Il dono di Humboldt
by Saul Bellow
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Charlie Citrine è un commediografo di successo ossessionato dal ricordo di von Humboldt Fleisher, un poeta depresso che lo aveva aiutato quando non era ancora famoso. Citrine si mette sulle tracce della preziosa eredità di Humboldt, il soggetto per una nuova commedia. Caduto in miseria e abbandonato da tutti, accetterà di sfruttare economicamente l'idea lasciatagli da Humboldt solo per pagare una nuova sepoltura al poeta, come gesto di devozione capace di riscattare l'inerzia e il fallimento esistenziale della sua vita. Duplice ritratto dell'artista, il maledetto e l'integrato, Il dono di Humboldt è una parabola umoristica scandita con leggerezza voltairiana, che lo stesso Bellow definiva «un romanzo comico sulla morte».

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AlbertoAlberto wrote a review
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Mendel85Mendel85 wrote a review
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L'albatros
Il libro di ballate pubblicato da Von Humbolt Fleishner negli anni Trenta riscosse un immediato successo. Humbolt era, appunto, colui che tutti quanti attendevamo. Io per me l'aspettavo ardentemente, dal mio fondo di provincia del Midwest, ve l'assicuro

La lettura di Saul Bellow è un fiume in piena che trascina con sé tutto quello che trova al suo passaggio. Una vicenda, un vortice che si snoda in 600 pagine nello stile disordinatamente violento del flusso di coscienza, affastellando, su un presente zoppicante, impreciso come lo sfondo in penombra di un palcoscenico, grumi di ricordi, lunghe parentesi analitiche sui più disparati argomenti, apologhi, sentenze tanto brevi quanto taglienti.
Il dono di Humboldt è una novecentesca "commedia umana" di balzachiana memoria, dove insieme al protagonista siamo come proiettati all'interno di una lanterna magica: sulla parete si succedono un caleidoscopio di immagini e personaggi, si rappresenta la vita come una corrente inesauribile di vicende tragicomiche, un carosello di situazioni trattati con umorismo e leggerezza "voltairana".
"Un romanzo comico sulla morte" così lo scrittore definiva il romanzo. Domanda: La morte di cosa o di chi? In primis la morte di von Humboldt Fleischer: poeta maledetto,geniale, impacciato, ingenuo, ieratico bardo destinato all’Olimpo ma condannato prima all’alcol e agli antidepressivi e infine alla pazzia. E' la sua scomparsa e il suo ricordo che ossessionano l'esistenza del protagonista e narratore, Charlie Citrine, commediografo di successo che era stato aiutato dal poeta e amico suo mentore quando non era ancora famoso. Due scrittori a confronti: uno, maledetto, Humboldt, che persegue l'arte nella vita. L'altro, integrato, Citrine, che si arricchisce con una commedia a Broadway. Ma la morte non è solo quella di Humboldt. La morte peggiore, la più terribile, è quella della poesia, quella che spiega il fallimento di Humboldt; qui Bellow è nello stesso momento visionario e lucidissimo, un apocalittico profeta che, gettato uno sguardo alla sfera di cristallo, disperatamente ispirato parla la lingua dell’oggi, quella del potere, della tecnica, dell’efficienza:
A cosa serve la poesia oggi? A chi è utile? Domanda retorica
Può infatti una poesia caricarti su a Chicago e sbarcarti a New York dopo due ore? O può eseguire calcoli per un volo spaziale? Non ha tali poteri. E l’interesse è dove è il potere. Ai tempi antichi la poesia era una forza: il poeta possedeva una forza concreta nel mondo materiale. Certo, il mondo materiale era diverso allora. Ma quale interesse poteva suscitare Humboldt? Egli si abbandonò alla debolezza e divenne un eroe della disgrazia. E diede il suo consenso al monopolio del potere e dell’interesse detenuto dal denaro, dalla politica, dalla legge, dalla razionalità, dalla tecnologia, poiché non riusciva a vedere che cosa di nuovo e necessario i poeti potessero fare. Fece invece qualcosa di vecchio: si procurò una pisola, come Verlaine
Allora il poeta non serve davvero a nulla, e poi: un poeta non sa operare un paziente, né guidare un aereo, progettare una casa o un ponte.
Bellow scrive che Humboldt aveva fatto quello che la crassa America s'aspetta che facciano i poeti. Era corso dietro la rovina e alla morte con più accanimento che non dietro alle donne. Aveva sciupato il talento, la salute e aveva raggiunto il traguardo della tomba rotolando per una china polverosa. Si era scaato da sè la tomba. Per chissà quale motivo, tali atroci destini vengon singolarmente apprezzati dall'America affarista e tecnologica. Il Paese va fiero dei suoi poeti morti.
Perchè? La risposta è semplice e truce. Con la loro incapacità a vivere in mezzo a noi, i poeti avvallano e giustificano la nostra miserevole esistenza. I poeti sono amati perchè non sanno stare al mondo, non si piegano alle regole del gioco.
Non c'è via di scampo: o allinearsi o morire. Charles Citrine, dopo un primo periodo di povertà, si è devotamente allineato. Si è adeguato alla mentalità corrente, ha inseguito e raggiunto il successo, è diventato ricco,ricercato nei salotti di moda, osannato. Che razza d'americano sarei se me ne fregassi dei soldi?
Arrivato alla soglia dei sessanta anni attraversa momenti di crisi. Gradualmente si trasforma in un maturo Amleto americano, alimentato dalle ossessioni e profezie di Humboldt, e costretto dalle circostanze della vita a fare un bilancio che si rivela fallimentare. Ha inseguito il vento, seminato sulla strada, si è beatamente consegnato ai profeti della nostra civiltà perchè gli sterilizzassero l'anima e gli intorpidissero la coscienza. Quando se ne rende conto cambia rotta. Citrine comincia a parlare di "anima" , di "mondi superiori", di valori spirituali; discetta di noia citando Kierkengaard e Stendhal.
Ma in "questa cosa folle e complicata chiamata America" terra materiale beata e felice c'è ancora spazio per discorsi che sanno di metafisica? In nome dei tanti miracoli della tecnica c'è bisogno di turbarsi ancora l'animo? Intorno a lui turbinano tutto un campionario di personaggi che lo coinvolgono in una giostra di eventi vorticosa: l'ex moglie, l'amante, un gangster da strapazzo, un poeta mancato e sanguisuga, che lo asserragliano e tiranneggiano. Sono personaggi veri, affamati e voraci di vita, che lo guardano come un povero mentecatto e cercano di riportarlo continuamente alle cose concrete, mentre lui va discorrendo di antroposofia e noia, anche mentre viene minacciato da un gangster all'interno di un bagno turco.
Sono espressioni tipiche della civiltà moderna, come l'amante di Citrine, Renata, patita di astrologia, devota del denaro, tutta carne e sensualità che ai suoi vaneggiamenti risponde:
Si lavora, ci si guadagna il pane, si perde una gamba, si fa all'amore, si mette al mondo un figlio, si campa fino a ottant'anni poi ci si leva dalle scatole, o sennò si finisce impiccati o annegati. Ma non si perdono anni e anni tentando di affrancarsi in qualche modo imbecille dalla condizione umana. Per me, questo è una noia.
E allora Citrine con i suoi perchè e per come, simbolo dell' intellettuale nella società moderna, finisce per assomigliare all'albatros* della poesia di Baudelaire: maldestro, goffo e comico.
Viene in mente Erasmo da Rotterdam con il suo Elogio della Follia: che altro è la vita umana se non tutta una commedia, nella quale tutti recitano la loro parte chi con una maschera chi con un'altra, finché a un tratto il capocomico non li faccia uscire di scena? E se uno tentasse di togliere la maschera agli attori mentre stanno recitando un dramma, e mostrare agli spettatori la loro vera faccia, costui non porterebbe scompiglio in tutta la scena tanto di meritare di essere cacciato a sassate dal teatro come un forsennato? Chi è il pazzo e chi no?


