Il giudice e il suo boia
by Friedrich Dürrenmatt
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Esiste il delitto perfetto? Gastmann, «demonio in forma umana», ne è convinto, e per dimostrarlo al commissario Bärlach – e vincere la temeraria scommessa fatta in una bettola sul Bosforo – getta uno sconosciuto dal ponte di Galata. Ormai i due sono incatenati l'uno all'altro. Per oltre quarant'anni il commissario seguirà imperterrito le orme di Gastmann, nel vano tentativo di fornire le prove dei delitti via via più audaci, efferati e sacrileghi che costui ha commesso per capriccio. Finché un giorno l'assassinio dell'ispettore Schmied della polizia di Berna…

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Nood-LesseNood-Lesse wrote a review
1832
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Samuele AltomareSamuele Altomare wrote a review
02
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Un Noir Metafisico
Pubblicato nel 1952, il Giudice e il Suo Boia è il romanzo d'esordio di Friedrich Dürrenmatt, uno scrittore svizzero che si può collocare tra i grandi rivoluzionari del giallo negli anni 50, come Leonardo Sciascia e Carlo Emilio Gadda. Ad unirli è la tendenza a giocare con gli stilemi del genere per rivoluzionarli dall’interno, rinnovando le strutture, le idee alla base che si fanno più filosofiche e gli stessi intenti trainanti, che non ricercano più necessariamente la risoluzione di un enigma o la punizione dei criminali. 

Dürrenmatt è molto schietto su questo punto e accusa i gialli di avere un’ architettura troppo perfetta e ragionata, che non ammette casualità e “garbugli”, per utilizzare un termine molto caro a Gadda. Il giallo classico di Agatha Christie o Arthur Conan Doyle riflette in effetti un atteggiamento positivista, di fiducia nei confronti dei metodi di investigazione e anche, in un certo senso, dell’ integrità morale dei grandi investigatori.  

Se Gadda e Sciascia volevano denunciare ideologie politiche o organizzazioni malavitose attraverso la voce di protagonisti che incarnano almeno in buona parte i loro valori, Dürrenmatt è più astratto e cinico, ci mostra dei protagonisti grigi in balia di un universo dove la casualità si ramifica così tanto da essere il principale motore degli eventi, per cui il caso poliziesco diventa l’occasione di dimostrare le implicazioni di una tesi esistenziale. In questa rappresentazione più impietosa dei personaggi, anche quelli che dovrebbero essere i tutori della legge risultano sporchi rispetto al solito, risentendo delle innovazioni del noir di Georges Simenon e della “scuola dei duri” statunitense di scrittori come Raymond Chandler e Dashiell Hammett.  

Ne “il Giudice e il Suo Boia” questa poetica della casualità è già pienamente matura. Il protagonista, Barlach è un anziano commissario di polizia di Berna che si trova ad investigare sull’ uccisione di Schmied, collega di rango minore. Durante la ricerca, viene condotto verso Gastmann, un vecchio amico che non vedeva da molto tempo. Come nei gialli migliori, vediamo dunque un coinvolgimento personale dell’ investigatore negli eventi, poiché i due personaggi avevano stabilito una scommessa che avrebbe cambiato le loro vite per sempre: in preda all’ entusiasmo giovanile e all’ ebbrezza alcolica, Gastmann propose di compiere un delitto in sua presenza, senza che Barlach potesse portare prove. Naturalmente il commissario pensava in un primo momento che scherzasse e accettò, ma poi il suo vecchio amico incominciò a realizzare il suo proposito; in tale situazione il caso Schmied diventa un’occasione per poter pensare a stratagemmi fuori dalla legge che possano finalmente punire il latitante.  

