Il gioco dell'angelo
by Carlos Ruiz Zafón
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Nella tumultuosa Barcellona degli anni Venti, il giovane David Martín cova un sogno, inconfessabile quanto universale: diventare uno scrittore. Quando la sorte inaspettatamente gli offre l'occasione di pubblicare un suo racconto, il successo comincia infine ad arridergli. È proprio da quel momento t... More

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GionaGiona wrote a review
18
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Gioco a metà.

Di Zafòn lessi tempo fa ‘L’Ombra del Vento’. Non ricordo davvero nulla di quel libro, tranne che era scritto benissimo e rimasi sorpreso dagli ingranaggi narrativi, ben calibrati, dove tutto si risolveva in modo credibile quando il lettore abbandonava l’idea che ciò fosse possibile. Non ricordo niente, però rammento che il romanzo mi diede quel piacere che si prova di fronte alle bellezze architettoniche, a certi azzardi mirabilmente risolti, come per esempio nella costruenda ‘Sagrada Famìlia’ della sua cara Barcellona.

‘Il Gioco dell’Angelo’, come il libro precedente, è scritto in modo eccellente e ha parecchie pagine che rimangono impresse nel lettore, passaggi ispirati, suggestivi, belli. Purtroppo però per il suo bravo e fortunato-sfortunato autore, scomparso precocemente, la chiave di volta si trova a pagina 410 dell’edizione bestseller Mondadori del 2016-2020. Cito: ‘Quando un uomo perde la rotta della propria vita e sente che la morte ha assegnato un prezzo alla sua anima, secondo la leggenda, se trova un’anima pura disposta a sacrificarsi per lui, occultando il suo cuore nero, la morte, cieca, girerà al largo’. L’idea che tutto ciò che accade e muove la narrazione abbia il suo perno nell’avvocato Diego Marlasca che sacrifica anime pure in cambio dell’eterna giovinezza, e che oscuri e metafisici personaggi come l’editore Andreas Corelli vadano a caccia di anime nere o si prestino al gioco, è abbastanza forzata, anche se qui i protagonisti possono essere letti in chiave simbolica e metafisica. Il protagonista David Martìn, che lavora al giornale e riesce infine a pubblicare libri, non è certo un’anima dannata: carattere forse per certi versi difficile, umbratile, vagamente misantropo, ma è una persona tutto sommato a modo. Un personaggio talvolta morale o amorale, ma non immorale. Lo scrivo perché è possibile anche leggere il suo personaggio parallelamente alla vita di Diego Marlasca, come sua corrispondenza. Né l’accordo di Martìn con Andreas Corelli (l’editore) ha i presupposti di una specie di patto con il diavolo, e poi cosa c’entra l’avvocato Diego Marlasca con questa storia di David Martìn? Semplice, cerca anime da consegnare al suo altare sacrificale, mah. Lui (Diego) - e il lettore lo scoprirà – è vivo e vegeto: in realtà è l'ex poliziotto Ricardo Salvador, che si occupò delle indagini sulla morte di Diego Marlasca, e che invece altri non è che appunto Diego Marlasca stesso. Salvador avrebbe la stessa età di Diego Marlasca quando quest’ultimo morì, ma siccome in realtà non tirò le cuoie (il vero ex poliziotto sì), è facile sovrapporre l'età dei due, e quindi agli occhi di Martin è solo il poliziotto Ricardo Salvador. In poche parole Diego Marlasca è una specie di vampiro di anime per eludere l’incontro con la morte, un po' come i libri, che prendono e danno vita a chi li legge. In questo caso si tratta di un vampirismo positivo, ma l’analogia è sviluppata in modo intrigante da Zafòn.

Nonostante tutto non abbiamo il sentore che Diego Marlasca sia tutto questo demonio, anzi si rivolge alla Strega del Sorromostro sconvolto anche per la perdita del figlio, e la scelta di abbandonare le certezze e le iniquità del suo prestigioso studio legale denota un’inquietudine diversa rispetto a luciferine certezze. Zafòn insiste nel presentarci una Barcellona come se fosse Londra o Parigi del secolo scorso, mentre la città catalana e spagnola ha atmosfere sì gotiche, ma che si intrecciano in una complessità diversa da visioni stile Gobbo di Notre Dame in chiave dark. Zafòn ama Barcellona come se si trattasse dei sobborghi di Parigi. Alla fine l’amata Cristina - che amava anch’ella Martìn - si reincarna in una bambina, e questo genera un’ellissi narrativa con una misteriosa foto. ‘Il Gioco dell’Angelo’ si presta anche a sospettare di Martìn come di un protagonista delittuoso: un ammiccamento che si fa al lettore, in cui un dubbio permane. Il romanzo viene proposto come un’opera dagli incastri ‘ragionevolmente certi’, che invece nonostante le molte pagine illuminate si disperde nelle care nebbie di Barcellona, però mi ricorderò meglio di questo libro che del primo. I romanzi per essere ricordati talvolta devono avere dei difetti, ed è il caso di questo feuilleton. Come diceva Truffaut, i capolavori devono avere difetti per respirare, ma – aggiungo io – non di rado non solo i capolavori.



