Il buio oltre la siepe
by Harper Lee
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In una cittadina del "profondo" Sud degli Stati Uniti l'onesto avvocato Atticus Finch è incaricato della difesa d'ufficio di un "negro" accusato di violenza carnale; riuscirà a dimostrarne l'innocenza, ma l'uomo sarà ugualmente condannato a morte. La vicenda, che è solo l'episodio centrale del roman... More

Maurizio G's Review

Maurizio GMaurizio G wrote a review
04
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Il buio oltre il pregiudizio
È una storia che inizia in sordina e per diversi capitoli sembra tutt’altro da ciò verso cui improvvisamente virerà. Si può dire che per un terzo del romanzo non accada nulla, se non la presentazione dei personaggi della famiglia Finch, in particolare la crescita dei due marmocchi dell’avvocato Atticus Finch, Jem e Scout, oltremodo vivaci e curiosi ai limiti della temerarietà, e degli pastori del “presepe” Maycomb, villaggio dell’immaginaria contea omonima che ha conosciuto migliori fasti prima della Guerra di Secessione, come molti altri in Alabama e negli altri Stati ex confederati. Siamo ancora negli anni del post-proibizionismo, il 1935, e l’evento scandalo di Rosa Parks, arrestata perché non cedette il proprio posto a un bianco sull’autobus di Montgomery, è di là da venire di un paio di decenni.
Siamo nel profondo Sud ancora segregazionista settant’anni dopo che il XIII emendamento di Abraham Lincoln aveva abolito la schiavitù. Ma il tema razziale è ancora sullo sfondo, e il “buio oltre la siepe” (titolo italiano, quello originale suona ben diverso, «Uccidere un tordo beffeggiatore») sembra piuttosto quello oltre la siepe della famiglia Radley, dove vive Boo Radley, un ragazzo difficile che non esce di casa da 25 anni, le cui gesta, per latitanza di informazioni, sono tessute dalla mitologia e dalla maldicenza e ne fanno — soprattutto agli occhi dei due marmocchi Finch grazie alla loro vivida inventiva — la quintessenza del pericolo e della mostruosità.
Non sarà così. Lentamente, si fa chiaro attorno al vero epicentro della storia e si fa chiaro attorno alla figura inizialmente incerta, discreta, quasi retorica di Atticus Finch, accusato di essere un negrofilo perché difende un ragazzo di colore da un’accusa quasi certamente fabbricata ad arte ma gravissima: stupro di una ragazza bianca, roba da sedia elettrica in quel Sud e in quell’Alabama. A questo punto è chiaro che il buio oltre la siepe non è quello oltre la staccionata dei Radley, ma allegoricamente quello del pregiudizio sul colore della pelle, baluardo contro cui poche menti illuminate potevano produrre solo insignificanti scalfitture.
Il nucleo del romanzo è costituito dalle sedute del processo di primo grado all’imputato Tom Robinson. È là che si apre ai due giovani Finch una vista nuova sul mondo. Il concetto di giustizia prorompe nei loro cuori e nelle loro parole e rivela la sua esistenza nelle loro vite perché lo hanno visto calpestato davanti ai loro occhi. Il senso di giustizia diventa un grimaldello per scardinare preconcetti secolari, non in tutto il Sud e nemmeno nella piccola Maycomb, ma soltanto tra i rampolli di Atticus Finch.
