Gli ultimi fuochi
by Francis Scott Fitzgerald
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EliaspallanzaniEliaspallanzani wrote a review
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In un frammento de "Gli ultimi fuochi", romanzo incompiuto su Hollywood, Fitzgerald fa spiegare dal protagonista come funzionavano le cose con gli sceneggiatori. Negli anni '20 il regista comandava tutto, aveva la trama del film scritta sul polsino e girava con alle spalle quattro o cinque buffoni e perdigiorno, che ogni tanto gli suggerivano una situazione, una battuta, un gioco di parole. Il problema principale è che se poi il film andava bene ognuno di loro pretendeva di aver contribuito in modo determinante al successo, per cui con questa gente era difficile trattare. Il protagonista del romanzo quindi aveva deciso di organizzare il lavoro con metodi più moderni, come in una catena di montaggio, formando più coppie di sceneggiatori stipendiati cui spesso venivano assegnati gli stessi film, le stesse scene: in questo modo si cercava di garantire una fornitura costante di scene scritte, che non dipendesse dall'estro del momento o dalla sua mancanza, e inoltre ogni sceneggiatore sapeva sempre di poter essere sostituito senza che ciò bloccasse il film. Sistema che dopo ottant'anni viene ancora utilizzato per le produzioni seriali, e che del resto è l'unico utilizzabile. È una triste ma inevitabile ironia che da questo libro sia stata recentemente tratta una serie televisiva.
Incidentalmente, il titolo "gli ultimi fuochi" ha avuto un enorme successo: ci sono almeno una quarantina di libri che lo usano, da solo o con qualche piccola aggiunta, ma il titolo originale del libro di Fitzgerald era the last tycoon.
Ancor più incidentalmente, nella traduzione italiana il protagonista e la sua amante si fermano in un bar a mangiare dei "tosti".

p.s.
Le note di Fitzgerald sul suo romanzo incompiuto sono molto istruttive, anche se tutto sommato ovvie. Ad es., quando deve descrivere un certo settore cinematografico e mostrarne almeno qualche regola di funzionamento, ha cura di annotare "intercalare con saporosi aneddoti sulle star, non deve assolutamente avere il tono di un'analisi", o qlcs del genere. Embè per forza, è un romanzo, e anche rivolto al popolo, ma riuscirci non è facile. Unire al racconto una certa quantità di informazioni, senza le quali la vicenda sarebbe semplicemente una storia sentimentale come altre, ma in modo che appaia tutto naturale, senza salgarismi o "taccio che": per farlo non solo serve abilità ma anche una specie di spirito di servizio, una consapevolezza delle capacità dei lettori e dei metodi per indurli a compiere un piccolo sforzo per capire. Perché il lettore, da quel pigro coglione che è, non è che legge per conoscere, sibbene per divagarsi, e quindi è quasi contro la sua volontà che si deve contrabbandare la conoscenza. Il problema è che per farlo, prima ancora della capacità, ci vuole la voglia di farlo. Rassegnarsi all'idea che il tuo unico lettore debba essere come te va benissimo, in realtà è l'unica scelta che ti dispensa dai giochetti e dalle buffonerie, però equivale anche a scrivere solo per te e per l'anima gemella e quindi espone ad altri equivoci e in certi casi anche a tragici confronti, in cui riemerge la tirannia della carne.
Recensire il MondoRecensire il Mondo wrote a review
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Approcciare la recensione di un capolavoro come questo, di uno scrittore come Fitzgerald, di un capolavoro incompiuto di Fitzgerald é difficile. Come dire qualcosa di veramente nuovo o attinente?
E allora da lettore a lettori inizio semplicemente dicendo "questo libro é bellissimo e superiore al grande Gatsby".

É bellissimo anche se incompiuto e non rivisto dall´autore. Fitzgerald era evidentemente all´apice della sua maturità: voleva regalarci il suo Grande Romanzo su Hollywood, la parabola del tycoon divenuto onnipotente grazie al suo intuito, una parabola ascendente che però contenteva già - come la storia dello scrittore stesso - i germi della distruzione e della rovina.

In effetti gli altri capitoli e il finale proiettati da Fitzgerald andavano in quella direzione, con una trama che si sarebbe quasi trasformata in gialla/noir.
Ripeto: a me va benissimo quello che é arrivato fino a noi. Frasi come scolpite, battute fuliminanti, la profondissima conoscenza della natura umana, il sogno americano, la disillusione, l´impossibilitá di amare veramente.
Rispetto al libro più noto di Fitzgerald qui si ha la sensazione di una (ancora) maggiore padronanza della lingua e della struttura, basta vedere come viene utilizzata la voce della narratrice interna (azzeccatissima) Cecelia.

