Il canto di Penelope
by Margaret Atwood
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Dall'Ade, dove può finalmente dire la verità senza temere la vendetta degli dèi, Penelope, moglie di Ulisse, racconta la sua storia. Figlia di una ninfa e del re di Sparta, da bambina rischia di essere affogata dal padre, turbato da una profezia. Sposa di Ulisse, subisce le angherie dei suoceri, vede scoppiare la guerra di Troia a causa della sciocca cugina Elena, e dopo anni di solitudine deve respingere l'assalto dei Proci. Al ritorno di Ulisse assiste angosciata alla vendetta che colpisce le ancelle infedeli e perciò impiccate; e la morte di quelle fanciulle che le erano amiche la perseguita anche nell'Ade. Il romanzo riscrive il mito greco attingendo a versioni diverse da quelle confluite nell'Odissea, secondo un punto di vista femminile.

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RobertabelliniRobertabellini wrote a review
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SensationDariaSensationDaria wrote a review
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𝙄𝙡 𝙘𝙖𝙣𝙩𝙤 𝙙𝙞 𝙋𝙚𝙣𝙚𝙡𝙤𝙥𝙚 per me è stata la prima delusione dell’anno.

Quello della Atwood è un ottimo intento: provare a rispondere alle incongruenze epiche e mettersi dalla parte delle donne, all’epoca schiacciate pesantemente dal sistema patriarcale; ma lo risolve in modo, a mio parere, fin troppo anacronistico.
“Mi occuperò io di questo tesoruccio” suona abbastanza ridicolo nel contesto in cui si muovono personaggi e vicende.
Ho apprezzato la struttura del romanzo con la sua alternanza di prosa e poesia, quest’ultima portavoce del coro delle dodici schiave uccise da Telemaco; e anche l’ambientazione da cui il canto di Penelope si eleva: l’Ade. Mi aspettavo però un canto impetuoso e struggente, forte e teatrale. E invece mi sono imbattuta in un lamento lezioso e gossipparo, a tratti fastidioso.

É 𝙨𝙩𝙧𝙖𝙗𝙞𝙡𝙞𝙖𝙣𝙩𝙚 𝙫𝙚𝙙𝙚𝙧𝙚 𝙘𝙤𝙢𝙚 𝙞 𝙫𝙞𝙫𝙞 𝙨𝙚𝙜𝙪𝙞𝙩𝙞𝙣𝙤 𝙖 𝙞𝙢𝙥𝙤𝙧𝙩𝙪𝙣𝙖𝙧𝙚 𝙞 𝙢𝙤𝙧𝙩𝙞.

Nell’ultima parte l’autrice mette in scena un processo-farsa a Odisseo. Le tematiche sollevate in questo breve romanzo sono importantissime: evidenzia come lo stupro e il ruolo della donna siano stati per secoli normalizzati e assoggettati al volere dei potenti (maschi). Sono tematiche assolutamente attuali, ma rigiro l’osservazione della Atwood a lei stessa. Serve davvero fare il processo a Odisseo a distanza di secoli per risolvere il problema? Io credo che sicuramente serva prenderne atto per ricostruire come nella storia certi comportamenti sia nati, siano stati accettati, più o meno passivamente, siano stati tramandati fino a noi e come, ancora oggi, sia difficile rompere dei gioghi palesemente incatenanti.
È una lettura che sicuramente crea scompiglio, che porta alla riflessione, che stimola il confronto non solo con l’autrice ma anche con la storia e soprattutto fra lettori. Ne riconosco l’importanza e ne riconosco anche l’originalità espressiva e di analisi, ma è stato un romanzo che purtroppo non ha incontrato il mio gusto.
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Spoiler Alert
Se volessi essere breve e lapidaria riassumerei questo libro come “una beddamadre santissima falsa come una banconota da tre euro si imbroda per tutto il tempo, e cerca di convincere senza successo chi legge di essere un fulgido esempio di donna e moglie, paziente ma soprattutto saggia.”
La pazienza si potrebbe non mettere in dubbio.
Sulla saggezza deve ancora lavorarci, ma ha i millenni dalla sua per provarci.

La storia, come al solito quando una scrittrice si mette in testa di farci entrare nel cuore e nella testa di un’eroina del mito antico, non aggiunge nulla più di quello che si potrebbe apprendere da una lezione sull’Odissea fatta al liceo. Si narra di Penelope, principessa di Sparta, figlia di Icario e Peribea (una ninfa marina) e cugina della famosa Elena: di come ancora neonata fu gettata in mare per ordine del padre e salvata da uno stormo di anatre (da qui il soprannome Anatroccola, ci dice la Atwood). Del matrimonio con Odisseo, della lunga lontananza di lui, della spasmodica attesa in quel di Itaca. Del famoso inganno della “tela”, in realtà un sudario intessuto per il suocero Laerte e disfatto di nascosto la notte per ritardare il momento di dover concedersi a uno dei giovani nobili giunti a prendere il posto dell’apparentemente defunto marito.
E poco, pochissimo altro.
Ora Penelope si è lasciata alle spalle le spoglie mortali.
Nell’Ade, come spirito, ha finalmente, dice lei, occasione di mettersi a nudo e raccontare la verità per difendersi dalle calunnie subite sia in vita che dopo: nella realtà il suo sarà un ignobile pippone da piagnina in cui non verranno lesinati ditini puntati verso chiunque non siano lei e il suo degno marito.

