Gita al Faro
by Virginia Woolf
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Gita al faro

Considerato unanimemente il capolavoro di Virginia Woolf e uno dei più importanti romanzi del Novecento europeo, To the Lighthouse resta la realizzazione magistrale e mai più superata - per qualità artistica, per profondità di indagine, per limpidezza stilistica - della tecnica narrativa del "flusso di coscienza". "Quasi tutto ciò che è detto", ha constatato a proposito del romanzo il grande critico Erich Auerbach, "è il riflesso nella coscienza dei personaggi": innanzi tutto della signora Ramsay, che è l'autentica protagonista del libro; e poi del marito, degli otto figli, della pittrice Lily Briscoe, del botanico William Bankes, e degli altri amici che in una giornata estiva affollano la casa di villeggiatura dei Ramsay, nelle isole Ebridi.
In quella giornata si progetta una gita in barca a un vicino faro, resa poi impossibile dal maltempo. E in una giornata analoga, ma dieci anni dopo, quella gita finalmente si farà, in una situazione radicalmente mutata: la signora Ramsay è morta, così come due degli otto figli, e la prima guerra mondiale ha devastato il mondo e le speranze di ognuno. Ma mentre Ramsay finalmente approda al faro, Lily finisce il ritratto della moglie iniziato dieci anni prima, come a rimarcare che il tempo interiore, scandito dall'attesa e dal ricordo, nulla ha a che fare col tempo reale e con i lutti, le assenze, le rovine che esso provoca. Dieci anni come un giorno, nella dilatazione o concentrazione straordinaria che la coscienza individuale impone al tempo, alle percezioni, agli affetti: e il miracolo di una scrittura che proprio di quel tempo instabile e cangiante, di quella lucidissima e lancinante sospensione, sa farsi espressione consustanziale, specillo implacabile dell'anima, e dei suoi spazi inesplorati

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Jessica Jessica wrote a review
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Μαʀιαƞƞα
Μαʀιαƞƞα wrote a review
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UN FASCIO DI LUCE TRA LE TENEBRE DEL TEMPO
Se un libro è considerato un capolavoro, un motivo ci sarà. I libri belli non sono quelli che piacciono per forza a tutti, ma sono quei libri talvolta difficili che ti lasciano addosso qualcosa che sa di eterno.
“Al faro” non è per tutti, il lettore va avvisato. Il focus del libro non è assolutamente una piacevole ed agognata gita fuori porta che profuma di mare e risuona dei versi dei gabbiani. Se cercate questo nel libro, chiudetelo. Chiudetelo, assolutamente, perché siete a quanto di più lontano dall’opera della scrittrice.
Non è un libro di trama, è invece un libro di stile. Uno stile equilibrato, dove il virtuosismo non è troppo ardito e, quindi, accettabile.
Ho riscontrato una sola difficoltà. I flussi di coscienza sono multipli, ora entriamo nei pensieri di un personaggio, ora nei pensieri di un altro e questi voli pindarici, che talvolta si accavallano, richiedono concentrazione altrimenti si rischia di non seguire la scrittura. Io ho riletto le prime trenta pagine almeno due volte, poi sono riuscita ad armonizzarmi con lo stile e da allora è stata solo una piacevolissima scoperta.
Avevo già letto La signora Dalloway, ed apprezzato con immenso piacere lo stile della scrittrice. Ho trovato originale e particolare il romanzo “Orlando”, ma “Al faro” mi rende concorde con coloro che lo ritengono il capolavoro della Woolf.
Per apprezzare pienamente quest’opera secondo me, sarebbe interessante leggere il diario della scrittrice, perché è lì che lei spiega la concezione di To the lighthouse, tradotto ultimamente con il titolo “Al faro”, titolo più vicino all’idea del testo.
Non è la gita al faro il cuore della narrazione, ma la tensione verso un qualcosa incarnato da un faro, che potrebbe significare la verità, il senso del tempo, la realizzazione delle aspirazioni personali disattese.
Il faro potrebbe essere il ricordo della madre di Virginia Woolf, qui rappresentata dalla signora Ramsay.