Il conflitto tra i personaggi è prima di tutto ideologico e non sono che portavoce di due aspetti diversi della tesi Dürrenmattiana: Barlach crede che la casualità possa essere colta come un’ opportunità per agevolare la risoluzione delle indagini, mentre Gastmann crede che sia proprio la casualità ad allontanare le istituzioni dalla verità. Il conflitto tra questi due personaggi si pone dunque sul punto d’arrivo delle indagini, oltre che sulla contrapposizione etica.

Se Barlach mira principalmente alla punizione dei colpevoli, Gastmann è un personaggio pittoresco e grottesco, una sorta di araldo della casualità che opera il bene per l'ispirazione del momento e allo stesso tempo opera il male quando non ha senso farlo, spinto dai medesimi istinti imprevedibili.  

Anche gli altri personaggi ricorrenti come il sovrintendente Lutz fanno parte di un conflitto legato invece al metodo d’indagine. Se Barlach si basa sull’esperienza di vita e sulla conoscenza della psicologia umana, Lutz adotta invece un approccio scientifico (ispirato ai metodi della scuola di Chicago) che si basa su prove circostanziali e forensi.   

Un po’ tutti i personaggi sono impostati in maniera molto semplice, poiché le loro personalità sono basate sull’estremizzazione di poche singole idee (comportamenti, valori, credenze filosofiche) senza l’intromissione di conflitti interiori che possano diluire la potenza di quelle idee, un po’ come nelle divinità della mitologia greca. E’ proprio questa estremizzazione di ciò che i personaggi rappresentano a renderli iconici, inducendo domande per noi più complicate rispetto a quanto lo siano per i personaggi. E’ giusto incolpare qualcuno per un crimine che non ha commesso se un altro reato da lui compiuto non è stato punito? Questo è un altro degli interrogativi cardine del romanzo. 

L’esempio più eclatante di estremizzazione di un’idea è il personaggio di Gastmann, descritto come “un’astrazione diventata realtà” perché incarna un nichilismo estatico, infantile, un po’ come il caos paradossale della natura, che può donare o togliere a seconda di come capita. Non a caso, a definirlo con quelle quattro parole è uno scrittore contattato per il caso Schmied, il quale è affascinato dal criminale proprio per queste caratteristiche, nonostante lo ritenga comunque malvagio e condanni le sue azioni, esemplificando un po’ le opinioni dei lettori. Il breve capitolo sul colloquio con lo scrittore ci fornisce un’importante chiave di lettura per il romanzo: lo scrittore è una sorta di investigatore della natura umana. Potrebbe sembrare una banalità, ma non lo è se la contestualizziamo con le tematiche tipiche del romanzo, poiché rafforza l’idea che l’investigazione serva a simboleggiare il discorso più ampio del raggiungimento della verità umana, con tutti gli ostacoli che può avere, a differenza di altre opere dove questo tipo di tematiche è funzionale solo a sé stessa o in senso lato a rendere più interessante la storia. 

Lo stile di Dürrenmatt è semplice e allo stesso tempo astratto, poiché le descrizioni sono brevi e con vocaboli comuni che nel contesto delle frasi riescono a creare suggestioni quasi espressionistiche, infatti sono molto comuni i campi semantici della spettralità, dell’ombra, dell’irrealtà, dell’immersione e della fusione con l’ambiente, il quale sembra spesso presagire o emulare gli avvenimenti e lo stato d’animo dei personaggi. 

Per tutti questi motivi, potremmo definire il Giudice e il suo Boia un noir metafisico, se per “metafisico” intendiamo non un sinonimo di “spirituale”, ma l’astrazione, la capacità di individuare ciò che è ampio e universale in pochi singoli elementi che rappresentano gli “archetipi”, le strutture fondamentali della realtà. Grazie alla sua profondità e al suo mirabile dono di sintesi ed equilibrio, Dürrenmatt ci ha lasciato un capolavoro che riesce ad andare oltre i limiti convenzionali del suo genere per entrare nel grande pantheon della letteratura.
SisalvichipuoSisalvichipuo wrote a review
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CastorpCastorp wrote a review
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