*Spesso, per divertirsi, uomini d’equipaggio
catturano degli albatri, vasti uccelli dei mari,
che seguono, compagni indolenti di viaggio,
il solco della nave sopra gli abissi amari.

Li hanno appena posati sopra i legni dei ponti,
ed ecco quei sovrani dell’azzurro, impacciati,
le bianche e grandi ali ora penosamente
come fossero remi strascinare affannati.

L’alato viaggiatore com’è maldestro e fiacco,
lui prima così bello com’è ridicolo ora!
C’è uno che gli afferra con una pipa il becco,
c’è un altro che mima lo storpio che non vola.

Al principe dei nembi il Poeta somiglia.
Abita la tempesta e dell’arciere ride,
esule sulla terra, in mezzo a ostili grida,
con l’ali da gigante nel cammino s’impiglia.


ScarabooksScarabooks wrote a review
09
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In un’estate quasi tutta bellowiana la malsana tentazione di esprimere preferenze è forte. Bellow interrogato da Norman Manea su chi preferisse tra Herzog e Humboldt, prima la definì “una domanda troppo difficile”, poi vent’anni dopo, confessò: “Provo una maggiore simpatia per Humboldt, che per Herzog. Non so perché.” Poi in realtà lo disse anche il perché (si sentiva più vicino all’artista che all’intellettuale e questo nel pensiero di Bellow è un motivo importante).
Io ho amato più di tutti Sammler. Perché é il più intenso, il più carico di pathos e anche il più equilibrato. Anche dal punto di vista letterario. Il dolore lo rende nobile e la sua comicità non è subita, ma esercitata, mai esibita, spesso obbligata. Ed ha le tonalità del disincanto e dello stupore triste. Il suo modo di guardare il mondo che Bellow gli ha costruito attorno mi ha suggestionato e contagiato più di tutti gli altri personaggi.