Nel diario Virginia Woolf scrive:
“the presence of my mother obsessed me. I could hear her voice, see her, imagine what she would do or say as I went about my day’s doings. She was one of the invisible presences who after all play so important a part in every life […], It is perfectly true that she obsessed me, in spite of the fact that she died when I was thirteen, until I was forty-four”
Un giorno, la scrittrice, illuminata da una specie di correlativo-oggettivo, pensa a sua madre e immediatamente immagina un faro. Scrive velocemente il libro, libera un fiume in piena. La scrittura diventa la terapia per elaborare il lutto dopo tanti anni.
Ma “Al faro” è un concentrato di materia letteraria: non solo la figura centrale della madre che tiene unita la numerosa famiglia, ma anche il tema dello scorrere del tempo, della precarietà delle nostre vite, delle tensioni umane, dell’amore, delle ipocrisie, del non detto che rode le viscere, dei pensieri che scorrono più vivi e veri del meccanicismo delle azioni quotidiane. È un libro che parla di attese, di bellezza, di natura, di ricordi, di consuetudini di una famiglia che ad un certo punto perde il suo “faro”, e tutto questo è raccontato in una esplosione di immagini e di puro lirismo. Perchè il signor Ramsay e la signora Ramsay, tratteggiati magnificamente dalla penna della scrittrice, corrispondono grosso modo al padre e alla madre della Woolf!
Il padre, filosofo, con le sue idiosincrasie, le sue letture preferite, le sue concezioni sul sesso femminile, innamorato della bella moglie, odiato dai figli perché ama quasi contrariarli
“…i figli generati dai suoi lombi, dovevano rendersi conto sin dall’infanzia che la vita è difficile, la realtà intransigente, e il passaggio a quel paese favoloso ove le nostre speranze più vivide s’estinguono e le nostre frali scorze naufragano nella tenebra(…)”
(Traduzione Giulia Celenza, ediz. Garzanti)
La signora Ramsay, come la madre dell’autrice, rappresenta ciò che c’è di buono e di bello, è amata da tutti, mette una buona parola sempre per gli amici e muore prematuramente.
“Tutti ricorrevano a lei, da mattina a sera, così, perché era donna; chi voleva una cosa, chi un’altra; i ragazzi crescevano; e a lei pareva ormai d’essere niente più che una spugna inzuppata d’emozioni umane”.
Il libro è diviso in tre parti, un trittico di tre pannelli dove poesia e colori incontrano flussi di coscienza e talvolta epifanie liriche: La finestra, Il tempo passa, Il faro.
Interessante anche il personaggio di Lily Briscoe, che probabilmente è l’alter ego della Woof, nubile, pateticamente legata al sogno di dipingere bei quadri, che riflette sui rapporti tra i sessi:
“Ella non avrebbe mai capito quel giovanotto. Quel giovanotto non avrebbe mai capito lei. Le relazioni umane erano tutte così, ella pensava, e peggio ancora (fatta eccezione per il signor Bankes) quelle fra uomini e donne. Quelle poi erano estremamente ipocrite”.
Ah, l’amore, quel sentimento così “puerile, eppure così necessario!”
Raramente ho trovato pagine così intense, non serve leggere un libro di trama, i grandi autori non sarebbero grandi se avessero scritto libri “facili”. I grandi autori hanno fatto proprie le sensibilità del tempo in cui sono vissuti, le hanno rielaborate, hanno corretto centinaia di volte i loro scritti non punti dalle esigenze di mercato, ma dalle esigenze della letteratura. Quella vera.
Al faro è un libro pieno di luce e di colori, quelli ad acquerello che usa Lily Briscoe per dipingere la cara amica ormai estinta e quelli della letteratura che usa Virginia Woolf.
“Di scatto, come se qualcosa la richiamasse laggiú, si girò verso la tela. Eccolo – il suo quadro. Sí, con tutti i suoi verdi e i suoi azzurri, le linee che correvano verticali e di traverso, la sua aspirazione a qualcosa. L’avrebbero messo in soffitta, pensò, sarebbe andato distrutto. Ma che importanza ha? si chiese, prendendo di nuovo il pennello. Guardò i gradini; erano deserti; guardò la tela; era confusa. Con repentina veemenza, come se per un attimo lo vedesse distintamente, tracciò una linea là, al centro. Era fatto; era finito. Sí, pensò, posando il pennello stremata, ho avuto la mia visione.”
Voglio terminare con una piccola citazione di Hisham Matar (introduzione, edizione Einaudi):
“…l’intero romanzo è come un lampo che per un istante inonda la foresta. Invece di disperdere l’oscurità, ne lascia una traccia indelebile”.
