I fratelli Karamazov
by Fëdor Dostoevskij
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I tre figli di Fedor Karamazov, un vecchio malvagio e dissoluto, sono molto diversi tra loro. Dmitrij, detto Mitja, odia il padre perché vuole conquistare col suo denaro Grusenka, una bella mantenuta da lui amata. Ivan è un filosofo dell'ateismo e un raffinato intellettuale. Alesa, il più giovane, è novizio in un convento e si trova costretto a tornare a casa per il precipitare degli eventi. Infine un quarto figlio illegittimo è Smerdiakov, epilettico e tenuto in casa come un servo. Il vecchio viene ucciso, è accusato del delitto Mitja, ma Smerdakov confessa a Ivan di essere lui il colpevole, poi si impicca. Mitja viene condannato ai lavori forzati, Ivan è colpito da una febbre cerebrale, Alesa riprende con alcuni giovani la via della spiritualità.

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JejelillaJejelilla wrote a review
1748
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UN COLOSSO, IN TUTTI I SENSI
Un romanzo di portata colossale sia per la mole, (circa 1100 pagine), sia per il contenuto. All’inizio è stata un po’ dura, non riuscivo ad entrare nel contesto, nella storia, mi sembrava di essere dentro una stanza piccola e buia e non ne venivo a capo.
Poi lentamente sono riuscita a penetrare in questo grande romanzo, pieno, ricco di tanto, riflessioni sui vari aspetti della natura umana, l’esistenza di Dio, il rapporto con Esso, un romanzo così possente, che sarebbe il caso di leggerne delle pagine e poi rileggerle il giorno dopo per meglio comprenderle, un libro che deve decantare per essere apprezzato appieno, ma che allo stesso tempo deve avere una tempistica di lettura adatta al genere, non troppo lunga per non perdere il filo.
I personaggi, sono tutti molto caratteristici, singolari e particolari, quello che più mi ha affascinato è stato Kolja, anche se personaggio secondario.
La parte che maggiormente ho apprezzato è l’ultima, quella forse più “pratica” meno filosofica. E’ un romanzo del quale riconosco la grandezza, che sono soddisfatta di aver letto ma , dato il mio “sentire”, non sono riuscita ad apprezzare appieno come invece è capitato ad altri. Ho attribuito 4 stelle perché è un classico di potenza, perché sicuramente lo rielaborerò nel tempo, ma è stato un piacere altalenate, un po’ mi affascinava un po’ mi annoiava, e poi è mancato quel tocco, quello stimolo vibrante , quel guizzo per farmi dire: “ che meraviglia”!


P.S. per la traduttrice: si decida, il pestello era di bronzo o di rame?

CabepfirCabepfir wrote a review
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Spoiler Alert

I fratelli Karamazov era l’unico Dostoevskij maggiore che mi mancava. All’università, dopo che una professoressa con poco garbo ci rivelò l’assassino dopo averne parlato per pochi minuti, decisi che l’avrei letto a quarant'anni. E così ho fatto: ho iniziato a leggerlo poche settimane dopo il mio quarantesimo compleanno, e l’ho finito circa in un mese e mezzo.

Ho letto molto Dostoevskij in vita mia (L’idiota, Delitto e castigo, L’adolescente, Il giocatore, Le notti bianche, I Demoni, Umiliati e offesi, e quale racconto), sempre con grande piacere, eppure sempre – tranne, penso per Delitto e castigo, le Notti bianche, e in parte per l’Idiota – trovandolo eccessivo, esagerato, narratore non della realtà normale ma di una realtà esagitata, nevrotica, che manca di calma, chiarezza e risoluzione; inoltre, se escludiamo il finale di D&C, non mi è mai venuto da rileggerlo per trovarci qualcosa che mi parlasse personalmente. Mi scoprirò forse, dopo tanti anni, più tolstojana? Tolstoj sono sempre andata a rileggerlo, sia G&P (un po’ meno) sia AK (molto di più). Anna Karenina, pubblicato cinque anni prima dei Fratelli Karamazov, è un libro che mi parla, che anche quando descrive smarrimenti spirituali come quelli di Levin o di suo fratello, o della stessa Anna, è sempre chiaro e, come si direbbe in inglese, relatable, almeno per me (Levin è uno dei miei personaggi preferiti ever).

