Germinal
by Émile Zola
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Maurizio GMaurizio G wrote a review
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Il romanzo politico di Zola

Un libro straordinario, tragicamente educativo, fra i più intensi di Zola e, con un occhio al Novecento, tra le pietre angolari di tutta la narrativa ottocentesca per l’analisi profonda, non solo dei caratteri ma anche delle classi sociali. Uno di quei libri che nell’arco di una vita non si può non leggere almeno una volta.

Scritto nel 1885, tredicesimo romanzo del ciclo dei Rougon-Macquart, Germinal è certo il più “politico” per la sua aspra denuncia dello sfruttamento del lavoro salariato nel Secondo Impero, agli occhi della critica uno dei meno controversi di Zola (basti pensare all’accoglienza ricevuta da Thérèse Raquin, etichettato come «letteratura putrida» e che Oscar Wilde, poi divenuto amico di Zola, definirà «capolavoro dell’orrido»). Dopo la sua adesione al Positivismo e al Naturalismo con l’avvicinamento all’estetica dei fratelli Goncourt, di cui aveva recensito entusiasticamente il romanzo Germinie Lacerteux, iniziò la traduzione pratica nella scrittura della sua poetica di narratore: fedele adesione alla realtà, descrizione dei suoi aspetti più crudi, con distacco, astenendosi dall’ingerirsi con qualsivoglia commento. Il testo è un confronto diretto tra personaggi, psicologicamente scavati in profondità e descritti senza mitigarne il lessico, e il lettore. Per tutta la vita, Zola avrà ammiratori e detrattori sia tra i lettori che tra letterati di fama.

La storia riparte da Étienne Lantier, figlio della Gervaise protagonista infelice de L’assommoir, pubblicato otto anni prima. Sbandato, in cerca di lavoro dopo una lite nella ferrovia in cui era macchinista, si imbatte in una zona di minatori. Il lettore scenderà con lui nell’orrido di un pozzo carbonifero, questo inferno dantesco popolato da poveri diavoli — diavoli vittime — che lavorano come schiavi e hanno come sola colpa quella di una nascita nei bassi ceti che precluderà loro per sempre la scalata sociale. Nelle condizioni di vita subumane dei minatori di Montsou e dei pozzi carboniferi limitrofi, lo psicologo Zola non coglie solo un potentissimo argomento narrativo, ma un’occasione per far risuonare — lui che pur essendo un democratico restò sospettoso nei confronti del socialismo, la cui promessa messianica considerava uno sbocco utopico — il suo anelito di giustizia, che tredici anni più tardi lo avrebbe spinto a prendere le parti di Alfred Dreyfus, capitano ebreo vittima di un complotto ingiusto, accusato di spionaggio e degradato in una atmosfera di connivenze e di antisemitismo che allora dominava l’esercito e la politica francesi.

Zola si documentò a fondo (nella miniera di Anzin, allora la più grande in Francia) perché la sua conoscenza tecnica del funzionamento di una miniera di carbone è spinta alla massima accuratezza. Anche la descrizione della sorte disgraziata delle famiglie sottoposte a quel supplizio non è così distaccata come in altri volumi: traspare piuttosto una simpatia umana, un rispetto profondo per quella gente semplice che tuttavia, pur vedendosi oltraggiata e privata di tutto in una vita che la riduce alla stregua di animali, mantiene la propria dignità e osa fronteggiare la proprietà — il Capitale, questa divinità sconosciuta che risiede in chissà quale tabernacolo a Parigi o all’estero, visione modernissima che si sposa con la situazione attuale dominata dalle società offshore e dalle criptovalute. Appare così un primo embrione, bellicoso e senza speranza di mediazione, di quelle relazioni industriali che vedranno il loro pieno sviluppo soltanto nel secolo successivo. Ritroveremo queste ingiustizie, questa dignità popolare nella povertà, oltre mezzo secolo dopo in Furore di John Steinbeck, con la descrizione dell’esodo verso la California, in cerca di lavoro e di una nuova vita, da parte dei contadini del Midwest sfrattati da terre che coltivavano da generazioni. Emblematico sull’invisibilità e ubiquità di questo Padrone, è ciò che Maheu, il più fidato e disciplinato dei minatori, dice al Direttore quando una delegazione di scioperanti gli si presenta. «È proprio un peccato, signor direttore, che non possiamo difendere la nostra causa di persona. Potremmo spiegare un mucchio di cose e trovare delle ragioni che a voi evidentemente sfuggono … se solo potessimo sapere dove rivolgerci.»

