Il cacciatore di aquiloni
by Khaled Hosseini
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Si dice che il tempo guarisca ogni ferita. Ma, per Amir, il passato è una bestia dai lunghi artigli, pronta a riacciuffarlo quando meno se lo aspetta. Sono trascorsi molti anni dal giorno in cui la vita del suo amico Hassan è cambiata per sempre in un vicolo di Kabul. Quel giorno, Amir ha commesso una colpa terribile. Così, quando una telefonata inattesa lo raggiunge nella sua casa di San Francisco, capisce di non avere scelta: deve tornare a casa, per trovare il figlio di Hassan e saldare i conti con i propri errori mai espiati. Ma ad attenderlo, a Kabul, non ci sono solo i fantasmi della sua coscienza. C'è una scoperta sconvolgente, in un mondo violento e sinistro dove le donne sono invisibili, la bellezza è fuorilegge e gli aquiloni non volano più.

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Maurizio GMaurizio G wrote a review
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La redenzione di una colpa
Non è per snobismo, ma non leggo mai un libro finché è sulla cresta dell’onda. Nutro sempre un certo sospetto per il successo travolgente in letteratura. Lo ammetto: non sempre è una resistenza fondata. Come riconoscere il fumo dall’arrosto? Solo con l’esperienza della lettura diretta. È chiaro che, sia pure a distanza di mezzo secolo, sia Il Maestro e Margherita che L’amica geniale siano stati campioni di vendita, ma è altrettanto evidente che il primo fa parte della storia della letteratura, mentre il secondo non ci entrerà mai. Resto fedele a questa scelta. Preferisco lasciar decantare il clamore, veder abbassare il polverone del passaparola e, quando tutti sembrano aver dimenticato un best seller, solo allora mi lascio sedurre o meno dal suo titolo e da ciò che evoca in me. Ho impiegato decenni prima di leggere, per fare due esempi opposti, Il nome della rosa (1980) e Shantaram (2003). Il cacciatore di aquiloni (anch’esso del 2003) appartiene per me a questa categoria di scoperte tardive e, anche per questo, più gradite perché in parte inattese.
Il romanzo di Khaled Hosseini è una di quelle storie che, siano esse scritte su un libro o raccontate scenicamente in un film, non lasciano il lettore uguale a prima. È come una giornata che, annunciatasi con i colori tenui dell’aurora, smentisca se stessa e sia dominata da una tempesta distruttiva, che si abbatte ovunque, che si dispera possa finire, invece si placa e ci riserva un meraviglioso crepuscolo su un orizzonte senza nuvole. Tanti sono i motivi per cui ti resta dentro. In primo luogo, ti fa entrare nel sangue l’Afghanistan e la sua gente, terra martoriata, e te la offre con la verità che un corposo libro di storia non potrebbe mai evocare. Inoltre, parti più poetiche e contemplative convivono con fasi avventurose, che creano un senso di suspense in chi legge, o con episodi tragici che lo riempiono di indignazione e di pena. Infine, non c’è quasi sentimento umano che durante il suo drammatico svolgimento non ci passi sotto gli occhi: la tenerezza di un’amicizia infantile, il senso profondo dell’onore proprio e del rispetto altrui, l’amore filiale, o paterno, per una moglie o un marito, la crudeltà sadica del male senza scopo, in poche parole la disperazione e la speranza. Khaled Hosseini ha scoperchiato il vaso di Pandora dell’Afghanistan innanzitutto, credo, per se stesso, per avere sempre sotto gli occhi la terra che adolescente ha dovuto abbandonare, e poi per rendere un tributo permanente a tutte le vittime di quei mali che, ahinoi, il 2021 ha riacuito tornando a incombere come un incubo dimenticato sulle teste di coloro che non hanno potuto fuggire come fece lo scrittore nel 1980.
