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GIORNALISMO D'INCHIESTA E INFORMAZIONE CRITICA - I Sapori del Giallo - 10, 11, 12 SETTEMBRE 2010 - LANGHIRANO (PR)
Per dettagli sulla manifestazione:
isaporidelgiallo.it

Gigi Notari nell’introdurre la quarta edizione del Premio Nozza al Giornalismo d’inchiesta ha ribadito l’importanza di una rassegna dedicata a cose che le persone non vogliono sentire. La parola è passata a Felice Romano Segretario Generale Siulp. Sicurezza non è ordine pubblico ma legalità, il Siulp lo ha ben chiaro, ha detto Romano presiedendo i lavori. Per questo le tante iniziative, come la partecipazione attiva alla rassegna I Sapori del giallo. Iniziative che lavorano in modo sinergico al fine del radicamento della legalità nel sentire comune. In questo quadro, il Premio Nozza valorizza il giornalismo d’inchiesta che va infatti oltre il punto in cui si arresta la ricerca probatoria, stimolando la formazione di indagini parlamentari, giudiziarie e o interventi legislativi. Romano ha citato il rapporto "Freedom of the Press", dell'organizzazione americana Freedom House, che a partire dal 2004 in svariati anni, fino alla riconferma nel 2009 ha conferito all’Italia lo statuto di Paese solo “parzialmente libero” quanto a libertà di stampa. Ricordando l’istituzione di “Ossigeno per l’informazione”, l’osservatorio permanente della FNSI e dell’Ordine dei Giornalisti fondato da Alberto Spampanato sui cronisti italiani minacciati e sotto scorta e sulle notizie oscurate con la violenza, Romano ha chiesto a Lirio Abbate quali sono le difficoltà del giornalismo d’inchiesta.
Lirio Abbate, giornalista dell’Espresso, ha risposto menzionando il paradosso della pubblicistica politica che rivendica come propri i successi delle forze dell’ordine mentre lascia sottopagati gli uomini protagonisti reali di tali traguardi e spesso insufficientemente equipaggiati. Abbate si chiede come sia possibile che il giornalismo non obbietti sull’evidenza di un tale paradosso.
«Nessuno la racconta com’è» spiega Abbate e se i politici hanno in certo modo diritto di mentire, i giornalisti avrebbero il dovere di fare il loro lavoro di controllo, per il ripristino della verità. Passando al caso dei controversi editoriali del direttore del TG1 Augusto Minzolini, Abbate si è interrogato sullo stato delle cose. Emblematica l’inchiesta dell’Espresso sul presidente del Senato Renato Schifani che non è riuscita a creare interrogativi neppure nelle forze politiche di sinistra che non hanno ritenuto interessante approfondire se «i cialtroni dell’Espresso dicessero fesserie.» Anzi, Renato Schifani è stato invitato alla festa nazionale 2010 del Partito Democratico. Pur dissentendo dalle contestazioni inscenate in quella sede, Abbate ha rimarcato l’inerzia della politica.
Già il libro “I Complici”, uscito da quattro anni, si poneva quesiti su Schifani e su personaggi condannati per mafia. In questo tempo Schifani è stato eletto a seconda carica dello Stato. Ecco allora le difficoltà del giornalismo d’inchiesta. Il giornalista d’inchiesta racconta tutto ciò per questioni di coscienza «ma alla gente non gliene frega nulla». I condannati per mafia rimangono assisi e inamovibili nelle istituzioni e il giornalismo italiano rimane non completamente libero perché abbiamo ormai solo giornalismo di parte. Solo così appunto, si spiega il silenzio dei media su un paradosso come quello della inconciliabilità tra rivendicazione dei successi delle forze dell’ordine e tagli alla sicurezza.