CcrissCcriss wrote a review
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DarioDario wrote a review
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Liberty RoseLiberty Rose wrote a review
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Spoiler Alert
Un viaggio nel tempo
Oggi vi propongo un romanzo che ho letto qualche anno fa, GITA AL FARO, ma che ricordo ancora con estremo piacere, in quanto seppe completamente avvolgermi e conquistarmi per il suo stile, per il potere della scrittura di Virginia Woolf dove a emergere non era certo una trama avvincente, ma la forza innegabile del pensiero, delle emozioni, traghettate da una prosa suggestiva ed evocativa dove la parola fluisce come il corso di un fiume, avvolgendoti come le acque spinte dalla corrente.
Il libro è diviso in tre parti, chiamate significativamente La Finestra, Il Tempo passa e il Faro. La famiglia Ramsey si incontra nella casa delle vacanze, sull'isola di Skye, e progetta di andare a fare una gita anche per far piacere a James, il figlio dei Ramsey, ma il padre, piuttosto dispotico, annuncia che il tempo non sarà buono e la gita non si farà. In occasione di questa giornata, arrivano anche altri personaggi, tra cui la pittrice Lily Briscoe e Charles Tansley, con cui la giovane si scontrerà in quanto l'uomo sostiene che una donna non abbia capacità di scrivere e di dipingere. Questo quadro familiare, colto in un momento apparentemente quotidiano, cela tensioni e sentimenti che il flusso del tempo della parte centrale in qualche modo altererà, in un pezzo fantastico in cui vediamo, attraverso l'assenza nella casa di vacanza, gli eventi luttuosi, la tragedia della guerra, per ritrovarli nella terza parte del romanzo, ormai adulti, orfani o vedovi, dove i sopravvissuti finalmente riusciranno a compiere la famosa Gita al Faro.
Romanzo possente, moderno, innovativo, in cui emerge tutto il talento di una scrittrice che sapeva scandagliare nelle profondità dell'animo umano.
Maurizio A. R.Maurizio A. R. wrote a review
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La vicenda, così semplice da non richiedere di essere strutturata secondo le regole del romanzo, è la cronologia di momenti di vita della famiglia Ramsey nella casa al mare, vissuti – percepiti è meglio dire – da una loro amica e pensionante, pittrice dilettante.
Parallelamente al ménage dei Ramsey – lui saturnino e fragile, lei bellissima e consapevole di dover colmarne le angosce, gli otto figli cresciuti in questa tensione raramente manifesta ma sempre sottotraccia – si dipana la semplice esistenza di Lily Briscoe, che vive un lungo turbamento (rapporto non si puo` dire, per la differenza d’età e di confidenza) verso la signora Ramsey.
Quest’ultima, a sua volta, l’abbiamo vista compiacersi delle aspettative matrimoniali di Lucy, che sfumeranno come molte altre occasioni nel racconto.
Gli stessi figli sopravvissuti della coppia – altri sono mancati in guerra o per altri incidenti – si ritrovano nella gita in barca al faro, rinviata per tanti anni e alla fine compiuta come si compirebbe un sacrificio rituale, un pellegrinaggio, con l’ormai vecchio Ramsey sacerdote del proprio trionfo, odiato dai figli (che tuttavia non si sottraggono al suo fascino o forse alla sua costante richiesta di essere il centro del mondo)
Lucy avrà la sua “visione”, è questa la parola usata: cioè la storia si chiuderà con una percezione impalpabile, un susseguirsi di pensieri, sensazioni, che la Woolf chiamò “flussi di coscienza”.
La meraviglia del libro e ` vederli rappresentati, concreti, come se essi fossero la pagina su cui sono impressi volti e sentimenti, eventi e fenomeni atmosferici, luoghi e colori. Non ci si accorge neppure che la voce narrante cambia, anzi non esiste: semplicemente, come nella tragedia greca, si affacciano in successione al proscenio i personaggi principali, mentre dei comprimari (dal signor Carmichael alla signora McNab) ascolteremo le parole, i pochi e scarni dialoghi.
Questo perché essi non partecipano, evidentemente, a quel flusso di coscienza su cui galleggiano gli elementi della narrazione, come i sugheri e i relitti dei naufragi sul braccio di mare che porta la comitiva al Faro, finalmente.
Un capolavoro.