Il cielo è dei violenti
by Flannery O'Connor
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MaurizMauriz wrote a review
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AK-47AK-47 wrote a review
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Spoiler Alert
Violenti chiaroscuri
Frank, un quattordicenne orfano di entrambi i genitori è stato cresciuto dal prozio, un vecchio contadino misantropo e affetto da una mania religiosa, convinto di dover fare del ragazzo un profeta che deve convertire gli uomini corrotti della città. Alla morte del vecchio, Frank si presenta in città, da uno zio che fa il maestro di scuola, si è inserito nella vita cittadina da molti anni, voltando le spalle al background di religiosità estremista e superstiziosa in cui anch'egli era stato allevato. Il maestro, che vive una situazione a sua volta non facile, con un figlio gravemente ritardato, che Frank ha ricevuto solennemente incarico, dal vecchio prozio maniaco religioso, di battezzate per farlo "rinascere" . Si assiste così a un violento braccio di ferro spirituale, uno scontro tra forze interiori opposte e ugualmente intense: da un lato lo zio maestro, che rappresenta la razionalità, fino a ripudiare la religione tout court, e incita Frank a cercare di essere fedele solo a stesso, a scoprire la propria strada nella vita e seguirla e, dall'altro lato, l'irrazionalità, la religiosità folle e mistica del vecchio, che esercita su Frank un richiamo, una forza d'attrazione che sopravvivono alla fine del vegliardo. Frank alla fine farà una scelta, passando attraverso un percorso interiore doloroso, sofferto e attraverso un atto che lo segnerà per sempre.
Un romanzo potente, che tira in ballo sentimenti profondi, ancestrali, metafisici (Dio contro Satana, la fede contro la razionalità, i vivi e i morti), forse talmente profondi che non sono riuscito a coglierne appieno il significato, essendo poco ferrato in tema di religione. Potente ed evocativa la scrittura dell'autrice, come i violenti contrasti chiaroscurali dei paesaggi dell'America profonda in cui il romanzo è ambientato, e che mi hanno ricordato i quadri di El Greco.
TerenzioTerenzio wrote a review
117
SamueleSamuele wrote a review
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In tutta sincerità, se dovessi indicare una manciata di roba da leggere che per me è fondamentale, proprio inteso come Samuele, una lista di roba che se non l'avessi letta, non dico che sarei una persona completamente diversa, ma in cui comunque è possibile trovare dei riflessi, delle scintille, di qualcosa che poi ha contribuito a formarmi per lo meno a livello di idee e pensiero, se dovessi insomma fornire una lista simile - mai richiesta, ovviamente -, conterrebbe sicuramente "La schiena di Parker", racconto di Flannery O'Connor. Penultimo (o ultimo) suo racconto pubblicato in vita, è un racconto che come nessun altro riesce a rendere corpo e sangue la rivelazione divina. Perché è questo, credo, il punto fondamentale della scrittura della O'Connor: una commistione inestricabile fra corporeità e spirituale, proprio perché in lei il corpo è lo spirito, e lo spirito si fa corpo. Non ricordo chi critico, parlando di un altro suo racconto ("Brava gente di campagna") mostrava come una gamba di legno fosse contemporaneamente simbolo di qualcos'altro di più spirituale, ma anche estremamente fisico e tangibile, letteralmente una gamba di legno.
Tutta 'sta premessa per dire che la O'Connor ha scritto per lo più racconti e soltanto un paio di romanzi, e, in fondo, la forma letteraria in cui si trova più a suo agio è quella del racconto. Questo stesso "Il cielo è dei violenti" è, forse, più che un romanzo, una novella un po' più lunga. Ci perde un po' la forza e l'incisività che hanno i suoi racconti migliori, ma è un fatto così marginale che lo dico soltanto perché i suoi racconti raggiungono vette così sublimi, che non fatico a immaginare che "Il cielo è dei violenti" sarebbe stato altrimenti il vertice letterario di boh, il 90% di chiunque altro.