Piccoli segnali che hanno dovuto attendere decenni per aggregarsi in veri cambiamenti. E quali cambiamenti? George Wallace, democratico dello stesso partito dei fratelli Kennedy, è stato un governatore segregazionista dell’Alabama dal 1963 al 1987. George Floyd, uomo di colore, è stato ucciso da un poliziotto bianco nel 2020. Non è stato sradicato il pregiudizio razziale, è cambiata l’opinione pubblica e di conseguenza sono cambiati gli excursus e talvolta gli esiti dei processi contro i bianchi che continuano a esercitarlo, non a parole ma in fatti criminosi. Non è abbastanza. Il romanzo di Harper Lee non è soltanto una bellissima, tristissima, verosimile, edificante storia: è un atto coraggioso di denuncia, pari a quello fatto vent’anni prima da Steinbeck con “Furore!”, di una società che si ritiene la patria della moderna democrazia e che non ha fatto i conti, ancora nel Terzo Millennio (Harper Lee ne sarebbe costernata se fosse viva, ma forse non del tutto sorpresa) con molti dei suoi fantasmi.
È il 1960 quando esce “Il buio oltre la siepe”. Non sono apparsi ancora sulla scena né Martin Luther King né Malcolm X, e nemmeno il governatore Wallace. Ciò non toglie che questo romanzo sia anche una storia di speranze. Le speranze si possono costruire anche sui libri. Scrivere è un’azione creativa, artistica, ma diventa inevitabilmente un atto politico quando mette il dito in una piaga sociale. Voglio citare a proposito delle speranza della Lee un passo del capitolo 22: “Chi in questa città ha mosso un dito per aiutare Tom Robinson, chi?” “I suoi amici di colore, intanto, e le persone come noi. Persone come il giudice Taylor. Persone come il signor Heck Tate. Smettila di mangiare e comincia a riflettere, Jem. Non hai mai pensato che non è stato un caso se il giudice Taylor ha incaricato Atticus di difendere quel ragazzo? Che il giudice Taylor potrebbe aver avuto le sue ragioni per affidare l’incarico a lui?” […] “Pensaci,” stava dicendo Miss Maudie. “Non è stato un caso. Ero seduta qui sulla veranda ieri sera, in attesa. Ho aspettato e aspettato di vedervi tornare tutti indietro, e mentre aspettavo ho pensato: Atticus Finch non vincerà, non può vincere, ma da queste parti è l’unico capace di tenere così a lungo una giuria in camera di consiglio in un caso come questo. E mi dicevo: ebbene, è un passo avanti… un passettino, ma sempre un passo avanti.”
Il finale è un assoluto capolavoro e non si può certo svelare: il lettore lo scoprirà da sé.
Maurizio GMaurizio G wrote a review
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Il buio oltre il pregiudizio
È una storia che inizia in sordina e per diversi capitoli sembra tutt’altro da ciò verso cui improvvisamente virerà. Si può dire che per un terzo del romanzo non accada nulla, se non la presentazione dei personaggi della famiglia Finch, in particolare la crescita dei due marmocchi dell’avvocato Atticus Finch, Jem e Scout, oltremodo vivaci e curiosi ai limiti della temerarietà, e degli pastori del “presepe” Maycomb, villaggio dell’immaginaria contea omonima che ha conosciuto migliori fasti prima della Guerra di Secessione, come molti altri in Alabama e negli altri Stati ex confederati. Siamo ancora negli anni del post-proibizionismo, il 1935, e l’evento scandalo di Rosa Parks, arrestata perché non cedette il proprio posto a un bianco sull’autobus di Montgomery, è di là da venire di un paio di decenni.
Siamo nel profondo Sud ancora segregazionista settant’anni dopo che il XIII emendamento di Abraham Lincoln aveva abolito la schiavitù. Ma il tema razziale è ancora sullo sfondo, e il “buio oltre la siepe” (titolo italiano, quello originale suona ben diverso, «Uccidere un tordo beffeggiatore») sembra piuttosto quello oltre la siepe della famiglia Radley, dove vive Boo Radley, un ragazzo difficile che non esce di casa da 25 anni, le cui gesta, per latitanza di informazioni, sono tessute dalla mitologia e dalla maldicenza e ne fanno — soprattutto agli occhi dei due marmocchi Finch grazie alla loro vivida inventiva — la quintessenza del pericolo e della mostruosità.
