il primo, e di abbastanza sul secondo. Anche se, come ho già rilevato, mi sarei aspettato qualcosina in più. Come avrei pretesto qualcosa in più dai maghi dei titoli della Longanesi e della Tea, per evitare di trasformare questo libro intitolato “Lo Stregone” in un banale “Figli del Nilo”. Va bene il fiume, ma lo stregone ha un duplice impatto sulla storia: perché c’è quello buono, Taita, che tira le fila cercando di riportare l’Egitto in situazioni di pace e stabilità che da tempo mancano, e quello cattivo, Ishtar, alleato dei Faraoni usurpatori e forte del dio Mardock alle sue spalle. Pur essendoci pagine sulla lotta tra i due maghi, non è quello il motivo centrale, rimanendo “stregone” il solo appellativo di Taita. Fortunatamente, comunque, dopo la fuga nel mondo moderno per scoprire i misteri delle tombe scavate da Taita in Etiopia, torniamo nell’Egitto della XV dinastia, Egitto diviso nei due tronconi Alto e Basso, Egitto in gran parte occupato dagli Hyksos invasori. Per oltre 600 pagine assistiamo alla presa del poter dei cattivi, ed alla lunga e costante rivincita, con finale vittorioso, dei buoni. Naja, falso amico di Tamose padre di Nefer, ha sangue hyksos nelle vene, si accorda con il cugino Trok, un hyksos “puro”, uccide fraudolentemente il Faraone, e, vista la tenera età di Nefer, si fa nominare reggente. Per crearsi una coperta di salvataggio, sposa le due sorelle di Nefer, Heseret, arrivista come lui che lo asseconderà per tutto il libro, e Merykara, piccola e buona, che cercherà di riunirsi al fratello lontano. Sul versante Alto Egitto, Trok stermina la dinastia degli Apepe, lasciando in vita la sola Mintaka, di cui è follemente preso. Ma non riuscirà a farla sua. Taita, infatti, prima riesce a far fuggire Nefer dalle grinfie di Naja fingendo sia morto. Poi scappa nel deserto, dove scatenando un violento “khamsin” (il vento dei cinquanta giorni) fa perdere le tracce sue e di Nefer, e con lui si rifugia nel deserto a ricostruire, lentamente ma con costanza, una parvenza di opposizione a Naja e Trok. Riesce anche, con le sue arti trasformiste, a liberare Mintaka ed a portarla nel deserto, dove dovrebbe unirsi a Nefer. Costui non è ancora maggiorenne, ed allora, secondo la legge egizia, o aspetta o ingaggia una lotta quasi mortale, che si chiama “la Via Rossa”. Se sopravvive, potrà decidere il suo futuro. Assistiamo quindi per pagine e pagine a questa lotta. Immaginate già come finisce. A questo punto, prima affronta e stermina gli hyksos dell’Alto Egitto, uccidendo Trok. Poi, con più fatica e con una perdita pesante (non vi dico quale) affronta ed uccide anche Naja ed i traditori del Basso Egitto. Nefer, alla fine, aiutato da Taita, senza il quale, probabilmente, non ce l’avrebbe fatta, riunisce per la prima volta le due corone egiziane. Credo che, anche se con qualche sballo temporale, siamo verso l’inizio del Nuovo Regno, quello che in pochi anni (per la storia, ovviamente, che sulla carta saranno circa duecento) porterà al regno di Tutankhamon, nome che ovviamente voi tutti conoscete. Solo alcuni appunti finali. Taita, eroe in prima persona del primo libro, e forte comprimario in questo terzo (anche se poi nel secondo, si parla solo di lui e non dei faraoni da lui serviti) rischia di avere qualcosa come ottanta anni alla fine del libro. E salta, corre, e lotta come un grillo. Certo, sarà un mago, come si ostinano a sostenere le quarte di copertina, ma caro Smith, vogliamo rendere anche un po’ di verosimiglianza storica alle vicende? Vero che siamo in Egitto, e che l’Egitto, come tutti i luoghi africani, ha una forte componente magico-simbolico. Però preferisco quando, pur utilizzando le strutture dell’epoca, i romanzi si attengono ad una struttura più solida e meno favolistica (ripeto, vediamo i magistrali libri di Christian Jacq su Ramsete). I conoscitori di Smith, infine, mi dicono che qui lo scrittore rhodesiano (che ora ha mutato il nome in Zambia, ma che Smith sembra ritrovare solo come ex-colonia, uno dei motivi che mi lasciavano un po’ freddo nei suoi confronti) ritorna alle sue classiche scene di sesso. Ne abbiamo ben quattro, descritte abilmente, e che portano nelle quattro direzioni opposte. Ci sono Naja e Heseret, i due cattivi, sesso ardente, ma poi vanno in bolla di sapone. Ci sono Trok e Mintaka, con tentativo di stupro non riuscito. Ci sono Meren e Merykara, che non consumano, benché d’amore vero, e avrete letto le conseguenze. Ci sono infine Nefer e Mintaka, i due buoni, con una scena di grande passione e di grande avvenire (almeno per questo romanzo). Tuttavia, complessivamente parlando, ribadisco che mi è sembrato, ad ora, il migliore dei romanzi egizi del nostro. Ma la sua presa su un lettore come me, è, ripeto, inferiore e di molto ai libri della “Cussler factory”.
SandroQSandroQ wrote a review
00
(*)(*)(*)(*)(*)