Gente di Dublino
by James Joyce
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La paralisi del mondo joyciano sta in questo: che i protagonisti delle sue storie non conoscono nessuna libertà, non hanno – letteralmente – "libertà di parola", perché non sanno pronunciare parole libere, e continuano a usare parole altrui, pensieri altrui, a bere whisky e gin altrui, a guardare un

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AK-47AK-47 wrote a review
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Spoiler Alert
Summa e superamento del racconto naturalistico

Questa raccolta di quindici racconti, pubblicata da Joyce nel 1914, è uno di quei classicissimi che, somministrati a piccole dosi negli anni di scuola senza essere quasi mai compresi, si rischia poi di non leggere mai per intero. E sarebbe un vero peccato, dato che qui ho trovato alcuni dei racconti più memorabili mai letti. Sono storie di gente comune, per lo più proletari o piccoli borghesi, dall'esistenza grigia, in una città, la Dublino d'inizio Novecento, piuttosto bigotta e provinciale. Su tutti questi squarci di vite comuni aleggia una cappa di dignitosa disperazione, o di fatalismo: rassegnato: si potrebbe forse parlare dei "vinti d'Irlanda"; nel contesto della produzione dell'autore, quest'opera giovanile è considerata come il commiato, memorabile, di Joyce, da una scrittura ancora tradizionale nelle forme, nello stile, prima di imboccare decisamente la via della sperimentazione. Tra i testi che più mi hanno colpito, ne cito almeno tre: "Eveline", commovente storia di una donna dalla vita difficile, senza affetti, che, trovato finalmente un uomo che la degna del suo amore e le promette una nuova vita in Sudamerica, all'ultimo non ha il coraggio di imbarcarsi con lui e resta in città, e "Rivalsa", storia di un uomo meschino, frustrato per le umiliazioni subite al lavoro e con gli amici e conoscenti, che sfoga le sue frustrazioni picchiando i figli. Notevole anche "Pensione di famiglia" in cui un uomo chiuso e solitario, rimane vittima dei suoi stessi rigidi principi morali, quando, legatosi d'amicizia a una donna sposata, ma in realtà sola nell'animo, e con la quale ha un'affinità elettiva, le nega l'affetto, ricacciando se stesso nella solitudine senza sbocco e spingendo la donna in una disperazione senza via d'uscita. Una lettura con personaggi e storie che, credo, mi rimarranno in testa a lungo. Quattro stelle e mezzo.

GiangiacomoGiangiacomo wrote a review
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Carlo(tta)Carlo(tta) wrote a review
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Complesso, moderno
Finalmente mi sono sentita pronta ad affrontare “Gente di Dublino” (Dubliners) e tutta la sua incredibile e affascinante stratificazione.

Una stratificazione che tra l’altro non è solamente stilistica, ma anche socio-politica. Il testo infatti è intriso di dettagli che parlano al lettore della complicata quanto viva situazione politica dell’Irlanda, paese che ha vissuto centinaia di conflitti, sia civili sia coloniali. Non è facile destreggiarsi in questa giungla politica, in quanto vi sono personaggi storici nominati esplicitamente come Charles Parnell, o cenni storici alle guerre guglielmite, ma quale lettore contemporaneo sa cogliere immediatamente il significato di una foglia d’edera portata al petto di un personaggio o di una cravatta arancione sfoggiata da un altro?

E così, tra una pagina e l’altra si viene risucchiati in un mondo fatto di Cattolici e Protestanti, irlandesi e bretoni, poveri e ricchi, e molti altri dualismi.
E in questo mondo si muovono dei personaggi che non sono veri e propri personaggi, bensì ritratti semoventi e temporaneamente vivi di persone vere; Joyce infatti sembra aver fotografato degli attimi qualunque nella vita dei dublinesi con l’intenzione di congelarli per sempre, solo per poi ridare loro vita attraverso le descrizioni e i dialoghi del suo libro. Ogni racconto sembra una diapositiva in cui il tempo viene fermato (soprattutto i più brevi); l’autore ne approfitta per fermarsi (fermarci) a osservare ogni singolo dettaglio e mostrare cosa esso significa, cosa ci dice di quell’epoca. I vestiti umili o ricchi, la camminata spavalda o remissiva, il tipo di cibo che viene servito a una tavola, i contenuti di un cassetto, la cenere quasi spenta in un camino.

C’è tanto da osservare, c’è tanto da decifrare. C’è l’amore per il proprio paese di alcuni, ma anche il disprezzo di altri, espresso nella fiducia salvifica con cui viene vista l’Inghilterra o con quale fascinazione si guarda al Vecchio Continente o all’Oriente; c’è la presenza costante della morte, che sia per vecchiaia, per omicidio o per malattia, con tutti i fantasmi e i vuoti che essa porta con sé.