Le premesse, a dire il vero, erano incoraggianti: Penelope nelle prime pagine del romanzo sembra disprezzare l’immagine che la storia aveva dato di lei: “Una leggenda edificante. Un bastone con cui picchiare le altre donne. Non avrebbero potuto essere assennate, oneste, pazienti com’ero stata io?”, dice di sé, e subito dopo sembra prendere le distanze dal modo in cui interagiva col marito: “Io certo riconoscevo gli indizi della sua scaltrezza, della sua malizia e della sua assenza di scrupoli, ma cercavo di non dar loro peso. Tenevo la bocca chiusa, o se l’aprivo era per tessere le sue lodi. Non lo contraddicevo, non gli rivolgevo domande che potessero infastidirlo, non approfondivo le discussioni. A quel tempo credevo nelle soluzioni felici, che si ottengono tenendo chiuse le porte e andando a dormire se soffia la tempesta.”.
La morte, parrebbe a una prima analisi, gli ha portato saggezza, parla al passato e con un certo distacco, come se quella Penelope le fosse estranea. Però già vediamo che la cosa che più le preme è difendersi dalle brutte voci.
E quali sono queste brutte voci? Che non è stata abbastanza fedele e paziente.
Già qui chi si aspettava qualche sovversiva visione del personaggio può cominciare a sudar freddo.

Andando avanti le cose peggiorano e sembra di ritrovarsi nel più becero dei gruppi di mamme pancine: l’arcinemica mortale di Penelope infatti, ed è una cosa che verrà rimarcata per tutte e 153 le pagine di questa incessante martellata ai coglioni, è Elena, qui proposta in una versione assolutamente nuova e mai affrontata dalla letteratura mondiale, la femme fatale egoista e cornificatrice che tanto fa soffrire il povero, ricco e ingenuo Menelao.
Penelope ci tiene subito a prendere le distanze da lei:

“Non ero una divoratrice di uomini, non ero una sirena, non ero come mia cugina Elena che voleva sedurre solo per dimostrare di poterlo fare”.
In due righe viene identificata Elena: una civettuola ben confezionata col piglio da arrogante Queen Bitch del liceo, immancabile se vuoi ispirare le simpatie della lettrice anatroccola che non vuole essere un mignottone incipriato. Quando dovrà affrontare i proci ci terrà a ribadire più volte che lei FINGE di non disprezzare il loro corteggiamente, così come mai nella vita s’è sognata di cedere.
Peccato che la gallina che canta ha fatto l’uovo…
Ma non lasciamoci distrarre, ora stiamo parlando della demoniaca maliarda di Troia:

Spesso ripetei a me stessa che forse, se Elena non fosse stata accecata dalla vanità, saremmo stati risparmiati dai dolori e dalle sofferenze che il suo egoismo e la sua folle bramosia scaraventarono sulle nostre teste. Non avrebbe potuto condurre una vita normale? No, le vite normali sono noiose e Elena aveva troppe ambizioni. Voleva essere celebre, non far parte del gregge.”
Aveva ambizioni ed essendo bella voleva attenzioni insomma.
Cattiva Elena. Cattiva!

“Telemaco era andato da Menelao. Proprio da Menelao. Menelao il ricco, Menelao lo zuccone, Menelao dalla voce forte, Menelao il cornuto, Menelao il marito di Elena – di mia cugina Elena, Elena la bella, Elena la cagna velenosa, causa principale di tutte le mie sventure.”
Non appena smetto di ridere per questa ignobile sagra del luogo comune e continuo a sperare che il libro sia una presa per i fondelli al lettore e termini con Elena che salta fuori dalla pagina e grida “vi ho trollato tutti, Penelope è una sfigata, viva la figa e abbasso Odisseo!”, comincio a pensare che Penelope abbia un serio problema a comprendere la realtà, soprattutto fatica a comprendere di aver sposato un coglione.
Tratto tipico di tutte le persone sagge.
Perché forse se ci rifletti un attimo, Penelope, la causa principale di tutte le tue sventure potrebbe essere tuo marito, che in passato ha chiesto la mano di Elena perché era una bella guagliona di stirpe nobile e poi ha ripiegato su di te, che fa patti di alleanza militare con altri principi della zona senza sapersene poi svicolare al momento di partire alla volta di Troia (segno che forse non è così tanto furbo come afferma di essere, in questo vi siete trovati), che non sa tenersi il pisello nella tunica e va offrendo piacere a tutte le ninfe del mediterraneo. No?
No, è colpa di Elena.