Qui nei Fratelli Karamazov siamo in un mondo completamente diverso, ancora più esagitato dei romanzi dostoevskijani precedenti, dove sono tutti o malati, o quasi malati, o isterici, o sull’orlo di una crisi isterica. Una semplice conversazione su té e pasticcini non esiste in questo libro. Gran parte dei dialoghi sono al limite della comprensibilità logica, cercando di riprodurre il discorso frammentato di personaggi in stato confusionario o quasi.

Ma comunque, non voglio arrischiarmi ad analisi testuali che al momento non mi competono. Voglio solo descrivere quella che è stata la mia esperienza di lettrice, lettrice che, come dicevo, ha una certa dimestichezza con l’opera di Dostoevskij e che non ha incontrato difficoltà ad immergersi anche in questa. Anzi, per tutta la prima metà, la narrazione tira avanti come un treno, spingendoti, spingendoti a leggere, a saperne di più, a vedere quello che succede. Si sa dalla prima pagina che avverrà un delitto, e la narrazione si lancia fino a quel punto senza concedere soste, senza cali di ritmo, andando avanti e indietro tra eventi successi a pochi giorni di distanza ed intrecciandoli. Quando avverrà il delitto? E come? La narrazione va avanti senza rallentare, il delitto avviene, e sembra che il ritmo regga ancora, durante l’interrogatorio preliminare del sospettato principale.

E, poi, a metà del secondo volume, il ritmo non cala, bensì precipita in un capitolo di una bruttezza imbarazzante (“I ragazzi”), per leggere il quale ho impiegato più o meno lo stesso tempo che avevo impiegato per le trecento pagine precedenti. La narrazione si risolleva un poco nella parte del processo, ma non completamente, e il romanzo si conclude con un’altra oscena perdita di tempo sui ragazzini.

Pesa, nel giudizio complessivo, il fatto che Dostoevskij, se fosse vissuto, avrebbe quasi certamente continuato a scrivere un seguito degli eventi, che avrebbe forse risolto tutti i nodi lasciati appesi (la relazione tra Alëša e Lise, il fato di Ivan, la relazione tra la signora Chochlakova e l’impiegato Perchotin, oltre ovviamente a Dmitrij, Katerina Ivanovna e Grušen’ka). Ma oltre alle trame dei singoli personaggi, resta quale grande sproporzione tra l’inizio e il finale del libro la presenza del monastero, che sembra avere un tale peso sugli eventi e che poi invece resta dimenticato nel secondo volume. Diciamo pure che, con la morte dello starets Zosima e poi di Fëdor Pavlovič, il romanzo perde due capisaldi opposti talmente forti da risultare in un drammatico squilibrio tra la potenza di tutta la prima metà e il finale zoppicante. Aggiungiamo anche il fatto che servirebbero almeno varie letture oltre a qualche volume di note per capire qualcosa dei due momenti ‘spirituali’ di Ivan (il racconto del grande inquisitore e il delirio con il demone, del quale, in tutta franchezza, non ho capito nulla).

Insomma, la mia esperienza di lettura è stata quella di un romanzo grandissimo ed entusiasmante, ma tutt’altro che perfetto, e inficiato dal suo essere incompleto o comunque non continuato. Quantomeno cassare tutta la parte di Iljuša (oscena) avrebbe giovato molto alla compattezza.

NerebiglieNerebiglie wrote a review
23
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Il giardino delle delizie

Quando si parla dei Fratelli Karamazov tanti sanno di cosa si sta parlando.

Un romanzo.

Un romanzo russo.

Un’opera di Dostoevskij.

Un libro lunghissimo.

Alcuni lo hanno iniziato, i più non lo hanno finito.