Il romanzo è in fine dei conti la storia degli errori di Amir, un uomo che narra in prima persona: dei suoi tentativi di espiazione e poi di redenzione. Fin quasi alla fine continua a commetterne, rischiando di compromettere l’esito dell’ultima di queste prove, quella in cui tutto è in gioco, la vita sua e di un bambino che deve trascinare fuori dall’inferno in cui lui stesso è convinto di averlo fatto precipitare, un quarto di secolo prima, quando neanche era nato. Non la prima, ma la seconda via è quella giusta. «Io ritengo, Amir jan, che ci sia vera redenzione solo quando la colpa spinge a fare del bene. So che alla fine Dio perdonerà. Perdonerà tuo padre, me e anche te. Spero che tu possa fare la stessa cosa. Perdona tuo padre, se puoi. Perdona me, se vuoi. Ma soprattutto perdona te stesso», questo scrive ad Amir l’amico affezionato suo e di suo padre, Rahim Khan, prima di morire.
Sembra incredibile che questa perla narrativa sia l’opera prima di un medico poco meno che quarantenne. La lunga serie di ringraziamenti in fondo al libro non può aver fatto il miracolo di trasformare un brutto anatroccolo in un cigno. Hosseini ha il dono rarissimo di catturare il cuore e la mente del lettore tanto con le sue immagini alate, quanto con la sua dolce ironia e con il crudo pathos con cui fa rivivere la tragedia del suo popolo. Un libro commovente dall’inizio alla fine, intriso di poesia perfino nei momenti in cui rappresenta il male inguardabile — la violenza sui bambini, una lapidazione di adulteri in uno stadio affollato e urlante. Una scrittura felice e ispirata, senza un calo, senza una pagina in cui tira il fiato, capace di evocare in modo avvincente, nella sua parte iniziale, tutta la tavolozza di emozioni che possono attraversare un bambino e, in quella finale, tutte le vie di comprensione di sé che la vita offre come riscatto a un adulto spaesato.
Il flashback che occupa la prima metà del romanzo nasce da un pretesto nell’adulto Amir. «Sono diventato la persona che sono oggi all'età di dodici anni, in una gelida giornata invernale del 1975. Ricordo il momento preciso: ero accovacciato dietro un muro di argilla mezzo diroccato e sbirciavo di nascosto nel vicolo lungo il torrente ghiacciato. È stato tanto tempo fa. Ma non è vero, come dicono molti, che si possa seppellire il passato. Il passato si aggrappa con i suoi artigli al presente. Sono ventisei anni che sbircio di nascosto in quel vicolo deserto.» Che cosa è accaduto in quel vicolo ce lo dirà il seguito della storia, ma per Amir dev’essere qualcosa di imperdonabile. «Nell'estate del 2001 mi telefonò dal Pakistan il mio amico Rahim Khan. Mi chiese di andare a trovarlo. In piedi in cucina, il ricevitore incollato all'orecchio, sapevo che in linea non c’era solo Rahim Khan. C'era anche il mio passato di peccati non espiati. […] Improvvisamente sentii la voce di Hassan che mi sussurrava: Per te qualsiasi cosa. Hassan, il cacciatore di aquiloni.»
Raramente nelle mie tante letture mi sono imbattuto in un racconto dell’amicizia infantile così spietatamente realistico, lucido e al tempo stesso delicato come quello che Khaled Hosseini ci propone nel suo romanzo. La figura del piccolo Hassan è indimenticabile (come lo è quella di suo figlio Sohrab), circondata da un alone di magia, di innocenza e astuzia fanciullesche e, sebbene la storia sia ambientata in un periodo di relativa tregua, subito prima dei decenni più tragici per la terra afghana, la mente non può correre ai tanti Hassan e Amir (a ancor più alle loro sorelle) che rivivono oggi il tormento di un’infanzia rubata dopo l’illusione di aver finalmente conquistato uno status, se non di benessere, almeno di pace e di libertà. L’Occidente si è limitato a sventolare per vent’anni questa promessa a questo popolo martirizzato, salvo poi portarsela via nelle sue fortezze volanti, nei suoi aerei depressurizzati, riservati solo ai diplomatici in fuga e ai loro pochi protetti.
