Guerra senza battaglia
by Heiner Müller
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A oltre quindici anni dalla morte, Heiner Müller resta, insieme a Bertolt Brecht, il maggiore drammaturgo tedesco del Novecento e tra i più acuti interpreti delle travagliate sorti del proprio Paese, prima e dopo la svolta del 1989. “Una vita sotto due dittature”, come recita il sottotitolo di questa

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GregGreg wrote a review
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Storie da Atlantide: l'istanza creativa di una dittatura mortifera
"Quello schierarmi dalla parte della DDR era dovuto a Brecht: era lui la legittimazione, il motivo per cui si poteva essere a favore della DDR". "Naturalmente, poi, per un drammaturgo una dittatura è più vivace di una democrazia. Shakespeare sarebbe impensabile in una democrazia" (p. 80-81). Per Heiner Mueller, considerato fra i più importanti scrittori di teatro del Dopoguerra europeo, per poter scrivere al proprio meglio era necessario vivere dentro un sistema oppressivo e limitante (e il libro documenta infinite storie di censura, di febbrili trattative con i più svariati organi del partito e dello stato per poter portare un testo sulle scene, o per pubblicarlo), ma era anche necessario, pur da una posizione di dissenso (non sui principi socialisti, ma sulle modalità di applicazione dittatoriali di quegli ideali di uguaglianza fra le classi), accettare qualche forma di riconoscimento da quel regime, anche dopo essere stato boicottato o ridotto al silenzio (la frequentazione delle elite e dei funzionari e pure della Stasi, i premi, le dichiarazioni alla stampa sotto dettatura, l'autorizzazione ad entrare e ad uscire dal paese, un vero privilegio). Questa autobiografia mediante intervista, dunque, documenta prima di tutto il peculiare rapporto che venne ad instaurarsi (unico fra tutti i paesi del blocco sovietico) fra la DDR e i suoi intellettuali, ben più controverso ed ambiguo di quello fra scrittore engagé e dissidente tipico di quei mondi (la scrittrice premio Nobel quasi ominima Herta, ad esempio, dovette fuggire dalla Romania, e lo stesso il poeta polacco Miloczs, pure lui Nobel). Quegli scrittori scelsero consapevolmente di risiedere in quel paese (Mueller decise di tornarvi dopo che i suoi genitori erano fuggiti dall' "altra parte"), pur avendo un'altra chance (la Germania era l'unico paese diviso dall cortina di ferro, e la DDR ne era la parte "irreale"), e non a caso per alcuni di loro la "svolta" del 1989 segnò un vero e proprio "blocco creativo", troppo differente essendo il contesto personale e intellettuale nel quale ora erano chiamati a esprimersi.
Le ragioni di questo curioso fenomeno sono indagate dall'autore, e rintracciate, nel suo caso, anche nell'esperienza familiare (padre socialdemocratico, incarcerato sia dal regime nazista che dal successivo comunista, che si dimostra impotente di fronte al potere; senso di colpa per un preteso suo tradimento), nonché appunto nello stato di irrealtà dell'esperimento sociale (sorretto dalle armi sovietiche, mai dal consenso popolare), ma soprattutto nella superiore finalità della produzione artistica, che si direbbe quindi, da Mueller, privilegiata anche rispetto alla riflessione politica (sul rapporto, appunto, con il potere; sulla storia della Germania; sull'utopia socialista), pur fortemente presente nella sua produzione.
Una voce (mai banale) da un mondo perduto e paradossale, in ciò senz'altro stimolante.
Fatto sta che Mueller al comunismo, in un qualche modo ironico, e attivando la protezione della posa scettica e disincantata, ci ha creduto: "se lei mi chiedesse qual è una morale nella quale mi riconosco, citerei la fomulazione di Bloch circa la superiorità morale del comunismo: il comunismo non ha speranze per il singolo. L'intero sistema dell'economia di mercato poggia invece sull'idea di suggerire al singolo che ha delle speranze".