Andando ad Humboldt, è il romanzo più divertente che abbia ri/letto sul tema della morte. Divertente senza cedere di un niente all’intelligenza e alla razionalità della riflessione su quello che è la Madre di tutti i temi, il più difficile che ci sia da leggere e da scrivere. “Che cos'è questa morte? Ci risiamo: nessuno sa. Ma l'ignoranza della morte ci distrugge”.

Humboldt non smette mai di interrogarsi sulla fine e sulla percezione che può tentare di avere avere dell’aldilà: sempre intollerabilmente limitata, claustrofobica, impotente. Eppure un dono da un qualche Aldilà gli arriva. Quel che è certo è che nella visione di Bellow non c’é rifugio in un Dio Redentore (e neppure misericordiosamente consolatore), ma non lo si trova neppure nella negazione della sua esistenza. D’altronde, ha sempre equamente distribuito il suo scetticismo tra scienza e religione.
Ne ha parlato più volte, in saggi e interviste. Qualcuno, Qualcosa, una qualche forma di intelligenza che ha messo su questo Gioco misterioso, che non capiamo, probabilmente c’è. Perché come diceva citando Einstein, è più difficile spiegare le cose con il Caso che così. E Humboldt, come Bellow nella sua vita ci prova a entrare nel Gioco, a passare dall’altra parte, in tutte le maniere. Dopodiché deve (dobbiamo) accettare che si rimane al Punto Zero, nel senso che non sappiamo nulla nè del Gioco, nè di chi è del perché lo sta giocando. E ad Humboldt viene da pensare che con questi pensieri sulla morte l’unico risultato che si ottiene è rovinarsi la vita.

E allora?
E allora per Bellow l’unica via di fuga che funziona è l’arte, è osservare e raccontare le cose, non perdere l’ancoraggio ai fatti, evitare troppe teorie. La risposta è rompere il muro delle individuali solitudini e condividere il racconto dei funambolici equilibrismi mentali (e finanziari: il modo spudorato in cui parla di soldi Bellow è incantevole) di Charlie Citrine e di Humboldt, l’oscillazione tra il pensiero e l’azione, tra il conformismo e la trasgressione, tra la vita vissuta e quella raccontata.
Quel che possiamo fare è descrivere come ci si barcameni tutti andando avanti a tentoni, nel buio di senso, finché abbiamo uno spazio in cui è possibile muoversi e dal quale è possibile entrare ed uscire. Poi, non sarà più possibile e chissà se resterà qualcosa di noi ancora capace di vagare nell’universo e continuare a partecipare in qualche forma al Grande Gioco.
“Io non ci voglio andare sottoterra. Mi farò cremare. Ho bisogno di spazio, d'azione, io. Mi dissolverò nell'atmosfera. Avrai mie notizie coi bollettini meteorologici”
UbikUbik wrote a review
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Poeta, pensatore, bevitore accanito, ingoiapillole, uomo di genio, maniaco-depressivo, intricato intrigante, grosso personaggio…
Romanzo torrenziale in forma di monologo che inizialmente si concentra sul rapporto, conflittuale ma di profondo affetto, fra il narratore, il commediografo di successo Charlie Citrine, e l’Humboldt del titolo (cui sono dedicate le contraddittorie qualità intellettuali e umane sopra elencate).
Ben presto tuttavia il racconto si espande a macchia d’olio coinvolgendo e presentandoci una sarabanda di personaggi impegnati in frenetiche e dirompenti iniziative tutte più o meno mirate alla conquista del sogno materiale americano a suon di dollari (più spesso potenziali che reali) e nelle quali il passivo e sciagurato Citrine è sistematicamente trascinato senza ricavarne altro che estorsioni e frustrazioni.
A questo tornado di donne fameliche (mogli divorziate impegnate a spremere il massimo assegno possibile o amanti stupende ma inclini al lusso sfrenato) e di uomini visionari (pseudo imprenditori ognuno col suo progetto “geniale” nel cassetto, accaniti malavitosi, avvocati senza scrupoli, familiari e vecchie conoscenze che riemergono dal passato), Citrine sa reagire soltanto rifugiandosi in sé stesso, attraverso bizzarre teorie antroposofiche ed altre riflessioni metafisiche che rapiscono la sua mente nei luoghi e nelle situazioni più impensate.
Sarà invero una delle improbabili iniziative propiziate dal più folle degli attori di questa tragicommedia a risollevare il protagonista sull’orlo della bancarotta totale: quel postumo Dono di Humboldt che finirà per conferire un diverso significato a tutte le peripezie, i risentimenti, i voltafaccia affrontati nel corso della narrazione e dell’esistenza stessa di Citrine.
Questa sintesi non rende giustizia alle qualità della ricca e divertente opera di Bellow, che risiedono soprattutto negli effervescenti e talora esilaranti dialoghi e nella travolgente teatralità dei bizzarri personaggi di cui il racconto è infarcito; meno godibili alla lunga distanza (l’arco di ben 600 pagine del romanzo) mi sono sembrate le divagazioni filosofiche talora ripetitive ed eccessivamente astratte in contrasto con la concretezza a volte brutale degli eventi narrati.
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