Guerra e pace
by Lev Nikolaevič Tolstoj
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Sette anni occorsero a Tolstoj (dal 1863 al 1869) per comporre uno dei capolavori della letteratura ottocentesca. L'ossatura del romanzo, sullo sfondo delle guerre napoleoniche - dal 1805 alla travolgente insurrezione di tutto il popolo russo nel 1812 - è data dalle vicende di due grandi famiglie dell'alta

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Jessica Jessica wrote a review
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AdiburAdibur wrote a review
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Siamo nei primi anni del XIX secolo. Tra Mosca e Pietroburgo si svolgono le vicende di alcune famiglie di nobili origini. Matrimoni, legami di affari, amicizia, convenienza sociale, culto religioso, legano tra loro i vari componenti, mentre sullo sfondo si staglia la figura di Napoleone che, come un ciclone, sta travolgendo l’Europa intera accingendosi ad annettere al suo impero anche la Russia.
Mi sono avvicinata alla lettura di questo romanzo con grandi aspettative considerando che amo molto i polpettoni ottocenteschi in cui la storia è ben radicata sullo sfondo. Purtroppo però dopo le prime duecento pagine mi sono ritrovata a considerare la lettura di quest’opera monumentale, un vero e proprio lavoro da fare più per obbligo che per piacere. La lettura è stata lentissima, l’ ho spesso messo da parte e ripreso. Una fatica portarlo a termine! Perché? Innanzi tutto perché non si tratta, a mio giudizio, di un romanzo nel senso classico del termine. Le vicende dei Rostov, dei Bolkonskj, dei Bezuchov sono marginali rispetto alle guerre napoleoniche che detengono lo spazio maggiore. Pagine, pagine e pagine sono dedicate alle dinamiche delle battaglie, alla discussione delle strategie militari, alle riflessioni dei generali di entrambi gli schieramenti. Pesantissimo, almeno per me che non nutro interesse per questi argomenti. Più che di un romanzo si tratta poi di un saggio filosofico e religioso sui molteplici aspetti della condizione umana. Ogni scelta, ogni decisione, ogni gesto di un qualsiasi personaggio viene analizzato, sezionato, sviscerato in una disamina pedante e monotona. Le vicende dei personaggi sono troppo spesso interrotte da trattati di botanica, di musica, di agricoltura, di bon ton….e chi più ne ha, più ne metta. Insomma, ogni aspetto della vita passa sotto l’osservazione attenta e indagatrice di una lente che scruta in modo incessante e insistente. Certo, ci sono delle bellissime pagine dove l'autore si rivela in tutta la sua magnificenza, ma non mi sono bastate per dare un giudizio maggiormente positivo all'intera opera. Non mi permetto di giudicare l’opera di un grande scrittore come Tolstoj, ma sicuramente non rimarrà in me un bel ricordo da questa lettura se non la fatica (e anche un po’ la soddisfazione) per averla portata a termine.
CiungalaCiungala wrote a review
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“Il principe Andrea diceva che la felicità non è che negativa; ma lo diceva con una sfumatura di amara ironia. Pareva esprimere il pensiero di un altro, affermando che tutte le nostre aspirazioni ad una felicità reale non ci son date che per nostro tormento. Ma Piero, in perfetta buona fede, riconosceva ora che la cosa stava proprio così. L’assenza di ogni dolore, la soddisfazione dei bisogni, la conseguente libertà di scegliersi un’occupazione, un metodo di vita, gli si presentavano ora come la quintessenza della felicità umana. Qui, ora soltanto, per la prima volta, egli apprezzava pienamente quando ne avea voglia, del sonno se volea dormire, del caldo se sentiva freddo, della conversazione quando gli piacea parlare e udire voce di uomo. La soddisfazione dei bisogni – il buon cibo, la nettezza, la libertà – ora che n’era privo, gli procurava un vero benessere, e la scelta d’un sistema di vita, ora che quella scelta era così limitata, gli parea così facile da non fargli pensare che è appunto l’abbondanza degli agi quella che distrugge tutto il piacere di soddisfare le proprie esigenze, e che la piena padronanza di eleggersi un metodo di vita, quella padronanza che gli davano l’istruzione, le ricchezze, la posizione sociale, è appunto quella che rende la scelta difficilissima e annulla lo stesso bisogno e la possibilità di una qualunque occupazione. 
Tutti i suoi sogni si volgevano al tempo in cui sarebbe tornato libero. Eppure in seguito, per tutto il corso della vita, non gli uscì di mente quel mese di prigionia, e ne parlava con entusiasmo, rammentando le irrevocabili impressioni forti e gradite, la tranquillità di spirito, la illimitata libertà di pensiero, sperimentate solo in quel periodo.

“Quando il primo giorno, di buon mattino, uscì dalla baracca, e vide le cupole scure e le croci del monastero di Novodievic, la brina lucente sull’erba polverosa, le vette dei colli, la riva boscosa del fiume che si perdeva serpeggiando nella grigia lontananza; quando sentì il tocco dell’aria frizzante e udì stormir le ali dei corvi che da Mosca si gettavano sui campi, e quando poi di botto eruppe la luce in oriente e spuntò maestoso il sole di dietro una nuvola, e ogni cosa scintillò in quella gloria di raggi, le cupole, le croci, la brina, il fiume, i boschi lontani, un senso nuovo lo prese di gioia ineffabile e di pienezza di vita.”

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