Il colibrì
by Sandro Veronesi
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Marco Carrera è il colibrì. La sua è una vita di continue sospensioni ma anche di coincidenze fatali, di perdite atroci e amori assoluti. Non precipita mai fino in fondo: il suo è un movimento incessante per rimanere fermo, saldo, e quando questo non è possibile, per trovare il punto d’arresto della caduta – perché sopravvivere non significhi vivere di meno. Intorno a lui, Veronesi costruisce un mondo intero, in un tempo liquido che si estende dai primi anni settanta fino a un cupo futuro prossimo, quando all’improvviso splenderà il frutto della resilienza di Marco Carrera: è una bambina, si chiama Miraijin, e sarà l’uomo nuovo.

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micmic wrote a review
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MariaLuisaMariaLuisa wrote a review
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No, il finale no!...

Se do quattro stelle a questo libro, nonostante le critiche che sto per fare, è perché fino a pagina 313  l’ho trovato molto bello. E non è poco. Ho apprezzato la scrittura, scorrevole e appassionante, i salti temporali che non ho affatto trovato oscuri, le citazioni, finanche gli elenchi di oggetti di design e della collezione di giornalini Urania, e soprattutto il bellissimo, commovente flusso di coscienza della parte denominata "Shakul & Co.".

Ma poi, dall’evoluzione della figura di Miraijin, l’uomo nuovo, anzi la donna nuova, che salverà il mondo, la storia comincia a vacillare, a perdere di credibilità, fino ad un finale che mi ha spiazzata e fatto letteralmente cadere le braccia. 

In pratica, un bel libro rovinato da un epilogo che ho trovato, stavolta, non commovente bensì irritante, e che mi sembra inadeguato e contraddittorio: in una storia che vorrebbe essere un inno alla resilienza, incarnata nella metafora del colibrì, che come il protagonista “mette tutta la sua energia a restare fermo”, non è forse, il finale, in netta contraddizione con il suddetto personaggio/colibrì, che stavolta non sta affatto fermo ad accettare gli eventi, ma agisce, e nel modo più drastico possibile? 

Inoltre ho faticato a cogliere l' "immobilità" nel protagonista, presumibilmente una sorta di stoicismo verso le avversità della vita: ma cosa dovrebbe fare Marco Carrera, di fronte alle disgrazie che gli piovono addosso nell'intero libro? Sbattere la testa contro il muro, gettarsi dalla finestra? E’ forse, Marco Carrera, un contemporaneo inetto sveviano, o è semplicemente una persona cosciente dei propri limiti, secondo la bellissima frase tratta da Beckett: “dove nulla puoi, nulla devi volere”? E’ in questa ottica che va inquadrata la storia con Luisa Lattes, mai consumata perché quasi certamente fonte prevista di danni e delusioni? 

E riguardo le pagine finali, solo un’interpretazione potrebbe riscattarle: ambientata nel futuro, l’ultima parte potrebbe essere solamente immaginata dal protagonista - Marco che conferisce all'adorata nipotina Miraijin una perfezione quasi aliena, Marco che immagina che nell'immediato futuro possa essergli permesso quel “commiato” che riscatterebbe la sua esistenza di uomo-colibrì - ma è difficile da pensare, poiché la vicenda è narrata da un narratore onnisciente e non dal protagonista in prima persona.