Guarda l'Eufrate rosso di sangue
by Kemal Yashar
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Non esiste riparo dal vento della Storia. Così, nei primi anni del Novecento, neppure l'Isola delle Formiche, piccolo lembo di terra bagnato dal Mediterraneo, è immune dagli sconvolgimenti che il tramonto dell'Impero ottomano porta con sé. Abbandonata in seguito all'esodo coatto della popolazione greca, l'Isola offre agli occhi del giovane ufficiale turco Poyraz Musa un paesaggio immobile e meraviglioso. Ma tra gli orti rigogliosi e le spiagge deserte si aggira un fantasma silenzioso. È poco più di un'ombra, eppure la sua presenza pervade ogni angolo dell'Isola. Perché per Vassilis, ultimo greco rimasto, è una questione di vita o di morte: ha giurato di uccidere chiunque oserà calpestare la terra dei propri avi, e ora che il suo nemico ha finalmente un volto, è pronto a ingaggiare con l'invasore una ossessiva, implacabile caccia all'uomo. Ma il tragico passato dei due trasformerà il conflitto in un commovente incontro tra sopravvissuti. In "Guarda l'Eufrate rosso di sangue" Yashar Kemal rivisita un capitolo dimenticato della storia turca celebrandone passioni e contraddizioni.

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Giuseppe C. KaramàzovGiuseppe C. Karamàzov wrote a review
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Guarda l'Eufrate Rosso di Sangue - Yaşar Kemal

Teatro di questo bel romanzo è la bucolica isola mediterranea di Mirmingi (Isola delle Formiche). Melograni, ulivi, viti, case di pescatori e ville di ricchi mercanti, una natura fertile e mari colmi di fauna si offrono nelle loro varie declinazioni al lettore, presentati abilmente da uno dei più grandi scrittori e attivisti turchi (di origine curda) del 1900, Yaşar Kemal. Eppure, con un titolo come Guarda l’Eufrate Rosso di Sangue (Fırat Suyu Kan Akıyor Baksana) è facile comprendere che questo luogo ameno farà da contraltare a una storia di ben altro tenore.

Infatti, la narrazione si apre con l’esilio forzato della popolazione di quest’isolaA seguito della guerra tra greci e turchi e del trattato di Losanna, i rūm, discendenti dei bizantini, furono costretti ad abbandonare la Turchia, così come i turchi la Grecia: uno scambio di popolazione resosi necessario, secondo i governi di quel periodo, per evitare altre guerre irredentistiche. Una soluzione facile, che aveva tutti i difetti della cattiva politica, quella che tende a giocare sulle divisioni e sul creare inimicizie anche laddove potrebbero benissimo non esserci. Difatti, i rapporti tra gli abitanti di Mirmingi e i turchi residenti sulla costa erano ottimi e l’autore è particolarmente attento ad evidenziarlo.

Sin da subito, per Kemal è importante mostrare come la gente comune soffra le decisioni ideologiche di politici o religiosi che, accecati dai loro feticci e dalla loro ignoranza, sono pronti a sacrificare l’umanità (intesa sia come individui in carne ed ossa, che come sentimento).

Questo mi sembra essere il nucleo fondamentale del romanzo, che partendo dallo spopolamento di questa piccola isola mediterranea porta poi il lettore sul continente, per mostrare come la prima guerra mondiale abbia inondato di sangue l’Anatolia, dai Dardanelli all’Eufrate. La disavventura dei greci di Mirmingi è un pretesto, per parlare di pagine efferate della storia ottomana/turca. E questo avviene grazie ai pensieri ossessivi di due superstiti della guerra, che si ritrovano, soli, sull’isola deserta. Uno, Vasili, è un greco, che è riuscito a non essere deportato, nascondendosi. L’altro, Poyraz Musa, è un turco/circasso, primo abitante dell’isola da ripopolare.

Entrambi i personaggi agognano ritrovare uno stato di serenità perduto e catartico e, nonostante i traumi, guardano ancora al proprio futuro con una certa speranza. Entrambi sono stati costretti dal servizio di leva (e per un deviato senso di amor patrio) a trasformarsi in assassini e a commettere stragi, durante la guerra e a essere testimoni non solo della disfatta dell’esercito imperiale, ma anche della morte dei propri compagni e di molti civili innocenti.