Quel primo embrione di scontro di classe, quasi impensabile ma ormai maturo per l’epoca, sorprende tanto chi si ribella quanto chi si vede attaccato nei propri privilegi centenari. La rottura dell’argine sociale che aveva retto finora nasce dalla disperazione, dalla certezza che tanto vale morire di fame scioperando piuttosto che morire per una frana sottoterra o di stenti perché il lavoro uccide anche quando la sera si riesce a tornare a casa, con i polmoni pieni di polvere sottile e di grisou, e non si ha abbastanza denaro per sfamarsi ma solo per sopravvivere finché, alle quattro del mattino successivo, non ci si calerà di nuovo a cinquecento metri di profondità per guadagnare trenta miseri soldi di giornata.

In Étienne Lantier Zola disegna un prototipo di quei capipopolo di fine Ottocento, di origini modeste e, che attraverso le letture di Marx, Proudhon, Bakunin, Darwin, iniziano a prendere coscienza dell’ingiustizia sociale ed economica cui è soggiogata la loro classe. L’autore respira l’atmosfera del suo secolo e intuisce, quasi con preveggenza, il destino della lotta tra le classi appena iniziata, perché solo la rivoluzione industriale ha potuto, spopolando le campagne per creare un esercito di salariati sottopagati e alla mercé dei proprietari, crearne le condizioni.

Zola prepara, nel corso dei capitoli, l’esito drammatico che segna la fine del libro. La rivolta dei diseredati e degli affamati, cieca, violenta, crudele, infine scoppia e travolge tutto, distrugge tutto. La morte di Maigrat, l’avido bottegaio che si faceva pagare i debiti con la carne fresca delle figlie dei minatori, è il momento culminante di questo orrore: per la paura e il desiderio di difendere la propria “roba”, egli cade dal tetto e si fracassa il cranio. Sono le donne affamate, le donne umiliate a farlo a pezzi, a infierire sul suo cadavere (scena che ricorda ciò che accadrà sessant’anni dopo a Piazzale Loreto). Gli stessi capi, Étienne tra tutti, sono sconvolti dalla furia abominevole che hanno involontariamente scatenato. È la folla spogliata, ridotta alla fame, come quella dell’assalto al forno delle Grucce di manzoniana memoria. La folla che ha una sua vita, una sua psicologia che, quando entra in risonanza, è più contagiosa di tutto e non la si può più arrestare, se non opponendo violenza a violenza. Ai mattoni lanciati dai minatori in rivolta e dalle loro donne, risponde il fuoco dei fucili. Una carneficina.

Il sangue versato non servirà che a creare lutti. Étienne si vedrà bandito dagli stessi che lo avevano acclamato come capo, capro espiatorio delle loro disgrazie. Il suo amore inconfessato per Cathérine Maheu lo spinge a piegarsi — a scendere con lei nella miniera riaperta, a contraddire tutto ciò per cui aveva lottato. Ma un altro dramma, l’ultimo, lo attende. Imprigionati per undici giorni nella frana, i due potranno finalmente rivelare il loro reciproco amore e fare l’ultimo sogno, compiere l’ultimo volo verso una realtà felice che non è loro destinata. Soltanto lui sopravvive e, dopo essere stato recuperato dai soccorritori e curato, decide di lasciare per sempre un luogo della di sciagura ma anche di apprendistato politico.

Lo attende una nuova primavera a Parigi, dove è deciso a combattere per i diritti della classe dei lavoratori — la sua classe. Un finale profetico spiega il titolo del romanzo: «I raggi infuocati del sole, in quel mattino di giovinezza… era di questo rumore che la campagna era gravida. Degli uomini spuntavano, un esercito nero, vendicatore, che germinava lentamente nei solchi e cresceva per i raccolti del secolo futuro, e presto la sua germinazione avrebbe fatto esplodere la terra.»

