Il battello bianco
by Tschingis Aitmatov
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Nelle foreste della Kirghisia, tra magnifiche montagne, c'è un posto di guardia, un pugno di case affacciate sul torrente. Ci abitano tre famiglie e un unico bambino, con la testa rotonda sul collo magro e le orecchie a sventola. Un bambino rimasto senza genitori, affidato alle cure di nonno Momun. Il bambino aspetta con ansia il passaggio dei pastori, per giocare con i loro figli intorno ai falò; si tuffa nel torrente sognando di trasformarsi in pesce e nuotare fino al lago, incontro al battello bianco che contempla ogni sera, con il binocolo, dalla cima del Monte Sentinella. Ammira ilavoratori del sovchoz e impara a schivare Orozkul, la guardia forestale, che quando beve diventa violento. Si addormenta ascoltando dalla voce del nonno le leggende della Valle di San Tas: echi di antiche battaglie lungo il fiume Enesaj, una grande cerva bianca che raccoglie due bambini smarriti e li porta lontano, a fondare una nuova stirpe. Un pomeriggio d'autunno le cornacchie gracchiano forte. Orozkul e nonno Momun marciano nella foresta, ciascuno immerso nei propri pensieri. Orozkul ha propositi loschi, il vecchio è costretto a seguirlo. Al rombo del torrente, cresce la tensione tra i due, gli scatti dispotici di Orozkul esasperano il nonno. Il nipote lo aspetta da ore davanti alla scuola. In un crescendo orchestrato alla perfezione, paure nascoste, speranze selvagge brillano per un attimo in tutta la loro forza, e ripiombano nelle crepe della realtà.

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elettraelettra wrote a review
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Agata e la tempestaAgata e la tempesta wrote a review
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Pipaluk63Pipaluk63 wrote a review
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È con una delicatezza notevole che lo scrittore russo kirghiso Aitmatov affronta una vicenda in bilico tra una storia di bambino, l'inizio di un romanzo di formazione ed il mito. Il piccolo, affidato ai nonni dai genitori fuggiti entrambi per strade diverse, cresce nella natura rigogliosa ed immutabile della foresta, una distesa di conifere e tremule ed altri alberi che si ammantano di incendiati colori autunnali e quindi di neve, che avvolgono le vette imbiancate, che delimitano prati e radure dedicate alle transumanze estive dei pastori. Dal monte Sentinella osserva il lago, il luogo lontano dove solca il battello bianco, dove forse lavora il padre. Compagni sono piccoli oggetti, come nelle infanzie solitarie, una cartella, un binocolo militare, le pietre del fiume dalle forme suggestive e dai nomi semplici. Nelle case dove risiedono vi è un assaggio di quelli che sono i rapporti umani, dominanza, soggezione, prevaricazione, viltà... E vanno ad affiancarsi alle piaghe di sempre, la sterilità della donna nei contesti rurali, l'alcolismo, l'abbandono delle terre dove si fatica per le millantate promesse delle città. Il bambino vive i suoi giorni lasciando scivolare le brutture e le violenze, vede e capisce, ma si affida ad un dialogo intimo con le cose, con gli alberi e con il fiume, ancora felice di quel luogo erto e selvaggio, sferzato dal vento e baciato dal silenzio della natura. Il nonno è l'unico ad avere cura di quel bambino, vi riversa i suoi ricordi, gli riserva la narrazione orale del popolo di cui fanno parte, dove racconti e mito si compenetrano. Aitmatov concede spazio alla bella storia della Madre cerva dalle ramose corna, una delicata leggenda che raccoglie l'origine dello spostamento del nomade popolo, il forte legame che queste genti avevano con quanto lo circondava. Il bambino si abbevera alle parole sognanti di quel nonno "inutile ed incapace", eppure ultimo anello di uomini e donne che avevano un legame tra loro e con il passato, con gli avi e la benevolenza degli elementi. Aitmatov dedica una storia lieve e poetica al mito quotidiano che si affida alla tradizione, quella che contiene rispetto ed equilibrio, che parla con voce calda delle poche gioie molto più che delle privazioni. Tra nonno e nipote risuona l'eco animistica delle antiche popolazioni nomadi, il vincolo della narrazione corale, il senso di un popolo. Dove il dolore della delusione, il vuoto lasciato dal perdere la fiducia nelle piccole certezze, giunge, non vi è spazio: il mondo si dilata in un luogo dove il senso si perde, e così il desiderio di restare. E se non si riuscirà a divenire quel pesce in grado di nuotare tra le rapide violente del fiume fino a raggiungere il Issyk Kul', il lago dove a volte biancheggia il battello, che nulla sia. Aitmatov parla lui stesso, in fine: tu hai respinto quel che il tuo animo di bambino non poteva accettare, e gli affida il rispetto dei piccoli eroi.
Un piccolo, delicato, gioiello, scritto da un uomo che è stato anche un politico attento all'ambientalismo in tempi non sospetti ed ai bisogni ed ai diritti delle minoranze etniche.
MarisMaris wrote a review
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Spoiler Alert
Un racconto a tratti poetico, velato di malinconica tristezza
Non conoscevo questo autore kirghiso e ho letto questo suo racconto con molta curiosità. Ebbene, non mi ha deluso.

La storia narrata, ambientata in una riserva forestale del Kirghizistan (Kirghisia) è quella di un bambino abbandonato dai genitori e cresciuto dal nonno materno, Momum, e dalla sua nuova burbera moglie.

In quel luogo dove la natura la fa da padrona e dove vivono solo altre poche persone, tra cui uno zio acquisito ubriacone e dai modi violenti, il bambino cresce selvatico, ma pieno di fantasia: i suoi amici, infatti, sono oggetti a cui lui parla come fossero essere animati. Rocce dalle forme particolari, una cartella nuova regalatagli dal nonno per cominciare ad andare a scuola, ma soprattutto un binocolo, con cui il piccolo scruta tutt’intorno alla riserva, arrampicandosi su un’ altura per scorgere il grande lago su cui vede spesso navigare un battello bianco, che nella sua mente immagina essere quello su cui lavora suo padre.

E’ un racconto che assume i toni della favola in alcuni punti, quando si parla di due storie: quella che nonno Momum narra sempre al nipotino, della grande Madre Cerva Ramose Corna che in un lontano passato ha salvato e allevato due bambini da cui discende il popolo Bugu; e quella che il protagonista narra al binocolo e alla cartella nuova, che parla di come lui un giorno si tramuterà in un pesce, per seguire l’acqua gelata del fiume fino al grande lago e per raggiungere finalmente il battello bianco e così ritrovare suo padre.

E’ un racconto a tratti poetico, velato di malinconica tristezza, come lo sono spesso le favole, e la scelta dell’autore di lasciare senza nome il bambino è significativa, proprio nell’ottica di questa sua solitudine ancor più interiore che esteriore.

Sicuramente un buon racconto per i ragazzi, ma anche per chi ragazzo non è più.
Eire go brachEire go brach wrote a review
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