All´uscita postuma del libro, in una versione arbitrariamente completata e interpolata da Edmund Wilson, la critica statunitense gridó al capolavoro rivalutando pienamente la grandezza dello scrittore. Io credo che avessero ragione e che leggendo in sequenza Gatsby e questo, ci si possa fare un´idea delle vette raggiunte da Fitzgerald e - ahimè - di quelle che ancora avrebbe potuto raggiungere.

PS: in Italia a lungo il romanzo é stato conosciuto con il titolo de "Gli ultimi fuochi". Il titolo di cui sopra é quello originale, l´edizione da me letta é quella molto curata della (scomparsa) Alet, basata su un´accurata versione critica americana che ha fatto fuori le modifiche di Wilson. Consiglio di procurarsi quella edizione, ancora in commercio (Alet é stata assorbita da Fandango). Contiene anche una buona introduzione e gli appunti di Fitzgerald su come avrebbe dovuto svilupparsi il romanzo

recensireilmondo.com
Marco FrecceroMarco Freccero wrote a review
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Anche se non sono mai comparsa sullo schermo, nel cinema ci sono cresciuta.

Che senso ha riflettere su un romanzo rimasto incompiuto? Può essere almeno interessante, oppure il mio è un maldestro tentativo di far apprezzare agli altri un abbozzo, un’opera che è rimasta congelata in uno stato di acerba bellezza? Sono io quindi che scrivo, oppure è la simpatia che ho per Francis Scott Fitzgerald che mi spinge a pestare le dita sui tasti?
Più o meno erano questi i pensieri che mi facevano compagnia mentre meditavo su cosa scrivere riguardo “L’amore dell’ultimo milionario”, conosciuto anche come “Gli ultimi fuochi”. Scott Fitzgerald muore lasciando tracce di come avrebbe desiderato chiudere la storia, e il libro in questione presenta lo schema dei capitoli previsto dallo scrittore; la pagina manoscritta con tanto di titoli immaginati da Scott; oltre alle lettere e agli appunti di lavoro.
Forse per questo se ne deve parlare? Perché la frattura della morte permette a chi viene dopo di ficcanasare nel laboratorio dello scrittore, e coglierne gli aspetti nascosti? Magari i segreti?

Non ci prendemmo la botta come a Long Beach, dove i piani alti dei negozi furono scagliati per la strada e gli alberghetti finirono in mare, ma per un intero minuto le nostre budella furono tutt’uno con quelle della terra – come in un mostruoso tentativo di riattaccarci il cordone ombelicale per risucchiarci dentro il grembo della creazione.

Questo brano descrive una scossa di terremoto ed è una lezione di scrittura, ma è un po’ tutto il romanzo ad avere questa caratteristica. Forse per questa ragione mi sono infine deciso a parlarne. L’esordiente avrebbe sprecato pagine e parole per descrivere un fenomeno del genere, Scott Fitzgerald affronta la faccenda con poche parole, e occorre riconoscere che sono quelle adatte alla storia che sta raccontando.
Si tratta di cinema quindi? Del dorato e maledetto mondo di celluloide?
C’è Hollywood o meglio, quella parte un po’ dietro le quinte che Scott Fitzgerald provò conquistare in un momento della sua vita difficile: aveva bisogno di soldi. Ne rimane confuso, seccato, di fatto estromesso. Stritolato?
Di certo lo scrittore comincia a immaginare una storia, quella del suo rilancio definitivo. Semplificando parecchio, il romanzo potrebbe apparire come un Gatsby trapiantato con successo nell’industria dell’intrattenimento. Il protagonista è Monroe Stahr, ha fiuto, è astuto, lavora come un treno a vapore. Conosce il pubblico, ma sa anche osare e proporre film capaci di perdere al botteghino. Gestisce attori, scrittori, colleghi produttori animato dalla medesima ambizione: ottenere quello che desidera, senza urlare o scomporsi, ma con determinazione e una capacità quasi magica di manipolare gli altri.
Alla fine, fanno quello che vuole lui, perché devono ammettere che lui sa cosa vuole, e ogni personale opinione, così netta e convincente, perde ogni alone di inviolabilità se Monroe Stahr decide di intervenire.

È di nuovo Cecelia che riprende il filo della storia. Penso che sia molto interessante seguire i miei movimenti a questo punto, perché è un momento della mia vita di cui mi vergogno. E quello della gente di cui si vergogna, in genere è un buon materiale per una storia.