Penelope è talmente ossessionata da Elena da non pensare quasi ad altro, divorata dalla paura che possa sedurle il marito anche se la si sente affermare a più riprese che proprio non è attratta dalle capre di Itaca e dalle gambe corte di Odisseo (in più, non è certo persona da farsi irretire dalla sua lingua d’argento visto che a detta della stessa autrice Elena è scema e sa solo sedurre, anche se a conti fatti la cretina infelice mi sembra un'altra). Da donna superiore e modello di femminilità da perseguire, arriverà al punto di trarre godimento dalle pietose bugie di Telemaco di ritorno dalla corte di Menelao, che la descriverà come un cesso rugoso al solo scopo di far piacere alla madre. Brava Penelope, la tua rivale ha le rughe, gioisci!
Lezioni di femminismo ovunque...

Neppure nell’oltretomba viene concesso ad Elena un momento di umanità, neppure per un secondo a noi lettori viene fatto venire il dubbio tra le righe che forse oltre alla puttana descritta da una invidiosa Penelope ci sia qualcosina di più. La vedremo vagare con uno stuolo di fan al seguito pronta a denudarsi in vista di un bagno.
Anche con Clitennestra del resto non si va leggeri.
Ma chi può raggiungere gli standard inarrivabili di Penelope?
Anche se a causa sua, le farà notare la cugina, Odisseo ha ucciso molti innocenti tra cui dodici ancelle a cui dice essere particolarmente affezionata (talmente affezionata da non aprir bocca in loro difesa per non indispettire il marito), cosa che, chiaro, passa in sordina perché Elena lo fa presente (e quando te sbagli?) solo per fare un paragone coi suoi morti, che sono molti di più, e non per sbattere in faccia alla cugina la sua ipocrisia. E francamente già quando è stato pubblicato a fine 2005 non mi sarebbe parso il caso di continuare a perpetrare questo becero e gratuito slut shaming (specie da parte di un’autrice che viene spacciata come femminista), figurarsi adesso nel 2020.

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Quando il libro si concentra su Odisseo la situazione non migliora.
Tra i due non c’è alcuna complicità o affetto, del resto Ulisse è ingannatore e non hanno comunque molto tempo da passare insieme per conoscersi, e visto che le interazioni tra marito e moglie all’epoca erano queste fin qui non ci sarebbe nulla di male se l’intero libro non fosse la testimonianza di un’ombra pienamente consapevole di sé: eppure anche da morta Penelope passa il tempo a negare l’evidenza nonostante, ricordiamolo, lei dovrebbe essere un esempio di saggezza.

Il loro matrimonio invece sembra una puntata di Amore criminale.
Odisseo riesce a irretirla a 15 anni con poche belle paroline, riuscendo a far sentire importante una ragazza timida e introversa che si sente bruttina: parlano per ore dopo il sesso (leggi: Odisseo parla e si perde in vanterie e lei per quasi tutto il tempo ascolta, perché non si deve sottovalutare il dono dell’ascolto), Odisseo le fa poco velatamente capire che se qualcuno scoprirà il segreto del loro talamo nuziale (il fatto che una delle colonne sia intagliata da un ulivo che ha ancora le radici piantate nel terreno) vorrà dire che lei lo ha tradito e che verrà sgozzata come una capra. Lei finge di prenderla a ridere ma sa che è serio e la cosa la terrorizza. Però è tutto idilliaco, almeno finché lui non deve partire alla volta di Troia per colpa di Elena.

Penelope resta sola col figlio Telemaco, che vede a malapena viziato com’è dalle serve di casa, e coi propri pensieri, anch’essi praticamente inesistenti se escludiamo gli improperi contro Elena. L’autrice a questo punto deve ricordarci che Penelope è saggia facendole prendere in mano l’organizzazione della casa e di tutti i possedimenti del marito (possedimenti che, ci tiene a specificare, se non fosse stato per i pretendenti sarebbero a dir male raddoppiati). Cosa significa per Penelope il primo assaggio di libertà e responsabilità?
Come ricorda da morta il primo momento in cui può dimostrare al mondo di avere effettivamente un cervello e di saper gestire questioni complesse tutta da sola?
Così: “Avevo un quadro ben chiaro nella mente: Odisseo tornato a casa e io – con femminile modestia – che gli dimostro come sono stata brava nel dedicarmi a un lavoro che di solito è riservato agli uomini.” … Forse per questo nel libro Argo non compare, la vera bestia fedele che lo ha aspettato 20 anni è lei e il cane a confronto sarebbe sembrato un povero stronzo.

