Il demone a Beslan
by Andrea Tarabbia
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Marat Bazarev è quello che è sopravvissuto e sopravviverà.
È l'uomo che, con i suoi compagni, una mattina di sole di settembre è entrato nella scuola numero 1 di Beslan. E lì ha dato inizio alla fine. 334 morti, di cui oltre la metà bambini: questo il bilancio dei tre giorni di sequestro in cui più
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zombie49zombie49 wrote a review
08
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Cronaca di un massacro
Marat Bezarev è l’unico sopravvissuto di un commando di trentadue guerriglieri ceceni che il 1° settembre 2004 irrompe in una scuola a Beslan, una cittadina dell’Ossezia, nell’estremo sud ovest della Russia. Per tre giorni i terroristi prendono in ostaggio più di mille persone, poi i corpi speciali russi fanno irruzione nell’edificio e liberano gli ostaggi, uccidendo i sequestratori. E’ una strage: ci sono più di trecento morti, e centottantasei sono bambini. Bezarev è un separatista che ha dovuto vedere le stragi perpetrate dall’esercito russo nel suo paese, i cadaveri di persone che conosceva stuprate e uccise, il suo villaggio distrutto. Ciò però non giustifica la strage di altri innocenti, per dare visibilità alla sua causa: Tarabbia cerca di spiegare il ragionamento del killer. Come in “Il giardino delle mosche”, sul serial killer russo Andrej Čikatilo, Tarabbia veste i panni del protagonista e racconta la storia in prima persona, come fosse narrata dal punto di vista del criminale, spiegando le sue motivazioni e le sue decisioni. E’ un espediente letterario che certo intriga, ma è una scelta discutibile perché nessuno può entrare nella mente altrui, tanto meno di un omicida responsabile di stragi efferate nei confronti di bambini innocenti. Non amo i romanzi di fantasia ispirati a fatti veri perché è impossibile distinguere le ipotesi dalla realtà, ma sono interessanti per ricostruire un evento storico quasi dimenticato. E’ un racconto a più voci: Marat in prigione, prima e durante la strage; un vecchio mendicante deforme, davanti alla scuola; un bambino sequestrato. Non amo questo espediente letterario perché, se rende la narrazione più stringente, il continuo salto spazio temporale genera confusione. I personaggi sono freddi e non suscitano empatia, tanto meno per la causa cecena. La cronaca è interessante, ma le riflessioni sono arbitrarie; come per altri libri su crimini reali, il giudizio morale travalica quello letterario.
RobertoRoberto wrote a review
732
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GraziaGrazia wrote a review
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Si può misurare il Male?
Settembre 2004. Per la mia storia personale, un unico fatto che spazza via tutti gli altri. La nascita di mia figlia. Nono mese di gravidanza, i fatti di Beslan, li guardai con un occhio solo. Insopportabile l'idea di torcere un capello a un bambino, figurarsi l'affrontare una strage di innocenti. Ed è così, che con l'eccidio di Beslan, avevo un conto in sospeso.
Sì perché chiudere gli occhi davanti un fatto così efferato, non è in alcun modo giustificabile.

Ascolta: se tutti devono soffrire per riscattare con le loro sofferenze l’armonia eterna, che cosa c’entrano però i bambini? Dimmelo, per favore! Non si comprende assolutamente perché debbano soffrire anch’essi e riscattare l’armonia con le loro sofferenze. DOSTOEVSKIJ , I fratelli Karamazov

Tarabbia sceglie di raccontare questa storia mettendosi nei panni, ma soprattutto nella testa dell'unico sopravvissuto tra i terroristi ceceni. E stare nella sua testa non è sicuramente una passeggiata di salute.
È cattivo Marat Bazarev? È in un qualche modo giustificabile come vendicatore degli stermini subiti dal popolo ceceno per mano russa? È misurabile il Male? Ha più torto chi ha cominciato prima a commettere efferatezze?