Non è un’amicizia tra uguali, quella tra Amir e Hassan. Amir è un pashtun, l’etnia dominante afghana, è il rampollo di un ricco commerciante e di una stirpe prestigiosa. Hassan è un hazara, lineamenti mongolici, fa parte di una malvista, vessata minoranza sciita in un Paese sunnita e che, con i talebani, sarà vittima di operazioni di pulizia etnica. È un servo, non ha accesso alla scuola, è analfabeta come suo padre. Ma l’ignorante Hassan è stato ricompensato della sfortuna di nascere hazara: è coraggioso, saggio, scaltro quando serve, al tempo stesso buono e onesto fino all’incorruttibilità, insomma conosce già i veri valori della vita, tutte qualità che il colto Amir, per quanti libri possa aver letto, si strugge di non possedere. «Rahim, un ragazzo che non sa difendere se stesso diventerà un uomo che non saprà difendere niente», si confessa un giorno con l’amico il padre di Amir. Quali possano essere gli estremi confini di un’amicizia infantile ce lo racconta la loro storia: da una parte la devozione incrollabile, dall’altra il tradimento. Per te qualsiasi cosa, Amir agha. Tocca ad Amir la parte esecrabile, alla quale egli non ha la forza fisica e morale di opporsi (una parte di sé, la più ignobile, la desidera perfino). Quanto più a prova di tutto si dimostra la fedeltà di Hassan, tanto più Amir si chiude nella propria impotenza e tanto maggiori sono le prove cui finisce per sottoporre quasi suo malgrado Hassan, punendo in fondo più se stesso che il proprio amico, che ne esce con un’aureola di santificazione e martirio. E pronunciando la più infame delle sue menzogne, compiendo il misfatto che allontanerà inevitabilmente Ali e Hassan dalla sua casa, si rende conto di amare la sua vittima più di ogni altra persona al mondo. Non è solo viltà, c’è lo zampino dell’invidia verso la benevolenza con cui Baba sahib, il padre di Amir (come tutti lo chiamano), tratta Hassan: come un secondo figlio (alla fine se ne scoprirà il motivo), così come tratta da fratello suo padre, il poliomielitico Ali con cui è cresciuto da quando suo padre il giudice lo accolse orfano in casa sua. La figura di Baba giganteggia accanto alle miserie di Amir e, se da una parte riempie di orgoglio il figlio, dall’altra lo avvilisce per il fatto di non sentirsi degno di tale padre, un uomo per cui l’onore proprio e il rispetto verso gli altri sono valori incrollabili. Durante la fuga rocambolesca dalla Kabul occupata dai sovietici, che «avevano spaccato la città in due gruppi: le spie e gli spiati, nessuno sapeva chi appartenesse al primo gruppo e chi al secondo», il padre di Amir mette a repentaglio la propria vita pur di salvare l’onore di una donna che neppure conosce, nel camion che li trasporta in segreto in Pakistan.
Fu analoga la sorte dello scrittore quando quindicenne, nel 1980, durante l’occupazione sovietica, si mise in salvo con la famiglia (una famiglia di borghesi privilegiati, padre diplomatico) negli Stati Uniti per iniziare lì una nuova vita. Per questo, verosimilmente, ci racconta “l’altra faccia di una fuga dall’Afghanistan”, quella di Baba e di suo figlio Amir, come un’odissea in cui sono sottoposti a umiliazioni, brutture, crudeltà. Per questo dà voce a una sofferenza che lui si è forse risparmiato, benché è evidente che lo sradicamento e l’esilio siano esperienze comuni tanto all’autore quanto ai suoi personaggi.
L’America sarà il Paese delle libertà, ma per Baba è un luogo in cui non si riconosce e dove non vede rispettato il sistema valoriale del suo Afghanistan. «In questo paese persino gli insetti hanno sempre fretta», impreca con lo scacciamosche in mano. Questo gli brucia, più ancora del declassamento sociale o di quella lingua incomprensibile che si rifiuta di imparare oltre il minimo indispensabile. «Per me, l'America era il luogo in cui seppellire i miei ricordi. Per Baba, il luogo dove piangere i suoi», racconta Amir. Il diploma del figlio è un’occasione per tirare fuori il vecchio carattere leonino di Baba. In un bar qualunque, col suo inglese stentato, offre da bere a tutti e quando se ne va la gente cerca di trattenerlo. « Kabul, Peshawar, Fremont. Baba era se stesso ovunque, pensai sorridendo».
