Il canto di Penelope
by Margaret Atwood
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Dall'Ade, dove può finalmente dire la verità senza temere la vendetta degli dèi, Penelope, moglie di Odisseo, racconta la sua storia. Figlia di una ninfa e del re di Sparta, da bambina rischia di essere affogata dal padre, turbato da una profezia. Sposa di Ulisse, subisce le angherie dei suoceri, vede scoppiare la guerra di Troia a causa della sciocca cugina Elena, e dopo anni di solitudine deve respingere l'assalto dei Proci. Al ritorno di Odisseo assiste angosciata alla vendetta che colpisce le ancelle infedeli e perciò impiccate; e la morte di quelle fanciulle che le erano amiche la perseguita anche nell'Ade. Il romanzo riscrive il mito greco attingendo a versioni diverse da quelle confluite nell'Odissea, secondo un punto di vista femminile.

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SUN50SUN50 wrote a review
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Bella rivisitazione
QUANDO : nell'antichità classica, dopo la morte di Penelope
DOVE: nell’Ade
CHI: Penelope. Una donna forte, intelligente e determinata quella che viene tratteggiata dalla penna della Atwood che ci mostra la solitudine e l’isolamento di una donna a cui la storia non ha riconosciuto il giusto valore. A volte basta girare la testa di qualche grado per guardare le cose da una prospettiva diversa.
COSA: Margaret Atwood regala ai suoi lettori una rivisitazione dell’Odissea, regalandoci uno sguardo diverso sul mito.
Il romanzo è raccontato dalla voce della stessa Penelope che dall’Ade, il Regno dei Morti, decide di offrire al mondo il suo punto di vista sugli eventi che, grazie all’Odissea, hanno fatto di Ulisse l’eroe per eccellenza. Attraverso la sua voce ci presenta una verità diversa, dal sapore tutto femminile alla quale affianca quella delle dodici ancelle che furono impiccate, per tradimento, da Ulisse ritornato finalmente ad Itaca.
PERCHÉ: Con questo libro la Atwood dà voce a Penelope, sposa di Odisseo, che tutti noi conosciamo per la sua tela e per le sue doti di moglie devota e paziente, una voce messa sempre in secondo piano da tutti, poco considerata. Ma riflettendo, senza Penelope Odisseo al suo ritorno non avrebbe più trovato il suo regno, in mano ai Proci. Quindi guardare Penelope non come un'icona sessista, ma quasi femminista ha senso, soprattutto dopo aver ascoltato la sua versione. 
In questo breve libro Penelope si toglie tutti i sassolini (veri massi in realtà) dai metaforici sandali, in quanto ormai è morta e nell'Ade e non teme più ritorsioni. Si rivolge direttamente a noi lettori di oggi, mandando “a quel paese” tutti quelli che le hanno reso la vita un inferno, cominciando da suo padre, per passare a suo marito, suo figlio, sua suocera, ma soprattutto sua cugina Elena. 
In poche pagine si ripercorre la vita di questo personaggio, con una visuale moderna e disincantata, che fa riflettere sui troppi preconcetti che tutti abbiamo. 
Mi è piaciuto molto il fatto che non abbia voluto abbellire le situazioni, chiamandole col loro nome. Penelope ha vissuto all'ombra di Elena e l'ha patito, fin oltre la morte. Odisseo non è quell'eroe romantico che vuole tornare a casa, ma un'imbroglione che però conserva un suo fascino. La stessa Penelope non è questo esempio di virtù e pazienza, ma ha anche colpe, soprattutto riguardo la morte delle dodici ancelle. 
Ho apprezzato che l'autrice abbia dato risalto a questo fatto secondario, puntando proprio sul maschilismo assurdo dietro questa scelta. Fa riflettere su molte questioni, anche perché non fornisce un unico punto di vista o un'unica spiegazione. 
Il finale secondo me è troppo sbrigativo e amaro, ma questa è l'unica pecca. 
Un bel libro, che consiglio, perché permette di avere uno sguardo diverso su qualche mito e ridimensiona l'ego smisurato di alcuni personaggi. 
Apprezzabile il ricorso al coro in versi delle ancelle che omaggia il mondo del teatro greco trovando un modo originale per arricchire il testo dandogli ritmo.
RobertabelliniRobertabellini wrote a review
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SensationDariaSensationDaria wrote a review
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𝙄𝙡 𝙘𝙖𝙣𝙩𝙤 𝙙𝙞 𝙋𝙚𝙣𝙚𝙡𝙤𝙥𝙚 per me è stata la prima delusione dell’anno.

Quello della Atwood è un ottimo intento: provare a rispondere alle incongruenze epiche e mettersi dalla parte delle donne, all’epoca schiacciate pesantemente dal sistema patriarcale; ma lo risolve in modo, a mio parere, fin troppo anacronistico.
“Mi occuperò io di questo tesoruccio” suona abbastanza ridicolo nel contesto in cui si muovono personaggi e vicende.
Ho apprezzato la struttura del romanzo con la sua alternanza di prosa e poesia, quest’ultima portavoce del coro delle dodici schiave uccise da Telemaco; e anche l’ambientazione da cui il canto di Penelope si eleva: l’Ade. Mi aspettavo però un canto impetuoso e struggente, forte e teatrale. E invece mi sono imbattuta in un lamento lezioso e gossipparo, a tratti fastidioso.

É 𝙨𝙩𝙧𝙖𝙗𝙞𝙡𝙞𝙖𝙣𝙩𝙚 𝙫𝙚𝙙𝙚𝙧𝙚 𝙘𝙤𝙢𝙚 𝙞 𝙫𝙞𝙫𝙞 𝙨𝙚𝙜𝙪𝙞𝙩𝙞𝙣𝙤 𝙖 𝙞𝙢𝙥𝙤𝙧𝙩𝙪𝙣𝙖𝙧𝙚 𝙞 𝙢𝙤𝙧𝙩𝙞.

Nell’ultima parte l’autrice mette in scena un processo-farsa a Odisseo. Le tematiche sollevate in questo breve romanzo sono importantissime: evidenzia come lo stupro e il ruolo della donna siano stati per secoli normalizzati e assoggettati al volere dei potenti (maschi). Sono tematiche assolutamente attuali, ma rigiro l’osservazione della Atwood a lei stessa. Serve davvero fare il processo a Odisseo a distanza di secoli per risolvere il problema? Io credo che sicuramente serva prenderne atto per ricostruire come nella storia certi comportamenti sia nati, siano stati accettati, più o meno passivamente, siano stati tramandati fino a noi e come, ancora oggi, sia difficile rompere dei gioghi palesemente incatenanti.
È una lettura che sicuramente crea scompiglio, che porta alla riflessione, che stimola il confronto non solo con l’autrice ma anche con la storia e soprattutto fra lettori. Ne riconosco l’importanza e ne riconosco anche l’originalità espressiva e di analisi, ma è stato un romanzo che purtroppo non ha incontrato il mio gusto.