Gorkij
by Ferrari Curzia
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Aleksej Maksimovi assunse il soprannome di Gorkij (l'Amaro) intorno ai trent'anni. Tra il 1902, quando nacque alla vita pubblica con il dramma "I bassifondi", e il 1936, anno della sua oscura morte, nessuno più di lui si propose all'estero, durante i suoi vari esili, come simbolo di libertà, mentre in patria veniva considerato l'esponente più autentico delle rivendicazioni sociali. Curzia Ferrari rievoca la figura tormentata di colui che venne definito 'il maestro della nuova generazione russo-sovietica', ne indaga i risvolti privati, tratteggia i personaggi del suo entourage, coglie il colorito di uno spaccato di storia ricco di rivelazioni e di fermenti attuali.

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Tra anarchismo e funerali di stato. Maksim Gorkij
Maksim Gorkij può rappresentare, al di là delle sue opere letterarie, un'anomalia nel panorama così vasto degli intellettuali, scrittori e critici russi. Di certo questo saggio di Curzia Ferrari ha dei limiti interpretativi, soprattutto sul Gorkij "politico e sociale" e sull'importanza che ha avuto lo scrittore nel salvaguardare la cultura e gli scrittori del suo paese negli anni critici della carestia e del boicottaggio occidentale dopo la rivoluzione e durante il periodo che va dal 1918 fino al 1922. Egli per salvare l'arte e soprattutto gli artisti dalla fame creò un macchinoso sistema di istituti centralizzati, dove ci si poteva impiegare per lavori di traduzione, piccoli appalti, trascrizioni e corrispondenze commerciali, lavori di riparazione di opere pubbliche e così via.
Un espediente non certo perfetto ma che permise, dato le circostanze davvero critiche, di conservare sia le opere che gli artisti e i letterati. C'è inoltre da notare che, sebbene molto vicino alle posizioni bolsceviche, Gorkij per anni fu l'unica autorità pubblica indipendente del governo dei Soviet, protetto sia dalle relazioni personali con i vertici del partito sia da una reputazione internazionale davvero notevole. Egli inoltre seppe svolgere al meglio la sua parte, fondando una scuola narrativa, appoggiando i suoi studenti e pubblicando nell'impresa editoriale "Znanie" tutti i migliori romanzieri dell'epoca...nessun nome eclatante ne uscì ma alcuni come Andrèev, Bùnin o Kùprin ebbero discreta fortuna e soprattutto si formò una nuova tendenza di realismo socialista che, se da un lato si distinse per l'emancipazione del linguaggio e del senso critico, dall'altro fu l'emblema del fanatismo dogmatico e dell'enfasi rivoluzionaria. Così andava a formarsi un nuovo soggetto politico e sociale, quello della generazione del nuovo corso, insensibile all'ideale, fedele al partito e al dogma del socialismo sovietico perché cresciuti, fin dalla tenera età, con un ferreo indottrinamento che rasentava la follia, saranno la "nuova classe" di cui Stalin si servì per fare dell'Urss uno stato retto su un chirurgico controllo sociale e su una repressione poliziesca capillare. E' qui che Gorkij, nonostante la sua particolare parabola e il suo carattere indocile, verrà ancora una volta chiamato dalle vicende del suo paese nonostante tutto. A lui toccò infatti il "merito" di essere considerato l'ideatore del Realismo socialista: la famosa relazione al congresso del'34, alla quale si richiamavano sia i sostenitori che gli oppositori di questa corrente letteraria, elaborata nel modo più consono per favorire il sistema e non di certo la letteratura. Gorkij, con il senno degli anni, rinunciò ad ogni enfasi e ad ogni determinazione, trovando nella nuova letteratura sovietica, molti difetti tra cui uno capitale: "Tutti noi vediamo ancora la realtà troppo brutta"( e su questa frase c'è da riflettere assai sull'arguzia e sull'intelligenza del nostro). In fine vi fu una definizione simile ad un augurio, a ciò che dovrebbe appunto essere una relazione sulla letteratura. E' chiaro quindi che a Gorkij gli si attribuiscono concetti non suoi, anzi, Zdanov con la sua sete di potere e il suo rancoroso sospetto fece molto di più, negli anni di responsabile della cultura, ma in termini di regressione e di indicibile vigliaccheria contro i singoli scrittori accusati di assurdi e svariati reati...tutto intorno a Maksim Gorkij è quindi stato spropositato, o troppo grande, immenso cantore delle classi inferiori del mondo, o uomo del regime sovietico, ambizioso e pilatesco...ma Gorkij fu sempre al di fuori, cane sciolto. Aiutò moltissimi scrittori già condannati dalla polizia di Stalin, e Stalin stesso tanto lo blandiva per un bisogno propagandistico, tanto lo ricattava con allusivi avvertimenti. La sua intima amicizia con i bolscevichi della prima ora, tanto rispettata quanto ricordata a chiunque lo metteva in posizioni perlomeno traballanti (mai gli perdonarono i cani del potere l'amicizia soprattutto con Bukarin e Kamenev)....ma il cielo si chiuse per lui nel 1934 con la morte misteriosa del suo amato figlio Max...il 18 giugno del 1936 toccò a lui, per avvelenamento probabilmente, e i funerali furono faraonici...già era pronta la macchina dei "santi sovietici" che nell'agiografia tanto simile a quella dei cattolici, non lasciarono nulla di vero e autentico dell'uomo di cultura e combattente politico sincero, dovremmo aspettare gli anni'90 e l'apertura di molti archivi: "La rivolta di Kronstadt e la sua soppressione nel sangue dimostra come i capi bolscevichi siano già intossicati dal veleno del potere..." "Richiedo la libertà immediata degli scrittori Zamjatin Remizov e per il pittore Vodkin"...."la morte di Blok e la fucilazione di Gumilev mi fanno andare. Ogni Russo che lascia la sua terra Madre è un russo perduto...ma è così". Questo è anche Gorkij, uomo vicino agli anarchici, alla scuola di Capri, durante il lungo soggiorno che lo scrittore condivise sull'isola fino al 1913 con la sua compagna, l'attrice Marija Fëdorovna Gelabuskaja. Qui scrisse numerosi romanzi, tra cui "L'infanzia", e organizzò insieme ad Aleksandr Bogdanov una scuola per rivoluzionari russi emigranti alla quale insegnavano e partecipavano teorici famosi come Anatolij Vasil'evič Lunačarskij, ai suoi "Bassifondi", vissuti fin da bambino, ai mille disperati conosciuti nel suo vagabondaggio giovanile, di cui nonostante tutto serbò sempre qualcosa di loro, nella sua natura selvaggia, romantica ,sognatrice e lunatica...la patina del falso storico non riuscì mai a lucidare quei stivali da vecchio anarchico, attaccato alla vita come alla morte...ma senza trucchi e senza inganni.