Un libro che vale veramente la pena di leggere perché ha il coraggio di mettere in discussione l'esistenza stessa di torto e ragione, di bene e male.
Un libro teso, duro, che non lascia concessioni a pietismi o facile retorica. Ma che dilania e atterrisce, di fronte all'unica realtà dei fatti. Marat Bazarev non è altri che un uomo. Come tutti noi.
ChiccaChicca wrote a review
012
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Leggere questo libro è stata per me una prova di forza. Quando, il primo settembre del 2004, è stata attaccata la scuola di Beslan, mio figlio aveva pochi mesi. La sofferenza di un bambino, sempre intollerabile, era in quel momento per me al di sopra delle mie capacità di sopportazione. Più ancora di chi si toglie la vita per uccidere gli altri, l'aggressione ai bambini è, a mio avviso, un segno di totale spregio dell'umanità, di disperazione senza limiti, di nero privo di qualsiasi barlume di speranza. Bene ha fatto Tarabbia a porre in epigrafe al romanzo le frasi di Ivan Karamazov sull'impossibilità di redenzione di un mondo che tollera la sofferenza di un bambino. La scuola di Beslan è stata per me un shock peggiore dell'11 settembre e mi sconvolge che molti la abbiano dimenticata.
Ma torniamo al libro, all'immane coraggio che ci deve esser voluto a mettersi nei panni dell'unico terrorista sopravvissuto e, anche, alla bravura di fornire a questa voce alcuni, significativi controcanti. Il rischio poteva essere quello di 'giustificare' un gesto che non ha modo di esserlo e però che necessita di conoscere anche quanto c'è dietro, l'orrenda repressione in Cecenia, per capire come si possa arrivare a un punto di non ritorno morale. La voce di Marat si alterna, quindi, a quella di un bambino morto nel crollo della palestra e di un vecchio che ha trascorso quei tre giorni sul marciapiede di fronte, osservando come noi abbiamo fatto dai televisori, la tragedia senza poterla davvero vedere. E poi ci sono le storie delle 'vedove', le madri mancate della Cecenia che uccidono i figli dell'Ossezia. Perché che una donna uccida un bambino - questo mi dicevo in quei giorni atroci - è ancor più doloroso e terrificante. Le loro storie, ricostruite con estrema sensibilità pescando tra quelle possibili, spezzano il fiato e fanno tanto, troppo male. Su tutti veglia "la cieca", figura quasi mitica che rimanda al ruolo di testimonianza di chi non ha più la vista per muoversi nel mondo. Imperscrutabile, veglia sugli ostaggi e sui detonatori. Nei suoi occhi vuoti si raccoglie tutto il dolore del mondo.
Tarabbia ha saputo raccontare tutto questo, tenendo i fili della narrazione con mano sensibile e accorta. Certo, per tre notti ho avuto incubi e angosce, ma la letteratura è questo: non intrattenimento ma capacità di farci scendere nei luoghi più oscuri, di farci esplorare il mondo esterno e interno, di metterci in discussione e di non lasciarci tregua. E di farci affrontare anche le nostre paure più grandi.
DunjaDunja wrote a review
35
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Il male in gradi. Della scalarità o della quantificazione.
Questo è un libro difficile da commentare. Per tanti motivi ma anche per tante intuizioni. Forse l'impatto col male prodotto dagli uomini è sempre così: troppe intuizioni, troppi argomenti. Troppo tutto. Troppo male. Troppi umani. Troppe ragioni da giustificare, che sfuggono in tutte le direzioni.
Così parto dai due motivi principali che mi hanno portato a leggere questo libro. Il primo è un motivo-argomento: mi sembrava interessante (e rabrbrbrbrbrbrbrividisco per e contro me stessa perché riesco a legare questa parola a questo libro pieno di ingiustizia dolorosa) l'idea di raccontare una storia come quella della strage di Beslan dal punto di vista di uno dei terroristi, sopravvissuto e catturato. Il secondo è un motivo-intuizione: dopo aver letto la recensione di @lorinbocol ho pensato che avrei dovuto leggere questo libro per argomentare contro la frase finale di quel suo commento, bellissimo. "I demoni non arrivano all'estinzione della pena", mi ha intuitivamente sconquassato questo finale di @lorinbocol. Prendetevela pure col mio stomaco e le mie viscere.