Lettura non consigliata: obbligatoria.

#theansweris42#theansweris42 wrote a review
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Spoiler Alert

Come parlare di questo romanzo se non dicendo che si tratta di un vero capolavoro? Le descrizioni della sofferenza, del bisogno di rivalsa, del dolore atroce, della fame, della vita in miniera, sono così vivide, così reali da fare breccia nel cuore del lettore. Un impatto così forte credo di averlo avuto solo con Steinbeck e il suo "Furore". Zola descrive, in questo suo lavoro appartenente al ciclo dei Rougon Macquart, la vita dei minatori francesi alla fine del 1800. Sfruttati, vessati dalla "Compagnia", quest'entità astratta di cui non si conoscono i vertici tanto sono lontani ed estranei a quel popolo di talpe che scende ogni giorno nelle viscere della terra, rischiando la vita per possibili crolli, incendi, allagamenti, e il tutto per una paga da fame. È un periodo di grandi stravolgimenti storici, i venti del Socialismo e del Marxismo in particolare, arrivano anche lì, dove gli operai prendono coscienza della propria condizione e del proprio potere, decidendo di farsi valere e di rivendicare i propri diritti.

È così che comincia lo sciopero, non le 8 ore che facciamo noi, quando le facciamo, assicurando i servizi minimi essenziali, no. Questo è lo Sciopero con la S maiuscola, lo sciopero dei disperati, di quelli che non hanno più nulla da perdere se non l'orgoglio. È uno sciopero ad oltranza nel vero senso della parola, mesi di braccia incrociate, di lotte furiose, perché questa gente ci crede davvero,perché è stanca di subire, perché vuole un futuro migliore per i propri figli e perché vede nella ribellione l'unica strada possibile, anche a costo della vita.

Le scene descritte sono strazianti, veri e propri pugni nello stomaco, e il finale, seppure aperto, lascia l'amaro in bocca, anche se il "germe" della rinascita è stato seminato e aspetta il momento giusto per "germinare".

ValdemaroValdemaro wrote a review
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BaldassarroBaldassarro wrote a review
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Giannino Giannino wrote a review
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ikkokuikkoku wrote a review
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Nelle tenebre
“Spuntavano degli uomini, un esercito nero, vendicatore, che germogliava lentamente tra le zolle, crescendo per il raccolto del secolo futuro, e la cui germinazione avrebbe fatto presto scoppiare la terra..

Inizio dal termine del libro questo commento a Germinal di Emile Zola. Una conclusione che è perfetto ricongiungimento con il furore di Steinbeck riletto poche settimane fa.

Questo perché Zola, come e prima di Steinbeck, mette in scena ed analizza minuziosamente la situazione di un popolo nero... nero come il carbone che ricopre le loro esistenze e che, se da un lato li fa sopravvivere, dall’altro li trascina in un mortale abbruttimento.

La cupezza delle esistenze, sommata a quella del dedalo di gallerie sotterranee, rende opprimenti le pagine di Zola e fa sentire forte la necessità di un soffio d’aria fresca, spazi aperti e del calore della luce solare. Una cupezza dominata dalla miniera che, come la macchina dalla bocca spalancata di Metropolis, appare un insonne mostro dall’insaziabile appetito di umane esistenze.

Poi le vite... strazianti, affamate, violente e violentate, animali, trascinate da differenti correnti e pronte ad infiammarsi, a perdere ogni controllo e ad avventurarsi su sentieri tortuosi e dai quali non è più possibile fare ritorno. Oltre alle esistenze dei minatori, lo scontro ideologico e di classe, la battaglia per la sopravvivenza, lo sciopero ed un furore che, alimentato da idee rivoluzionarie ma, ancora di più, dalla fame, si trasforma in tumulto, in feroce lotta per la sopravvivenza.

Un libro meravigliosamente denso, asfissiante, nero e doloroso. Mette addosso la fatica e la disperazione di queste esistenze costrette a vivere in un buio che, oltre a popolare le cavità più recondite del “mostro”, le abbandona nemmeno in quella superficie che dovrebbe essere loro momento di ristoro.
Sally68Sally68 wrote a review
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