Felice Romano ha dato poi la parola ad Alessia Frangipane dell’associazione Libera di Parma. La Fragipane ha spiegato che Libera rappresenta le persone che non accettano la realtà descritta da Lirio Abbate. Ha rivelato inoltre che in Emilia Romagna, teatro della rassegna, sono molti i beni della mafia confiscati. Anche a Langhirano, dove il Comune ha prontamente operato per il riutilizzo produttivo. «Perché la mafia esiste anche qua.»
Felice Romano ha chiesto al Sindaco di Langhirano quanto possa pesare essere terra prosperosa oggetto delle attenzioni mafiose.
Stefano Bovis, Sindaco di Langhirano, non si aspettava di avere nel Comune, un bene confiscato a un mafioso. Il Comune, ha detto il Sindaco, ha fatto tutto il possibile per entrarne in possesso rapidamente e gestirlo. Certo, riferisce Bovis, segnali si erano manifestati, «ho ricevuto un proiettile». Dopo un anno e per vie ordinarie il responsabile è stato individuato. Semplicemente, senza particolare clamore. Certo la confisca di un bene mafioso a Langhirano ha gettato luce su alcune dinamiche legate all’accesso al credito finanziario. Dinamiche che possono inquinare le proprietà di un prosciuttificio anche tradizionalmente legato a famiglie langhiranesi. Bovis, con Abbate, ha detto di ritenere estremamente grave la mancanza di indignazione delle persone e rivendica la difficoltà e la doverosità di mantenere la battaglia culturale. Una battaglia culturale dimostrata dall’impegno recente del Comune in una manifestazione interculturale articolata e protratta, dedicata al raffronto tra nuova immigrazione straniera e vecchia emigrazione italiana col fine di mostrare quanti ricorsi e similitudini affiorino in fenomeni sentiti impropriamente come nuovi ed estranei. Un impegno nella battaglia culturale che consente oggi a Langhirano di convivere, e bene, con un 13% di abitanti di origine immigrata, lavoratori, anche mussulmani, che preparano i prosciutti anche se non lo mangiano.
Tra i paradossi, simili a quelli citati da Abbate, Bovis ha citato il sistema finanziario comunale. Se fossimo un’azienda potremmo pagare le posizioni in sospeso con le aziende, ne abbiamo la capacità finanziaria. Non possiamo farlo tuttavia per i vincoli posti da Tremonti. Le aziende che oggi chiedono conto al Comune dei tardati pagamenti sono poi le stesse che hanno voluto e sostenuto le forze politiche nel governo centrale che oggi impediscono al Comune di fare i pagamenti.
Sui problemi dell’informazione in Italia è intervenuto il docente universitario Salvatore Palidda che ha inscritto e letto il tema nell’ambito della rivoluzione neoliberale/neoconservatrice che ha portato ad uno stato di guerra permanente con una informazione “embedded”.
Questo processo liberista fa passare solo l’informazione compiacente. Non si tratta più solo di veline e giornalisti asserviti. È qualcosa di più pervasivo.
Non c’è solo l’attivismo delle grandi lobby sui media. C’è la funzionalizzazione stessa del giornalismo all’economia, alle carriere. Si instaurano così veri corti circuiti tra giornalisti, polizie, agenti dei servizi per promuovere prodotti e carriere. Un esempio su cui osservare questa dinamica è stata la promozione degli strumenti di videosorveglianza. Si concretizza un assetto dei media che non informano ma che deformano in uno sviamento della pubblica opinione su falsi obbiettivi. Solo così diventa possibile, per esempio, che le manovre di risparmio anziché agire sugli sprechi reali, che pure esistono, taglino sulla spesa socialmente democratica. O per esempio solo così si spiega l’assenza di una sintesi mediatica che riconduca le piaghe degli incidenti sul lavoro, delle ecomafie e delle malattie professionali, delle evasioni fiscali all’unico fondamentale fenomeno dell’intreccio delle economie sommerse.
Tutto ciò finisce per accentuare l’asimmetria del potere mediatico: di chi ce l’ha e di chi non ce l’ha.