E poi certo, c'erano tutti gli altri attrattori (altro brbrbrbrbrivido, brrrr): mi ricordo di quella strage; è un buon modo per andare a curiosare (brrrr, brrrr e ancora brrrrr) in quel pezzo della storia di quell'area geografica del mondo, la polveriera del Caucaso. E così via: tanta curiosità per altrettanto rabrbrbrbrbrividire di me stessa. E mentre rabrbrbrividisco mi accorgo che la mia lettura è stata guidata e attorcigliata attorno a quel motivo-argomento e a quel motivo-intuizione.
Rispetto al motivo-argomento, ho pensato tutto il tempo a un libro, che ho letto troppo tempo fa: "La banalità del male". Ci ho pensato continuamente e ho declinato in varie forme quella tesi terribile della banalità: quei mali temibili e terribili che ci sembrano così estranei, e che continuamente la Storia e le storie ci mostrano essere - in qualche modo, per quanto ci dimeniamo - parte della nostra natura di umani in carne e ossa (altro brbrbrbrbrivido, per tutti quei corpi dilaniati e costretti a spegnersi per sempre). Quest'idea della banalità del male, intrecciata all'idea del male che si può compiere senza odio e dal quale non si può guarire - argomento per me difficilissimo, affidato alle parole di un prete nelle pagine finali del testo, - mi ha continuamente tormentato. O forse ciò che davvero mi ha tormentato è riflettere su quest'idea del male come categoria scalare e quantificabile. Il male in gradi. Io ho paura di cercare una risposta definitiva (brbrbrbrbrrrr, ci sono un mucchio di parole che non riesco a usare senza rabrbrbrbrividire); ho paura di cercare una mia risposta. E qui, così, trovo l'aggancio con il mio secondo motivo-intuizione.
Adesso credo ci capire quel finale di @lorinbocol: " i demoni non arrivano all'estinzione della pena". La capisco e la condivido. Ciò che pensavo di non condividere si è sciolto (brbrbrbrbr, ancora!) in un'attribuzione intuitiva sbagliata. Avevo in qualche modo legato le parole di @lorinbocol all'idea che il demone arriva sempre, al di là del quando. E avrei voluto urlarle contro, come una bimba (brbbrbr :( ), che non era vero. Che non per tutti i demoni arrivano. Che non tutti siamo cattivi-buoni (brrrrrrr, ancora e ancora!). Che non sempre il male ha delle ragioni, per quanto ingiuste. Che non per tutti la coscienza, l'automonitoraggio e il rendere conto arrivano, prima o poi. Avrei voluto dirlo contro quelle parole bellissime, e invece lo dico più contro me stessa. Forse perché se anche so che "i demoni non arrivano all'estinzione della pena", provo tanta rabbia (o invidia?!?!?) contro gli umani senza pena e senza demoni.

Purtroppo ci sono tanti temi bellissimi in questo libro. E io continuo a rabrbrbrbrividire di parole e di me stessa: perché riesco a essere curiosa in tutto questo male, e perché - banalmente - mentre ragiono se il Male si possa quantificare e scalare oppure no, non riesco a pronunciare per me stessa l'espressione "io, mai". Così mi sembra di essere io Marat, nelle pagine finali di questo libro difficilissimo da digerire. Vedo gli occhi di quel prete desolati e sento il suo respiro di resa e di pietà. Finisco per rabrbrbrividire di me stessa, delle colpe che non ho ma che potrei avere. E mi condanno. Mi convinco sempre più che se anche non c'è alcuna guarigione (sic!), almeno si può vegliare e sorvegliare. Sul male che siamo e che sono. E questo finale è il più ottimista che so immaginare, adesso.