Probabilmente anche Scott Fitzgerald aveva qualcosa di cui vergognarsi. E affonda le mani in quella sua personale vergogna e ne estrae delle perle: è la magia della scrittura. Lo scenario di cartapesta attraverso il quale i personaggi si muovono, ha i tratti, i ritmi di una catena di produzione dove i suoi ospiti, grandi o piccoli che siano, sono presi, sedotti, assimilati. Stahr è il protagonista ideale di questo mondo, perché riesce a controllarlo, lo piega e lo indirizza dove vuole. Si offre a lui senza riserve, lavora sempre, ogni minuto della giornata, della sera, della notte è dedicato alla fabbrica dei sogni.
E questa macchina umana che deve occuparsi di ogni dettaglio, che deve intervenire su tutto e tutti, con un consiglio, un ordine, è quella che conserva uno sguardo che non è mai vinto dalla frenesia. È cinico, a volte duro, ma perché sa che agire in maniera differente vorrebbe dire essere divorati dalla bestia. È come se avesse stipulato un patto segreto con Hollywood: ti offro tutto, tu mi dai tutto, ma io mi riservo una fetta di umanità.

Lei finalmente arrivò. Così diversa e gioiosa.


C’è l’amore, si capisce. C’è il sogno che denaro e successo siano il mezzo indispensabile per l’amore, e questo è uno dei temi ricorrenti nella narrativa di Scott Fitzgerald. Rispetto alle altre opere c’è una maggiore severità nello sguardo dello scrittore, come se la consapevolezza che l’amore è una chimera, lo avesse conquistato in maniera definitiva. Eppure non importa, si va, ci si fida di questo rasoio che lacera e mette a nudo. Superfluo dire che l’epilogo sarà fallimentare. Ma quale epilogo?
Il romanzo si interrompe. Scott Fitzgerald muore, e ci lascia una storia che nella sua testa probabilmente era già definita, o addirittura finita, chissà. Eppure quella testa da qualche parte vive ancora, non può essersi spenta davvero, la bellezza delle frasi che si trova tra queste pagine non può chiudersi in maniera così balorda, con la morte. Perché allora questo romanzo, la narrativa tutta non ha senso. E se non ha senso la narrativa, la vita non è altro che concime per la terra.
GermanaGermana wrote a review
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Is You, Or Is You Ain't My Baby?
“Ai due estremi della vita l’uomo ha bisogno di nutrimento: un seno….un tempio. Un qualcosa accanto a cui sdraiarti, quando nessuno ti vuole più, e tirarti un colpo in testa.”
Con uno stile luminoso, Fitzgerald racconta il mondo cinico e crudele di Hollywood, già descritto ne “Il giorno della locusta” che lo stesso Fitzgerald considerava come il romanzo più riuscito su Hollywood.
La storia è raccontata da Cecilia, figlia di un produttore e innamorata di un altro produttore, Monroe Stahr, il protagonista del romanzo, un self made man completamente dipendente dal lavoro che non si è mai ripreso dalla morte della moglie.
La voce “fuori campo”, che si alterna al racconto di Cecilia, contribuisce a dare un tocco di mistero alla vicenda.
Cecilia perde le speranze quando realizza che Monroe Stahr, prigioniero del proprio passato come molti dei personaggi di Fitzgerald, si è innamorato di una donna misteriosa che assomiglia alla moglie.
Bello e doloroso, è un romanzo con grandi potenzialità, che si interrompe nel momento in cui comincia la parabola discendente di Stahr.
Con la consueta capacità di descrivere un’epoca e un mondo attraverso i suoi personaggi, è la storia di una caduta, come spesso accade in Fitzgerald, i personaggi sono prigionieri di vanità e debolezze, come sempre in Fitzgerald, e il protagonista Stahr è un personaggio carismatico, al pari del grande Gatsby.
E’ un libro incompiuto nel quale il dolore e la poesia si alternano costantemente alla capacità dell’autore “di valutare le nostre speranze folli, le nostre bonarie mascalzonate e le nostre pene assurde .”

Un click e la foto prende tutto, con naturalezza, questo è il dono della scrittura di F.S. Fitzgerald.

Avvertenza: solo per appassionati di F.S. Fitzgerald.

Nota: la nuova traduzione è stata realizzata con il materiale raccolto da Bruccoli, il maggior studioso di Fitzgerald.

Is You, Or Is You Ain't My Baby?-Dinah Washington
youtube.com/watch?v=7kefYrJQ9tc
rabbitrabbit wrote a review
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traduzione bruno oddera, prefazione fernanda pivano