Ma per quante forze abbia in corpo questo gigante buono, per lui è troppo tardi per ricominciare una nuova vita. Lavora in una stazione di servizio, la domenica arrotonda vendendo roba usata che il sabato raccatta in giro con il figlio. In quel mercato delle pulci c’è una zona popolata da afghani, dove si conoscono tutti e dove Baba ritrova vecchie conoscenze: spesso si tratta di generali, chirurghi, diplomatici che hanno anche loro dovuto iniziare da capo e prestarsi a fare i rivenduglioli. Così si concentra sul figlio, vuole che vada all’Università, che diventi un dottore o un avvocato. Resta deluso quando Amir dichiara che si iscriverà alla facolta di Lettere perché vuole diventare uno scrittore. Ma morirà felice poco dopo che Amir sposa Soraya, figlia di un generale suo amico.
«L'America era diversa. L'America era un fiume che scorreva tumultuoso, immemore del passato. Potevo immergermi in questo fiume lasciando che i miei peccati venissero trascinati verso il fondo, lasciandomi trasportare lontano. In qualche luogo senza spettri, senza ricordi, senza peccati. Se non per altro, almeno per questo io abbracciai l'America.» Al contrario del padre, Amir è giovane e riesce nel suo intento. Si laurea. Scrive romanzi che vengono pubblicati e riscuotono successo. Con Soraya (che insegna) tentano di aver figli senza riuscirci e questo è il solo cruccio di una coppia per il resto felice. Non sa che la lettera di Rahim Khan lo farà precipitare nell’inferno. L’inferno di Kabul sotto i talebani nel 2001. Una Kabul irriconoscibile, dove inutilmente Amir cerca di ritrovare le tracce della propria infanzia. In giro solo mendicanti, in gran parte bambini vestiti di stracci, oppure donne misere con il burka. «Le guerre avevano reso i padri un lusso in Afghanistan».
Ma un morente Rahim Khan gli consegna una sorta di testamento morale dall'esecuzione ineludibile: lo mette davanti ai suoi doveri, alle colpe da cui non si potrà mai liberare con le punizioni, soltanto con un atto di sconsiderata generosità, passando attraverso le fiamme dell’inferno in terra. «Il fatto è che voi afghani... be’, siete come dire... sconsiderati», gli aveva detto un taxista a Peshawar.
Sono innumerevoli le immagini che restano negli occhi di questa incredibile odissea umana di Amir alla ricerca di un nipote di cui non sospettava l’esistenza, ma una mi ha spinto alle lacrime. Quando Amir giunge all’orfanotrofio dove si aspetta di trarre in salvo il figlio sopravvissuto del suo amico d’infanzia (e fratellastro) Hassan, e convince con una serie di argomenti un sospettoso direttore ad aprirgli e a fargli confessare che conosce il bambino, non ci si può non commuovere: « — Ascolti, conoscevo il padre di Sohrab — dissi. — Si chiamava Hassan. Sua madre si chiamava Farzana. Lui chiamava sua nonna Sasa. Sa leggere e scrivere. È bravo con la fionda. C’è una speranza per lui, una via d'uscita. Per favore, apra la porta. — Dall'altra parte solo silenzio. — Io sono suo zio. — Dopo un momento, sentimmo la chiave girare nella serratura. Nella fessura riapparve il viso dell’uomo. — Su un punto si è sbagliato. — Quale? — Sohrab non è bravo, è straordinario con la fionda.»
Questo romanzo dà modo e tempo di entrare nella mentalità di un afghano, di comprendere usi e costumi di un Paese straordinario, misconosciuto e negletto. «Prendi due afghani che non si siano mai conosciuti e lasciali in una stanza per dieci minuti, vedrai che scopriranno di essere parenti». Un Paese con un destino di territorio di conquista per la sua posizione strategica, che in passato ne fece tappa sulla Via della Seta e in epoche più recenti ne ha decretato la sorte di vaso di coccio tra vasi di ferro — la Russia, il Pakinstan, l’India.
Il miracolo dell’osmosi armonica di due culture distanti è quello che abbiamo sotto gli occhi ne Il cacciatore di aquiloni. Esattamente come il suo personaggio Amir (forse l’unico io narrante della letteratura che sia un romanziere nella vita), Hosseini ha vissuto gran parte della sua vita negli States, vi ha studiato, vi si è laureato in Medicina. Ha assorbito le cose migliori dell’Occidente semplicemente sovrapponendole alle sue radici afghane, senza rimuovere o rinnegare nulla del proprio passato, della propria memoria, delle proprie tradizioni familiari. Questa, a ben vedere, è la lezione più importante che possiamo trarre da questa lettura, al di là del suo valore letterario o etico.