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MaryMary wrote a review
411
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“Entrai nella libreria e aspirai quel profumo di carta e magia che inspiegabilmente a nessuno era ancora venuto in mente di imbottigliare.”
Questo libro è un po’ confuso (forse volutamente) e - a sua volta - ha confuso me. Eppure mi è piaciuto. Mi piace tantissimo lo stile di Zafón, il quale mischia sapientemente più generi, e, nonostante non sia all’altezza del precedente L’Ombra del Vento, questo romanzo ha comunque un fascino tutto suo. Ritorniamo in una Barcellona diversa da quella a cui siamo abituati, questa è cupa, triste, piovosa e malvagia. E siamo catapultati in questa torbida vicenda dove non è chiaro chi siano i buoni e chi i cattivi. Il protagonista stesso, lo scrittore David Martìn, è torbido, eppure non si riesce a non affezionarcisi.
E’ stato bello ritrovare la famiglia Sempere e conoscere un po’ le origini, dal momento che questo Il Gioco dell’Angelo è il prequel del suo predecessore sopracitato. Ed altrettanto bello è stato ritrovare il Cimitero dei Libri Dimenticati, con quella sua aura di mistero.
Non dirò nulla della trama, perché penso sia troppo particolare e ricca. Credo ci sia più gusto scoprirla man mano, cercando di capire dove l’autore voglia andare a parare, perché poi diventerà una necessità capire come siano andate realmente le cose. Capire qual è la verità. E se siete riusciti a capirlo, ne vorrei proprio parlare, perché secondo me l’autore e il protagonista stesso ci stanno “perculando” un po’. E quindi nasce inevitabilmente la curiosità di leggere il prossimo capitolo della saga, per capire come le tessere del puzzle andranno al loro posto. E se un libro fa questo effetto, vuol dire che l’autore ha fatto bene il suo mestiere.
Mi mancherà Zafón. Ha un modo di scrivere talmente peculiare, che la sua morte è una grande perdita. Ma l’eredità che ha lasciato gli permette comunque di non essere dimenticato dai lettori che lo hanno amato. E non è questo il fine ultimo di uno scrittore?
SerenaSerena wrote a review
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Superele82Superele82 wrote a review
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Zafòn è un grande narratore
Oggi alle 4, quando mi sono svegliata, non ho resistito e ho finito le ultime 100 pagine de "Il gioco dell'angelo" di Zafòn. La mia storia con questo libro è strana: dopo aver amato "L'ombra del vento" dello stesso autore per ben due volte a distanza di anni, pensavo che questo romanzo, che è il prequel del titolo più famoso, mi sarebbe piaciuto senza ombra di dubbio. Beh, ho provato a leggerlo per ben due volte, ma ogni volta dopo poche pagine non riuscivo più ad andare avanti. Un mese fa, dopo che "L'ombra del vento" mi aveva riconquistato da poco, ho deciso di riaffrontare la lettura di questo bel tomone da 676 pagine: una magia. Il romanzo mi ha presa e letteralmente trascinata con sè, sulle strade della Barcellona degli anni Trenta con il protagonista David Martìn, scrittore di belle (più che altro, grandi) speranze, e con comprimari di tutto rispetto, prima tra tutti Isabella (la madre di Daniel, il protagonista de "L'ombra del vento"). L'intreccio a volte è fin troppo denso di collegamenti a tratti poco credibili, ma la stile dell'autore è talmente buono e i personaggi sono resi in modo talmente perfetto che non si può non apprezzare il romanzo. Zafòn è uno scrittore che sa fare bene il proprio mestiere e che, a mio parere, rappresenta quella minoranza di autori che sono davvero capaci di far entrare il lettore nelle atmosfere del romanzo. Alla fine, ero dispiaciuta di aver terminato il romanzo, prova del fatto che davvero valeva la pena leggerlo.