Non sarà così. Lentamente, si fa chiaro attorno al vero epicentro della storia e si fa chiaro attorno alla figura inizialmente incerta, discreta, quasi retorica di Atticus Finch, accusato di essere un negrofilo perché difende un ragazzo di colore da un’accusa quasi certamente fabbricata ad arte ma gravissima: stupro di una ragazza bianca, roba da sedia elettrica in quel Sud e in quell’Alabama. A questo punto è chiaro che il buio oltre la siepe non è quello oltre la staccionata dei Radley, ma allegoricamente quello del pregiudizio sul colore della pelle, baluardo contro cui poche menti illuminate potevano produrre solo insignificanti scalfitture.
Il nucleo del romanzo è costituito dalle sedute del processo di primo grado all’imputato Tom Robinson. È là che si apre ai due giovani Finch una vista nuova sul mondo. Il concetto di giustizia prorompe nei loro cuori e nelle loro parole e rivela la sua esistenza nelle loro vite perché lo hanno visto calpestato davanti ai loro occhi. Il senso di giustizia diventa un grimaldello per scardinare preconcetti secolari, non in tutto il Sud e nemmeno nella piccola Maycomb, ma soltanto tra i rampolli di Atticus Finch.
Piccoli segnali che hanno dovuto attendere decenni per aggregarsi in veri cambiamenti. E quali cambiamenti? George Wallace, democratico dello stesso partito dei fratelli Kennedy, è stato un governatore segregazionista dell’Alabama dal 1963 al 1987. George Floyd, uomo di colore, è stato ucciso da un poliziotto bianco nel 2020. Non è stato sradicato il pregiudizio razziale, è cambiata l’opinione pubblica e di conseguenza sono cambiati gli excursus e talvolta gli esiti dei processi contro i bianchi che continuano a esercitarlo, non a parole ma in fatti criminosi. Non è abbastanza. Il romanzo di Harper Lee non è soltanto una bellissima, tristissima, verosimile, edificante storia: è un atto coraggioso di denuncia, pari a quello fatto vent’anni prima da Steinbeck con “Furore!”, di una società che si ritiene la patria della moderna democrazia e che non ha fatto i conti, ancora nel Terzo Millennio (Harper Lee ne sarebbe costernata se fosse viva, ma forse non del tutto sorpresa) con molti dei suoi fantasmi.
È il 1960 quando esce “Il buio oltre la siepe”. Non sono apparsi ancora sulla scena né Martin Luther King né Malcolm X, e nemmeno il governatore Wallace. Ciò non toglie che questo romanzo sia anche una storia di speranze. Le speranze si possono costruire anche sui libri. Scrivere è un’azione creativa, artistica, ma diventa inevitabilmente un atto politico quando mette il dito in una piaga sociale. Voglio citare a proposito delle speranza della Lee un passo del capitolo 22: “Chi in questa città ha mosso un dito per aiutare Tom Robinson, chi?” “I suoi amici di colore, intanto, e le persone come noi. Persone come il giudice Taylor. Persone come il signor Heck Tate. Smettila di mangiare e comincia a riflettere, Jem. Non hai mai pensato che non è stato un caso se il giudice Taylor ha incaricato Atticus di difendere quel ragazzo? Che il giudice Taylor potrebbe aver avuto le sue ragioni per affidare l’incarico a lui?” […] “Pensaci,” stava dicendo Miss Maudie. “Non è stato un caso. Ero seduta qui sulla veranda ieri sera, in attesa. Ho aspettato e aspettato di vedervi tornare tutti indietro, e mentre aspettavo ho pensato: Atticus Finch non vincerà, non può vincere, ma da queste parti è l’unico capace di tenere così a lungo una giuria in camera di consiglio in un caso come questo. E mi dicevo: ebbene, è un passo avanti… un passettino, ma sempre un passo avanti.”
Il finale è un assoluto capolavoro e non si può certo svelare: il lettore lo scoprirà da sé.