Le giungono voci dai viaggiatori sulle peripezie di Odisseo per mare: i lutti, le avventure, le ninfe e le dee con cui ha prolungati incontri d’amore (c’è chi parla invece di semplici fanciulle mortali e prostitute, ma Penelope che è saggia – ricordiamolo sempre - preferisce la versione divina, le corna prudono meno).
Subisce le avances sgradite dei pretendenti, il disprezzo del figlio.
Poi, Odisseo ritorna, ma visto che siamo in una rivisitazione moderna e femminista non è come nel mito, dove lei resta sinceramente sorpresa dal suo travestimento visto che sono vent'anni che non vede il marito e sembra logico che non lo riconosca: questa Penelope è intelligente e lo riconosce subito dalle gambe corte.
E a questo punto immagini che Odisseo sia come Deadpool dopo il suo primo incontro con Fenomeno.

Ecco il momento del fatale incontro:
“Non gli mostrai d’aver capito. Sarebbe stato pericoloso per lui. E poi quando un uomo è orgoglioso della propria bravura nel travestirsi è sciocco che la moglie palesi di averlo riconosciuto: è sempre imprudente mettersi tra un uomo e la dimostrazione delle sue capacità.”
… Ma vaffanculo a te e a chi t’ha scritto così!

Dopo aver sbrattato di sangue le mura del palazzo e evirato un capraio traditore il primo pensiero di Odisseo è rassicurare la moglie: è sempre bellissima, ha sempre pensato a lei, e Penelope la saggia ci casca con tutti i calzari e sogna il suo happy ending come tutte le principesse Disney che si rispettino.
E invece no.
Perchè a inizio libro forse non ci abbiamo fatto caso ma Penelope durante tutto questo pippon... monologo è sola. Ed è sola perché nell’aldilà a quanto pare si ha la possibilità di restare spiriti, mantenendo la consapevolezza di sè e una visione chiara delle cose terrene, o bere dal fiume dell’oblio e reincarnarsi. Odisseo ovviamente son millenni che si reincarna (in politici, guerrieri, attori del cinema…), si fa la sua vita, poi torna dalla moglie e frigna perché il suo unico desiderio è quello di restare con lei. Piange mentre lo dice. Poi per reidratarsi dopo tante lacrime corre al fiume dell’oblio, ci si sfonda come un cammello e via, verso nuove mirabolanti reincarnazioni.
Ma non perché lui è un cazzaro, no no.
Penelope ci dirà che è una ”forza misteriosa a strapparlo via da lei. E quando te sbagli?

Trattasi infatti del rancore millenario delle Dodici ancelle infedeli fatte impiccare da Odisseo e Telemaco al suo ritorno perché ree di aver cospirato insieme ai proci, che qui fungono da coro (come da tradizione antica) e ennesima giustificazione al comportamento di un marito di merda da parte di una moglie intelligente quando le finiscono i motivi per incolpare Elena, il fato avverso, gli dei, o il gatto del vicino con la diarrea.
A questo proposito, un capitolo sarà dedicato a un’interessante analisi antropologica dietro al mito: le dodici ancelle infatti sarebbero in realtà sacerdotesse di un antico culto matriarcale legato alla luna, con Penelope nel ruolo di emanazione in terra della Dea Madre, un rito che prevedeva la scelta di un uomo che regnasse per un anno a fianco della sacerdotessa per poi essere sacrificato mediante evirazione e uccisione (come accade al guardiano di capre infedele nell’Odissea). Odisseo o chi per lui in tempi antichi avrebbe spezzato questo cerchio imponendo con la violenza in quei territori un culto patriarcale.
Capitolo interessante, dicevamo.
Talmente interessante che viene paro paro dagli studi di Robert Graves.

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Il canto di Penelope è un libro che propone per l’ennesima volta alle donne del ventunesimo secolo, con la scusa di star affrontando la rivisitazione di un mito antico (che di rivisitazione ha poco visto che la Atwood non inventa nulla) una protagonista sottomessa, umile, asservita a un uomo che la prende in giro e non la rispetta, pronta a giustificare qualsiasi nefandezza compiuta da lui ai suoi danni ma anche a puntare il dito con impietosa crudeltà contro le donne che non condividono la sua scala di valori, e con cui noi addirittura dovremmo empatizzare.
Invidiosa della libertà sessuale di Elena, ne fa una nemica per i secoli.
Tradisce serve e amiche fedeli per non indispettire il marito.
Fa passare le sue debolezze per virtù femminili.
L’unico canto avvertito durante la lettura è stato il mio, quando ho levato alti gridi di giubilo alla fine di questo spreco di inchiostro.