ManuManu wrote a review
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Aquiloni che volano in cielo come simbolo di libertà.
Il cacciatore di aquiloni è il romanzo d’esordio di Hosseini, un esordio non esattamente “in punta di piedi”. Lo scrittore Afghano guadagnerà infatti l’apprezzamento sia del pubblico sia della critica sin da subito, con questo libro d’impatto, che racconta la storia di due ragazzi di Kabul. 
Amir e Hassan, i protagonisti, sono amici da sempre. Il papà di Hassan lavora come domestico nella casa di Amir e suo padre, per questo i due ragazzi creano un legame molto forte tra di loro fin dall’infanzia. Amir è un bambino timido, molto intelligente e curioso, Hassan invece è vivace, coraggioso e leale, soprattutto quando si tratta di difendere il suo migliore amico. Uno dei giochi che amano maggiormente è quello di far volare gli aquiloni in cielo, passatempo che rafforza il rapporto tra i due. Ogni anno si svolge un torneo in cui per vincere bisogna tagliare il filo degli aquiloni degli altri partecipanti con il proprio, una sorta di battaglia. In quelle occasioni il cielo sopra Kabul si riempie di colori e tutti i bambini partecipano entusiasti all’evento. Il giorno in cui Amir e Hassan riusciranno a trionfare, accade qualcosa che li segnerà entrambi per sempre, incrinando il loro rapporto. Da qui la storia prende svolte inaspettate, mentre sullo sfondo l’Afghanistan viene invaso ed entra in una guerra che tutt’oggi sembra non avere una fine. Ciò che succede in seguito è tutto da scoprire immergendosi nella storia. 
Come in ogni romanzo di Hosseini non mancano il dolore e la sofferenza che caratterizzano la vita di tutti gli Afghani, ma allo stesso tempo non manca nemmeno la speranza. Il cacciatore di aquiloni racconta una storia triste con qualche risvolto positivo e lo fa con lo stile che contraddistinguerà anche i romanzi successivi dell’autore, fatto da una scrittura fortemente emotiva, personaggi valorosi cui però non vengono celati i difetti e una descrizione della terra natia realistica e dolorosa. Un romanzo bello e appassionante, da gustarsi fino in fondo, consapevoli che qua e là non mancano lacrime e dispiaceri.
Marzia RussoMarzia Russo wrote a review
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Pasquale De DonnoPasquale De Donno wrote a review
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MauriziaMaurizia wrote a review
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Una storia raccontata molto bene e in cui si poteva ritrovare anche il gusto di identificarsi e ritrovare quel senso di appartenenza a vecchie famiglie arcaiche che erano il racconto di un'Asia non troppo lontana per usi costumi e tradizioni, di quando il "globo" non era stato ancora sconvolto da un eccesso di "occidentalizzazione" e sembravamo essere tutti sulla stessa strada di un lento e naturale cambiamento. Letta quando una storia sembrava una storia per cui un giorno ci sarebbe stata una soluzione ed un lieto fine, una sorta di romanzo di formazione in cui tutti i contrasti ed i conflitti si sarebbero ricomposti. Non è stato così.
Leggo testualmente cercando nell'"oceano dell'informazione" la parola talebani, come oggi facciamo tutti - anzi, non tutti : "Studenti delle scuole coraniche finanziate in buona parte dall'Arabia Saudita e legate alle tradizioni di pensiero del wahabismo sunnita teso alla ricerca della purezza originaria dell'Islam." Rimango basita, "la purezza originaria dell'Islam". E' come se avessero subito un processo inverso al nostro, noi arriviamo dal Cristianesimo e attraverso la secolarizzazione dei suoi valori alla "Persoenlichkeitszivilisation" di Husserl e su cui, forse anche apparentemente ma indubbiamente è un valore che riconosciamo, si fonda la nostra cultura occidentale che però è diventata atea. E' per questo che hanno deciso di farci la guerra? Odiano il nostro modo di essere, ci giudicano corrotti e senza Dio ma è di loro stessi che hanno paura, paura di essere sconvolti, di non avere il controllo delle situazioni e così mentre noi barcolliamo sulla difficile strada della libertà loro correggono il tiro e ci dicono: "guai a voi".
euridiceaeuridicea wrote a review
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