Ciò che rimane intatto, nel passaggio da racconti a romanzo, è la teologia violenta e fisica di O'Connor. Protagonista è Tarwater, ragazzino quattordicenne, che è stato rapito da neonato da un prozio, a suo dire profeta, che lo ha cresciuto con l'idea di farlo diventare a sua volta profeta. Una volta morto il prozio, Tarwater si dirige a casa dell'unico altro parente che ha, uno zio, anch'egli rapito da piccolo dallo stesso prozio, ma riuscito a fuggire. Ora lo zio, Rayber, vive da solo con un figlio mentalmente disabile, che il prozio voleva battezzare e che Tarwater sente a sua volta l'impulso di battezzare, ma contro cui combatte per non abbracciare il suo destino da profeta pazzo come il prozio. Il fatto che 'sta storia non sia soltanto gestita in modo impeccabile, ma verso cui non si prova mai senso di ridicolo o assurdo, dovrebbe rendere l'idea di che cazzo di scrittrice fosse O'Connor.
I due poli su cui si muove la storia sono rappresentati dal Prozio, il profeta pazzo, e lo Zio, colui che ha rinnegato la chiamata, e che è letteralmente sordo ad essa (di nuovo: tutto ciò che è metaforico in O'connor è anche terribilmente carnale): "Sapeva di essere fatto della stessa sostanza di cui erano fatti i fanatici religiosi e i pazzi, e di aver capovolto il suo destino con la pura forza di volontà. Si teneva in piedi sul sottilissimo crinale tra la pazzia e il vuoto, e nel momento in cui avrebbe perso l'equilibrio, voleva sbandare verso il vuoto e cadere dal lato che avrebbe scelto". Se il centro del romanzo è il conflitto che ha il ragazzo con la fede - in una specie di versione contemporanea della lotta di Giacobbe con l'angelo -, le pagine dedicate allo zio e al suo rifiuto sono forse altrettanto strazianti. Il suo rifiuto verso tutto ciò che è spirituale, divino, è divenuto, per forza di cose, un rifiuto a tutto ciò che è vivo. L'unico modo che ha per resistere, per mantenere il suo briciolo di apparente libertà, è quello di vivere, paradossalmente, una vita di rinunce. Perché? Perché"c'erano ancora dei momenti in cui, in un punto imprecisato della sua anima, veniva travolto dall'amore che provava per il figlio, un amore così violento da lasciarlo sgomento e depresso per giorni, e preoccupato per la sua stessa sanità mentale". O'Connor non commette mai l'errore di ritenere l'amore, di Dio, degli uomini, l'amore in generale un sentimento pacifico, etereo. L'amore è doloroso. E' tanto più doloroso e straziante e impietoso quanto più grande. E' una forma di follia.
Questa caratteristica, in fondo, si collega al fatto stesso che la rivelazione divina arriva sempre in un modo violento. Basta pensare a come si conclude il viaggio di Tarwater, a come viene stuprato e abbandonato nudo sul ciglio della strada, novello Giona rivomitato dalla balena proprio nel posto da cui cercava di fuggire. (Aspetto teologico che, ovviamente, viene costantemente collegato alla malattia di O'Connor). Ecco, secondo me, Flannery O'Connor è una di quei pochissimi scrittori che è riuscita a spostare un po' più in là ciò che la scrittura può fare e dire. Sinceramente non mi viene in mente nessun'altro che, come lei, è riuscito a rendere contemporaneo e nuovo il contenuto narrativo della Bibbia. Non tanto, cioè, l'aspetto teologico, che ci mancherebbe, quanto più il modo di raccontarlo, di infonderlo in delle storie, in delle parabole. E lo ha fatto non riprendendo gli antichi personaggi e ricalandoli in momenti contemporanei, quanto proprio creando delle nuove storie, che ci appaiono vive e vicine, intonse nella loro forza sconvolgente, come immagino dovessero apparire le storie bibliche secoli fa.