Mi sento un po’ una privilegiata all’idea di essere una di quelle persone che sa esattamente di cosa palra il romanzo, che l’ha letto tutto e che se l’è goduto fino in fondo.

Questa di Dostoevski jè senz’altro un’opera sostanziosa, eppure scivola talmente bene tra le dita e nelle trame della mente, che non ti accorgi di essere arrivato alla fine.

In questa storia c’è tutto. Nei secoli passati le persone non necessitavano di tv, radio, serie tv, soap opera, teleromanzi e, probabilmente, non ne avrebbero necessitato nemmeno se fossero già stati fruibili, già inventati, perché potevano prendere un libro come questo e trovarci dentro qualsiasi emozione e spunto riflessivo, qualsiasi filosofia e intreccio cercassero per svagare la mente e farla evadere.

Dostoevski pensa veramente a tutto, i fratelli Karamazov è un dipinto articolato, manieristico, minuzioso, un giardino delle delizie a mille pannelli.

Storia, intreccio, filosofia, morale, sentimento, innocenza, etica.. Un giallo, un noir, un romanzo d’appendice, un rosa di qualità… Una spy story, un legal crime… Religioso, educativo, dissoluto, promiscuo, crudele, violento, amorevole, benevolo, profondo e leggerissimo.

Vorrei giocare al “se fosse..” e annoiarvi dicendovi che questo libro è la ricetta perfetta composta da un milione di ingredienti, ma vi ho già premiati fin troppo parlandovi di un libro che non avete letto e che, invece, dovreste!

ChiattivaChiattiva wrote a review
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Il lassismo culturale a cui i romanzi moderni ci hanno abituati non ci fa più leggere, né apprezzare, libri come questo, uno di quei grandi romanzi dove la trama è un pretesto per filosofeggiare e psicanalizzare i personaggi, come accade per quasi tutti i classici della letteratura passati alla storia – penso a “Moby Dick”, alla “Montagna incantata” (di cui ho scritto qui), ecc. La trama, dunque, soggiace alla gran mole di domande, discussioni, riflessioni, scontri ideologici, moralità, razionalità e loro eterna lotta: insomma, i dubbi fondamentali dell’uomo. Analisi che si riduce, infine, alla dicotomia tra bene e male.
Sicuramente, anche per la presenza delle figure di Aleksej e Ivan, il romanzo è permeato dalla continua questione del dogma divino che, nel giudizio onnisciente dell’autore, si divide in quella condivisa dai due personaggi, e potrebbe quindi essere la più grossa illusione o la più grande speranza umana.
Infatti, Aleksej cerca la verità nella fede, mentre Ivan, al contrario, vorrebbe rinnegarla, senza però rendersi conto di farne, col suo famoso poemetto recitato a memoria al fratello, l’apologia. La fede in Dio, infatti, è, per Ivan, più che altro un non darsi spiegazione alle ingiustizie perpetrate sui più deboli, piuttosto che non credere.
Altro tema è il parricidio o, più in generale, l’omicidio, già affrontato nell’altro grande “Delitto e castigo”, e le figure del padre vero e di quello surrogato, che trovano una forma nella figura di Grigorij, anche lui colpito quasi a morte da Dmitrij, che invece prova il desiderio di uccidere il padre vero, con cui si contende l’amore di Grušenka.
Poi ci sono i fratelli veri e i fratellastri, e l’ascensione al ruolo di Karamazov, che non implica una linea nell’albero genealogico, e così anche per i padri, poiché, per Aleksej, il ruolo paterno è piuttosto rappresentato dallo starec Zosima, in un’evoluzione tutta spirituale.
Non scodiamoci, poi, che il romanzo non è solo blandamente metaforico, bensì permeato di simbolismo dalla prima alle ultime pagine, dove Dmitrij, condannato per un crimine non commesso, sostiene che non nel pensare si è, quanto si è nel dolore, nel quale c’è la vita e Dio stesso.
Cristiana VillaniCristiana Villani wrote a review
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Chiara WhiteChiara White wrote a review
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