In particolare, Yaşar Kemal ci racconta la battaglia di Sarıkamış e dei monti Allahüekber, dove i turchi subirono una sconfitta schiacciante da parte dei russi e durante la quale migliaia di soldati morirono di ipotermia: un esercito di statue di ghiaccioUn inferno a cui seguirono eventi ancor più tragici e sanguinari, criminali, vere e proprie campagne di morte che l’esercito portò avanti ai danni delle popolazioni caucasiche, curde, e soprattutto yazide ad est del paese, versando sulle terre e nei fiumi orientali – tra cui l’Eufrate – il sangue di intere popolazioni. Quella yazida, in modo particolare, fu presa di mira, fino alla città santa di Laliş. La sua colpa, secondo gli aguzzini, sarebbe stata quella di adorare il diavolo… cosa non vera, e che rivela semplicemente scarsa conoscenza e poca voglia di capire il prossimo, se non vera e propria mistificazione. Poiché il punto è che il vero obiettivo era – da disperati – rifocillarsi, dopo la disastrosa campagna militare, a danno di altri disperati.

Così, mentre i due protagonisti di questa storia, per molte pagine, si inseguono e si nascondono l’uno dall’altro, senza mai trovarsi (o volersi trovare), credendosi nemici, tutti e due tornano con la memoria alla sofferenza e alle cruente vicissitudini della loro vita militare.

E questo mi fa credere che Kemal voglia dirci che – sì – ci sono traumi che non ci abbandoneranno mai, ma questi stessi traumi, che ci cambiano inevitabilmente, allo stesso tempo non ci spezzeranno e finché si vive c’è speranza per far rifiorire il seme dell’umanità che è in noi. Perché questa è una storia a lieto fine, in cui le persone – i superstiti di tanto orrore – alla fine si incontrano e insieme tentano di creare un futuro più bello per sé e per l’isola e le prossime persone, che la popoleranno. Il che è un bene e sono contento ci sia questa positività, nonostante una storia, la storia umana, così straripante di sangue. È nei pochi, nelle persone semplici, che l’umanità ritrova la speranza.

Ma si deve anche pensare a cosa fare affinché la politica, l’umanità istituzionalizzata e organizzata, non muti l’uomo in bestie assetate di sangue, attentando alla sua stessa natura. Troppe pagine di storia ci raccontano di massacri, di stragi di innocenti, di odio, di pericoloso astio e ignoranza. E troppo lontani – dispiace ammetterlo nel 2021 – siamo, noi, dal risolvere questo corto circuito che rende civiltà più o meno organizzate, uomini più o meno civilizzati, seminatori spietati di morte. E troppo facilmente politici privi di scrupoli hanno la strada spianata e riescono ad insozzare la Politica stessa e l’Umanità. Il collettivo deve stare sempre all’erta, perché la cattiva politica è come un’infezione opportunistica: colpirà tutto ciò che può colpire, devastandolo. Solo la democrazia e il rispetto delle minoranze sono gli anticorpi giusti per evitare stragi e ingiustizie.

C’è tanta bellezza, a Mirmingi come nel resto del mondo, ci dice Yaşar Kemal… cerchiamo di esserne degni e di aumentare questa bellezza, senza macchiare il nostro essere di colpe inenarrabili, senza macchiare le acque dell’Eufrate e di nessun altro luogo di sangue.

È un romanzo che consiglio, per conoscere un importante scrittore turco e per vivere un pezzo di storia anatolica che, forse, non tutti conoscono (abbiamo programmi molto eurocentrici nelle scuole). Forse può risultare un po’ lento, perché l’autore, per gran parte della narrazione indugia nella routine di vita quotidiana di Vasili (e poi di Poyraz), che solo sull’isola, non può fare granché… ma questa vita vissuta è intervallata dalla descrizione bucolica di Mirmingi e da i suoi incubi ed ossessioni. Lo stile è accessibile, le descrizioni stupende e il racconto toccante. Personalmente, promuovo il romanzo e l’autore. Leggerò sicuramente altre sue opere.


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