Ne hanno discusso, DOMENICA 12 Settembre - ore 16,00 - Area allestita antistante al Cinema Aurora: Salvatore Palidda,
Stefano Bovis, Alessia Frangipane di Libera Parma, per la presidenza di Felice Romano.
A Lirio Abbate è stato infine conferito il riconoscimento della IV edizione del Premio Nozza.
Therockrokers Therockrokers wrote a review
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AquilaRomanaAquilaRomana wrote a review
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Vajont2003Vajont2003 wrote a review
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Corleone?? come Longarone!!...
Qualche 'pagina assaggio' del libro:
vajont.info/mormino.html

Da cui in ottica longarone$e traggo questo passaggio:
°°°°°°°°°°°°°°°
**Più volte, nel corso degli anni, la situazione sembra sul punto di esplodere. Accade il 24 settembre 1996 quando, dal penitenziario palermitano di Pagliarelli, viene spedita una lettera aperta, questa volta firmata da oltre cento detenuti, che chiede una difesa più agguerrita, forse anche più politicizzata, per sostenere quello che viene definite «l'attacco giustizialista» della Procura di Palermo. Citando Ezra Pound, i carcerati - primo fra tutti Emanuele Reda, fedelissimo di Bagarella - ricordano ai loro difensori che «se un uomo non sa rischiare per le proprie opinioni, o le sue opinioni non valgono niente o non vale niente lui». E, visto che in Sicilia le cose inutili finiscono spesso sottoterra, è facile intuire lo stato d'animo dei destinatari.

L'allora presidente della camera penale, Nino Mormino, il difensore di boss come Riina, Madonia, Giuffré e Bagarella, allarga le braccia e ai giornalisti dice: «Si parla da anni di riequilibrare i poteri tra accusa e difesa, ma finora non s'è fatto nulla...».

Non che gli affari ne risentano. A Palermo, in quel periodo, solo un avvocato, Carlo Fabbri, ex civilista, ha accettato di assistere i pentiti. Altri, come Francesco Crescimanno, Vincenzo Gervasi, Piero Milio e Nuccio Di Napoli, hanno scelto di patrocinare, nei processi di mafia, le parti civili. Gli altri, quasi tutti, si dedicano alla clientela di Cosa Nostra. Perché l'imputato che fa decollare il borsino di un avvocato resta quello mafioso, il boss che paga fior di milioni di lire e, se rimane soddisfatto, si trasforma in una rendita sicura per anni. Molti penalisti sostengono, a ragion veduta, che non c'è nulla di male ad assistere imputati di mafia. L'importante è improntare i rapporti alla correttezza.

Certo, la correttezza: questo è il problema. Il primo, perché troppe volte, in passato, avvocati di mafiosi sono finiti in manette per essersi trasformati da "tecnici" in "consigliori". O, peggio, per aver condiviso con i loro clienti affari e interessi illegali.***
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Come sta succedendo con un deputato/avvocato bellunese e *legislatore* che "rappresenta" il Comune mafioso di Longarone dal 2004, contro di me.
Cosa voglio dire?? Queste "assonanze comportamentali" sugli sfratti incredibili se non in un Sistema mafioso che contraddice con fatti ed atti quello che viene proclamato *ufficialmente* a giornali e media nelle IPOCRITE "Commemorazioni" di stragi locali: vajont.info/buioimg/Longarone=Corleone.jpg

E tutto deve andare come da copione, in Longar-Corleone. Dal dicembre 1964 qui è così:

«E' quasi come in Sicilia, mi creda; a Longarone si configurano gli elementi tipici della mafia.
Non è questione di partito A o B; c'è un determinato giro fatto di poche persone all'interno del quale non entra nessuno. Il potere è in mano a costoro, cinque o sei persone a Longarone, e poi qualche diramazione fuori, cioè altre persone nei posti giusti, perché un sistema del genere non può sopravvivere se non c'è corruzione».

Fonte: Giampaolo Pansa, Corriere della Sera, 9 ottobre 1973; sta sul libro della Vastano qui accanto. A pagina 69, per la precisione.