Il cavallo rosso
by Eugenio Corti
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LauraTLauraT wrote a review
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Che dire di questo libro? La prima definizione che mi viene in mente è Giano bifronte.
Difficilmente sono così combattuta sul giudizio di un libro – o di qualunque altra cosa se è per questo!!! Qui invece sono veramente combattuta, su due fronti opposti.
Il libro nel complesso alla fine mi è anche piaciuto (con 700 pagine di troppo, come dice una mia amica!), ha delle bellissime pagine poetiche, delle descrizioni eccezionali e offre uno spaccato accurato(?) della storia d’Italia e d’Europa del secolo scorso. Perché il punto interrogativo? Perché per me la sua analisi è veramente troppo partigiana per essere veramente accurata. Non discuto la veridicità delle sue affermazioni di avvenimenti storici (lager stalinisti, pogrom, stupri di massa, atti inveterati e ripetuti di violenza tra i partigiani prima e dopo la liberazione), non ho la competenza storica per farlo. Ma sono certa che il voler vedere il tutto sempre e solo da una parte porta a considerare i fatti in una prospettiva distorta – fino alla malafede. Ma sti comunisti veramente sempre e solo diavoli? Ma se non era per i partigiani delle brigate Garibaldi – a cui apparteneva mio nonno, mi si lasci la nota di orgoglio! – come sarebbe andata la guerra? E soprattutto come l’Italia post bellica? Sull’analisi filosofica poi non commento, non sono d’accordo, ma quello… ca va sans dire!!!
Ultima notazione, l’estrema misoginia dello scrittore: che ci fosse gente nel 1983 che vedesse le donne in quel modo a me lascia a dir poco esterrefatta. Che dire, per fortuna l’Italia allora non ha dato retta a certe istanze e, anche se in maniera imperfetta e ancora MOOOLTO migliorabile, la libertà civile negli 70 ha raggiunto traguardi imprescindibili, che vanno ancora difesi, ma che comunque restano ancora oggi a baluardo della libertà delle donne, ma non solo loro, delle libertà di tutti.
Roberto GalbiatiRoberto Galbiati wrote a review
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DavideDavide wrote a review
04
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Scrivo due righe in favore di questo romanzo perché come pochi altri mi ha lasciato qualcosa di concreto, permettendomi di crescere e maturare con i suoi personaggi e le loro vicissitudini.
Ho apprezzato profondamente un romanzo storico e parzialmente autobiografico, difficile in alcuni passaggi, con un punto di vista religioso e politico schierato e preciso, a volte fin troppo insistito ma non per questo banale o meno credibile. Voltata l’ultima pagina ho sentito una sensazione di incompletezza, un distacco prematuro che solo le migliori letture regalano.
Non mi era mai capitato prima d’ora di riuscire ad immedesimarmi in maniera così personale e totalizzante a vicende storiche, legate alla seconda guerra mondiale, pur avendo letto diversi romanzi e biografie inerenti tale argomento, sono stato assorbito da una realtà così diversa e lontana dalla mia eppure così incautamente simile e ad essa indissolubilmente legata.
Con spontaneità ho fatto miei i nei panni del protagonista, essendo Ambrogio uno studente universitario esultante per la fine anticipata delle lezioni nell’estate del ’40, ma con il brutto presentimento di dover essere chiamato a combattere per una guerra che, nelle campagne della Brianza da cui egli proviene, non solo non era sentita ma addirittura repulsa; un giovane che allontana da sé il pensiero della morte, concetto astratto e inconciliabile alla leggerezza dei suoi vent’anni, ma che finisce molto presto per doversi confrontare con essa.
Un racconto che riporta con crudo realismo le nefandezze di una guerra che ha visto gli uomini farsi bestie e perdere l’intelletto e i valori che lo rendono tale; mi sono commosso alla perdita di molti degli amici del protagonista perché il parallelo con le mie relazioni sociali ed umane riusciva fin troppo evidente.
Nessun personaggio o quasi è risultato essere scialbo, sono tutti caratterizzati in modo efficace, come se li si conoscesse da sempre o si imparasse a conoscerli tra le righe, i luoghi inoltre sono descritti con una minuziosità tale da facilitare notevolmente il processo d’immaginazione al lettore.
Una condanna assoluta alla guerra da chi la guerra l’ha vissuta in prima persona, una condanna a Nazismo, Comunismo e totalitarismi in generale, una strenue difesa dei valori Cristiani, che delle volte risulta essere tirata al limite, una necessità che l’autore chiaramente vive in modo viscerale.
Mi sono trovato a divorare diversi capitoli in spasmodica tensione, riuscendo a cogliere con minore prontezza e sensibilità una poetica narrativa che mi ha portato spesso a considerare gli ambienti dell’allora campagna lombarda come una piccola ‘Contea Tolkieniana’; ci sono scene che toccano delle corde dell’animo con una delicatezza tale da emozionarlo, altre che lo sconvolgono profondamente e scandagliano la parte oscura dell’animale che è l’uomo.
La cosa più sconvolgente per me è stata pensare che i fatti narrati non sono il frutto della fantasia di un bravo scrittore, riguardano persone e famiglie vere e realmente esistite, eppure si tende sempre ad immaginarla come un’epoca passata, lontana e così slegata da noi.
La lettura in alcuni passaggi si fa lenta, difficile e insistente ma non credo lo scopo finale fosse quello di ottenere una lettura leggera.