Gente in Aspromonte
by Corrado Alvaro
(*)(*)(*)(*)( )(347)

All Reviews

30 + 2 in other languages
Librofilia.itLibrofilia.it wrote a review
00
(*)(*)(*)(*)(*)
OMEROOMERO wrote a review
33
(*)(*)(*)(*)( )
Corrado Alvaro, scrittore dalla grande capacita' di trasmettere "la sua terra", in tutte le sue sfumature, atmosfera, sentimenti, persone, storie.

Un racconto lungo e dodici corti, scritti nel 1930.
Scrittura di nerbo, per descrivere vicende di quella terra, aspra, severa, antica nelle sue tradizioni, chiusa, ma nello stesso tempo ricca di umanita' e bellezza.

Letto sul posto per assaporarne meglio lo spirito.

Ottimo riassunto:
it.wikipedia.org/wiki/Gente_in_Aspromonte

Descrizione da Garzanti:

«Quello di Gente in Aspromonte è un mondo arcaico... un mondo chiuso, primitivo, elementare, dove i rapporti sociali erano duri, anzi spietati e le ingiustizie profonde. Ma esso possedeva anche i suoi valori, una sua bellezza, le sue segrete dolcezze... Perciò se su di esso non c'è da piangere, dice Alvaro, bisogna tuttavia custodirne generosamente la memoria. Ed è perciò, anche, che quello descritto in Gente in Aspromonte è un mondo severamente giudicato, ma in pari tempo amorosamente rivissuto, in un perpetuo ondeggiamento dei sentimenti, in un continuo oscillare tra il moralismo e il lirismo e in un altrettanto continuo contrastare tra l'uomo moderno e l'antico che convivevano in Alvaro».
dall'introduzione di Mario Pomilio


it.wikipedia.org/wiki/Corrado_Alvaro

italica.rai.it/argomenti/grandi_narratori_900/alvaro.htm

it.wikipedia.org/wiki/Monumento_a_Corrado_Alvaro
alicealice wrote a review
78
(*)(*)(*)(*)( )
"Ora la notte gli pareva una strana stagione d'un sole senza più forza"
E' un presepe di figurette meccaniche, questa raccolta di (13) racconti di Alvaro.
Nel corso delle prime pagine il lettore si accontenta di guardarle ed è come se le scrutasse dall'alto poiché non può fare a meno di sentirle estranee e lontane (esse, in fondo, appartengono ad un'epoca oramai tramontata e forse ad un'altra terra).
Hanno corpi rigidi e facce inespressive, questi piccoli personaggi (contadini, pastori, zingari, prostitute, ragazzini muti), queste sagome immobili piantate sul cuore arido di una terra nera ed ingenerosa (una Calabria dipinta con un realismo a tratti sin troppo lirico) della quale sono prigionieri e che li costringe a ripetere in eterno i medesimi gesti (come quelli che rivelano, crudelmente, la predilezione per un figlio piuttosto che per un altro, o quelli che rinnovano, consolidandolo, uno spietato ordine sociale).
Poi il brillio di una lacrima (e sono lacrime che scappano dalle dita come perle di una collana rotta) scoperto per caso su una di quelle faccette dipinte inizia a fargliele sentire più vive e vicine.
La penna delicata di Alvaro fa il resto, perfezionando il sortilegio: saltando da un personaggio all'altro l'autore solletica quelle pelli dure e le accende di colore, accarezza quegli occhi dallo sguardo fisso e li scioglie in guizzi mobili, impiantando nelle iridi una luce bianca come le nuvole che non proiettano alcuna ombra, come i fiori del cotone.
E' l'inizio di un incanto brevissimo e quasi irreale sotto l'influsso del quale la terra sboccia, fertilizzata dalla cenere e delle diverse malinconie dell'uomo che, costretto ad andarsene lontano, teneramente la rimpiange (potere mitizzante del ricordo), e del bambino che, oramai cresciuto, si rammarica d'aver abbandonato là la pelle morta della propria infanzia (segnata dalle labbra della prima fanciulla che ha baciato).
La desolazione, l'abbandono, la solitudine (alla quale tutti sono irrimediabilmente condannati), persino la morte, non riescono a uccidere mai del tutto la scintilla della vita (che è tenacissima, nella propria cieca disperazione); essa va avanti, cattura i sogni e li trasforma in modesti miracoli, consegnando nelle mani callose di questi uomini e di queste donne preziosi momenti di bellezza e di verità (quasi si trattasse di una pagina di un libro, della riga di una fiaba, delle figure sorridenti di una pubblicità).

"Mary of the wild moor" - Johnny Cash
youtube.com/watch?v=VI6H_ysvjgs
GionaGiona wrote a review
24
(*)(*)(*)(*)(*)
Alvaro, la sua scrittura tra le più lucide e intense del 900.
Rileggere una delle opere più famose di Corrado Alvaro è sempre una scoperta. “Gente in Aspromonte” non è un viaggio nelle proprie nostalgie, ma una enucleazione fortemente lirica di una dimensione antica di una certa parte della Calabria, che in qualche modo ne rappresenta la regione. Alvaro ci narra di questa gente, in qualche modo erede del mondo classico, complice un atavico isolamento, e ne descrive la lussureggiante bellezza ma anche l'arretratezza, i soprusi, il disagio del vivere. In “Gente in Aspromonte” parlano perfino i silenzi, e la bellezza della natura, degli odori e delle antiche mura si insinua prepotentemente nei silenzi che suggerisce. Alvaro non è un fatalista e il suo meridionalismo è distante da un certo grottesco gusto per l'ineluttabilità del destino. Il futuro è solo ciò che è: un libro da scrivere, una scommessa, qualcosa da edificare. Il passato come il futuro sono e non saranno altro che luoghi della memoria, che porteranno con se inevitabilmente molte conseguenze. Alvaro no giudica il passato migliore del presente o comunque in modo migliore del futuro, ma invece il passato è il luogo della memoria e il luogo dove alberga non la nostalgia ma una sorta di “patria dell'anima”, che costituisce una delle premesse per un futuro sostenibile, forte, radicato. Non c'è nessun destino di emigrazione nei calabresi e nei meridionali in genere inteso come volere soprannaturale sulle esistenze. Non c'è nessun pregiudizio sulla modernità, anche questa descritta nelle sue contraddizioni. Alvaro ha scritto moltissimi libri di grandissimo pregio, e la sua influenza è evidente in opere di George Orwell e Gabriel Garcia Marquez. “Gente in Aspromonte” è un capolavoro indiscusso della letteratura mondiale.