Il conte di Montecristo
by Alexandre Dumas
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AK-47AK-47 wrote a review
1235
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Spoiler Alert
Imprescindibile
Nel 1815, di ritorno da un viaggio d'affari in Italia, un giovane marinaio marsigliese, poche ore prima di sposare la sua fidanzata, viene improvvisamente tratto in arresto dal procuratore del re, con l'accusa (falsa) di essere un cospiratore bonapartista. Comincia così per Edmond Dantes, questo il nome del giovane, una lunga, sofferta discesa negli abissi della disperazione, nella forma di una durissima prigionia nell'isola-carcere, il castello di If. Quando è a un passo dal prendere una decisione estrema, Dantes riesce a entrare in contatto con un altro prigioniero, il misterioso abate Faria, che gli saprà trasmettere la sua enorme sapienza e un importante segreto che cambierà la vita a Dantes. Riuscito fortunosamente a evadere dalla prigione facendosi credere morto, Dantes fugge in Italia, da dove incomincia, pazientemente, a tessere la trama che lo porterá, infine, prendersi, anni dopo, una terribile rivincita e una vendetta memorabile sui suoi calunniatori.
Romanzo immenso sotto tutti i punti di vista, che è giustamente considerato una pietra miliare della letteratura europea, tanto che ogni commento rischia di suonare trito e banale. Mi limito perciò, modestamente, a riportare alcune mie impressioni a caldo, senz'altra pretesa che quella di tenerne traccia. L'aspetto che mi ha più colpito del romanzo è la straordinaria complessità della trama e la consumata abilità di Dumas nel gestire e coordinare i mille rami narrativi secondari che si dipartono dalla storia principale. Per quanto concerne i personaggi, mi attirerò il biasimo di molti, ma mi sono sorpreso a simpatizzare, più di una volta, con la volgare e cinica furbizia del banchiere Danglars, con la sua visione disadornamente affaristica della vita, forse per reazione contro il manierismo sentimentale di certi legami (Mercedes e Dantes, Maximilien e Valentine). Dantes è un personaggio complesso e scomponibile in tante diverse figure archetipiche (l'uomo giusto che viene calunniato, il terribile e inesorabile strumento della vendetta divina): l'ho trovato poco convincente solo nella sua ultima incarnazione, quella di un vendicatore che, pago della rovina dei suoi persecutori, indulge al perdono, perché a mio parere è una svolta troppo immediata, oltre che in stridente contrasto con tutta la sua storia e gli atteggiamenti precedenti. Inoltre, altra impressione personale: ho trovato francamente fastidioso l'atteggiarsi, da parte di Dantes/Montecristo a strumento della vendetta divina. La sua vendetta era, dal mio punto di vista, sacrosanta, ma riguardava solo e soltanto lui; pretendere di agire incarnando la volontà di Dio, è quantomeno peccare di presunzione, a mio parere.
In ogni caso, è una lettura imprescindibile. Quattro stelle e mezzo.
Mauro Torquati57Mauro Torquati57 wrote a review
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"Entrando nel passato, dimentico il presente; avanzando libero e indipendente nella storia, non ricordo più che sono prigioniero."
"La giustizia umana è insufficiente come consolatrice: può solo versare sangue in cambio di sangue, niente di più; ma non le si può chiedere più di quanto possa dare."


(RILETTURA)
David ApreaDavid Aprea wrote a review
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Attilio FacchiniAttilio Facchini wrote a review
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Inizio col dire che più volte, nel corso della lettura, mi è venuto da pensare che "Il conte di Montecristo" sia un romanzo straordinario. Pur nella consapevolezza di tutte le difficoltà che si possono incontrare nel leggere un libro di oltre 1200 pagine.

Straordinario, soprattutto perché crea dei personaggi memorabili e ne intreccia gli accadimenti con machiavellica abilità.

Il Machiavelli di turno è, naturalmente, il Conte di Montecristo, al secolo Edmond Dantès, vice-comandante di una nave mercantile che, nel giro di pochi giorni, si trova a toccare la felicità con il dito, per poi precipitare nella disperazione più assoluta a causa del complotto ordito nei suoi confronti da alcuni amici-nemici invidiosi.

Imprigionato nelle segrete impenetrabili del Castello d'If, Edmond conosce l'Abate Farias che, nei lunghi anni di prigionia, gli insegna tutto ciò che appartiene alla vita e alla conoscenza, e, come se non bastasse, gli consegna le chiavi per uscire dal carcere e per ottenere la propria vendetta.

Inizia qui il vero e proprio romanzo, con il protagonista che dedica tutta la vita all'ottenimento del suo obiettivo.

Un romanzo straordinario, dicevo. A tratti divertentissimo, a tratti tremendo e spietato.

Certo, è un romanzo di stampo ottocentesco, il che significa che è oltremodo lungo. Talvolta ridondante, perché spesso ci si ritrova a leggere situazioni già affrontate per il semplice fatto che un personaggio si prende la briga di narrarle di nuovo a chi le ignora (in questa lunghezza esasperante conta, eccome, il fatto che Dumas fosse pagato un tanto a riga). I dialoghi sono molto teatrali, anch'essi lunghi, poco verosimili. I personaggi estremamente appassionati, quasi melodrammatici. Probabilmente, si potrebbe tagliare tranquillamente un terzo del libro e la storia non ne risentirebbe affatto. Anzi, ne gioverebbe, visto che stiamo parlando di circa 400 pagine (ma forse non riuscirebbe più a raggiungere l'attuale grandezza...).

Il finale, poi, mi è parso paradossalmente un po' frettoloso e impacciato nel suo voler tendere a tutti i costi a un lieto fine (altra caratteristica di questo tipo di romanzo, ribattezzato "feuilleton").

Tuttavia, nonostante tutti questi "difetti" (ma è probabile, al netto delle esigenze economiche di Dumas, che si tratti di "difetti" solo dal punto di vista di un lettore contemporaneo, abituato ad altro tipo di libri), al termine della lettura non ho mutato il mio pensiero sul "Conte di Montecristo": un romanzo straordinario, in cui l'autore mostra una sorprendente capacità di analisi degli animi e dei caratteri umani, oltre che un'abilità soprannaturale (come quasi diventa il Conte che più volte si arroga le prerogative della Provvidenza) nell'intrecciare i destini di tutti.

Postilla finale: all'inizio della seconda parte del romanzo, viene citata Sora, la mia città. Me lo avevano detto, ma è stata comunque una sorpresa. Peraltro, Dumas mostra di conoscere alla perfezione molte località italiane, oltre che gli usi, i costumi e i caratteri degli Italiani dell'epoca, che non si discostano poi molto da quelli d'oggi.

Concludo citando Eco che, dopo aver criticato anche pesantemente il romanzo di Dumas, lo definisce "uno dei romanzi più appassionante di tutti i tempi" e aggiunge: "Ad averne di romanzi così".