C’è anche uno stile rivoluzionario. Se si tiene conto dei tropi e degli stilemi che venivano adottati fino alla fine dell’800, il distacco di questa raccolta che Joyce assemblò è incredibile (il libro fu pubblicato nel 1914, ma gli ci volle una decina d’anni per riuscire a trovare un editore). Il suo stile è “piano” e misurato, tuttavia utilizza anche frasi vernacolari e modi di dire tipici irlandesi; i suoi personaggi parlano usando tutta l’enfasi e le pause del linguaggio orale; i dialoghi sono frammentari e puntano al realismo; gli argomenti di cui discutono sono comuni, banali, a volte scurrili; la voce narrante è capace di cambiare focalizzazione e registri a seconda dell’occasione. In pratica, è ben diverso dalla struttura del tipico romanzo ottocentesco. Mi sembra superfluo parlare di tutto questo, perché di sicuro da tanti è stato già detto (e anche in modo più dettagliato del mio) ma l’abilità di Joyce di descrivere la vita e la realtà che gli è contemporanea è rara, è unica.

Va da sé che ho letto questo libro con molto piacere, lo avrete intuito. Non è stata una lettura semplice e la mia infarinatura generale sui fatti storici e politici dell’Irlanda di quegli anni mi ha reso la lettura decisamente più piacevole, potendo cogliere aspetti e sfumature che magari potrebbero passare inosservati a chi non conosce nel dettaglio la situazione politica dell’Irlanda dei secoli scorsi.
Inoltre la staticità di questi racconti lascia molto spiazzati, soprattutto all’inizio. I primi racconti sono molto brevi e di fatto “non accade nulla”; non c’è una vera trama, solo situazioni che ti si palesano sulla pagina. Fotografie, come ho detto.
Man mano che ci si prende la mano però la lettura prende sempre di più, fino ad arrivare al culmine rappresentato dal racconto “I morti”, che è di rara bellezza, per vari aspetti. In particolare, è stato piacevolissimo leggere quest’ultimo racconto proprio il 6 gennaio, quando la serata raccontata è proprio quella dell’Epifania. Con la neve fuori, poi... sono quelle coincidenze che si trasformano in piccoli piaceri, che ti fanno immergere ancora di più nell’atmosfera. Fantastico.

Dunque, che dire di più?
Una lettura impegnativa ma che ho amato molto. Sono contenta di aver finalmente letto questo libro e “scoperto” Joyce. Bellissimo.
Liberty RoseLiberty Rose wrote a review
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Spoiler Alert
Racconti di vita e fallimenti
Oggi vi voglio parlare di una raccolta di racconti che ho particolarmente amato, GENTE DI DUBLINO, che Joyce pubblicò con lo pseudonimo di Stephen Daedalus nel 1914, offrendo un ritratto impietoso della debolezza e del fallimento della società irlandese, presentata in 15 racconti di abitanti di Dublino, che rivela, nella sua essenza più profonda, la debolezza morale e sociale nei confronti della politica, della religione. Tutti i suoi abitanti, in qualche modo, sono dei perdenti, dove i loro sogni sono falliti miseramente e ognuno di loro è come affetto da una paralisi da cui non riescono a liberarsi e l'autore li descrive, senza condanna o giudizio morale, mostrandoceli nella loro natura, con una scrittura decisamente moderna, dove abbandona il narratore onnisciente, per offrirci un ventaglio di punti di vista come sono i suoi personaggi, utilizzando anche il discorso diretto anche per i loro pensieri, dando al lettore una strada privilegiata che lo porterà a entrare profondamente nell'animo di ciascuno di loro.
Tra i racconti più significativi, che mi hanno colpito, ricordo ovviamente l'ultimo, I MORTI, che racconta un momento di vita famigliare e di consapevolezza di Gabriel Conroy, insegnante e scrittore, che dopo una festa a cui ha partecipato con la moglie, che lui vedeva in un certo modo, riceve dalla donna una confessione sul suo passato che lo sconvolgerà profondamente, facendogli prendere atto che la sua vita è stata in qualche modo priva di significato e di forza. Ed è anche l'unico racconto in cui il protagonista Gabriel finisce in qualche modo per raggiungere la coscienza del proprio fallimento, che potrebbe in qualche modo preludere a un possibile cambiamento. La scena finale è di quelle che si ricordano profondamente nella storia della letteratura, con un profondo vedi di tristezza e di consapevolezza.
Una raccolta di racconti che non si dimentica e che ha un gusto assolutamente moderno e consapevole.
BatvaliBatvali wrote a review
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