lorinbocollorinbocol wrote a review
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mosca è cieca
... ma questo non è certo un alibi, è solo il punto di partenza. della vendetta vera dei separatisti ceceni che portò ai fatti di beslan, e di questa storia inventata che inizia col ricordo del giorno in cui il futuro terrorista scopre il suo villaggio rastrellato, i corpi di alcuni abitanti trucidati, tutti gli altri portati via. perfino il suo gatto, il gatto di un culonero ceceno, è stato ucciso e appeso all'uscio di casa. ma se questa è la premessa, e se nello stesso tempo è scontato che nulla può giustificare una strage (su cui tra l'altro nella russia di putin ci sono ancora infiniti punti di oscurità), si capisce perché questo romanzo deve a dostoevskij molto più della citazione del titolo, e di un'epigrafe sulla pagina iniziale. il debito maggiore è con la consapevolezza che risposte incrollabili non ce ne sono, salvo che il male e la vendetta non possono sperare davvero in un'assoluzione, ma ci sarà sempre qualcuno che crede di sapere perché ci è sprofondato dentro.
e infatti l'aspetto più dostoevskijano sono gli interrogativi che il libro lascia, con la differenza che questi (gli interrogativi ma anche i demoni) non sono il tessuto di un grande romanzo russo ma muovono da una vicenda vera e recente, e si infilano sotto la pelle scorticata. che è poi il motivo per cui personalmente ci ho messo tre anni e due tentativi naufragati prima di riuscire a entrare davvero nella storia e arrivarne alla fine. facendo un po' con questo libro come quelli che spengono la luce della stanza anche se sudano finché non viene riaccesa, per superare l'acluofobia. che è la paura del buio dei bambini, col nome che le hanno dato gli adulti. e anche questa in effetti è, una storia di bambini e di adulti. e di paura e di orrore.
la vicenda della scuola 1 di beslan in ossezia del nord - 334 ostaggi uccisi, di cui più della metà allievi della scuola elementare o fratelli ancora più piccoli, tutti lì per la festa d'inizio anno il 1mo settembre 2004 - è una vicenda che mi ha lasciato per anni una coda di angoscia. in parte irrazionale, in parte perfettamente consapevole. e questo libro che non usa la razionalità, ma come dice il titolo la messa in scena di un demone, richiede credo una fase di rodaggio per metabolizzare che l'io narrante principale pensi, agisca, ricordi come l'unico terrorista sopravvissuto di quella strage. un dettaglio reale, questo, anche se tarabbia cuce poi addosso all'uomo un nome fittizio e una storia personale di fantasia, peraltro altissimamente verosimile e comune a chissà quante biografie di guerriglieri nel caucaso.
being marat bazarev quindi, e non è facile accettarlo. così come ancora meno facile da tollerare degli elementi romanzati - oltre ai dettagli specifici del terrorista, gli altri due io narranti: un bambino vittima dell'eccidio e un vecchio che è stato testimone da fuori - è la verità che invece il libro ricostruisce con una fedeltà quasi da cronaca, e con una scrittura che non cede mai all'enfasi, non inciampa mai in una sbavatura di sentimentalismo o in una concessione alla retorica. una scrittura, proprio per questo, forse ancora più insopportabile.
avevo letto una volta una frase di tarabbia che mi era rimasta impressa. l'ho ricercata per copiarla qui, perché mi sembra racchiudere il senso di questo romanzo. «si scrive per fissare il mondo attraverso le parole, per inchiodarlo lì». ecco, più che mai il flusso immaginato delle parole di marat bazarev, a cui il romanziere è come se mettesse in mano una penna mentre se ne sta nella cella coi suoi fantasmi, non è un atto catartico ma la firma sotto la propria definitiva condanna. i demoni non arrivano all'estinzione della pena.