Il golpe di Via Fani
by Giuseppe De Lutiis
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A trent'anni dal sequestro e dall'omicidio di Aldo Moro, sono molti gli aspetti non ancora chiariti. A partire dall'enorme documentazione raccolta dalla Commissione stragi, Giuseppe De Lutiis fa luce su alcuni di questi: dall'ipotesi, sempre più concreta, che il covo di via Montalcini non sia stato l'unica prigione dello statista, al ruolo di "copertura" svolto dalla scuola di lingue parigina Hyperion, ai contatti delle vecchie e nuove Brigate Rosse con ambienti dei servizi segreti occidentali e orientali. Un lavoro di ricerca che colloca il sequestro e l'assassinio dello statista nel quadro internazionale, nel quale le due grandi potenze vedevano con preoccupazione la possibile costituzione in Italia di una maggioranza politica con un forte ruolo del Partito comunista. Un'analisi che allarga il campo di indagine sul terrorismo rosso e approda a nuove valutazioni dei fatti degli Anni di piombo.

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banana snapplebanana snapple wrote a review
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Il golpe di Via Fani: un libro illuminante
Il libro rappresenta un punto di arrivo, cui giunge un autore di chiara fama e preparazione come De Lutiis: storico dei servizi segreti e del terrorismo in Italia e anche direttamente partecipe alle attività delle commissioni parlamentari di inchiesta interessate a tali fenomeni.

Occorre una premessa: il libro non passa in totale rassegna quei tragici avvenimenti che portarono al rapimento e all’uccisione dello statista onorevole Aldo Moro. L’autore cerca, invece, di inquadrare quel tragico evento nel contesto nazionale e internazionale di quel periodo.

Potremmo quasi dire, sintetizzando, che si cerca una risposta a diversi ordini di interrogativi: le Brigate rosse erano infiltrate? E chi tra organi ufficiali dello Stato italiano o di Stati esteri oppure di altro tipo di organizzazione sia riuscita ad inserirsi al loro interno? Chi poteva avere interesse al drammatico delitto perpetrato dalle Brigate rosse? Furono questi personaggi, interessati al compimento del crimine e rimasti oscuri, a guidare e supportare chi ufficialmente, almeno a livello giudiziario, si è addossato le relative responsabilità penali?

L’autore lo premette: è possibile procedere per ipotesi e per quanto possibile con il supporto di documenti e analisi testimoniali, tuttavia è una trattazione condotta avendo anche presente la realtà storica, politica e ideologica di quel periodo, e difficilmente si potrà trovare un “accordo” scritto nell’affermazione di una corresponsabilità o di una tacita condivisione della condotta criminosa delle Brigate rosse in quel periodo e soprattutto avuto riguardo al rapimento, cui fece seguito l’omicidio, dell’onorevole Aldo Moro.

De Lutiis parte, e pone quanto più possibile a fondamento del suo libro, da riscontri documentali o testimonianze delle quali sia possibile un raffronto di veridicità: non offre una ipotesi dotata di certezza assoluta, per i motivi anticipati e per l’oscurità rimasta ad avvolgere molti temi che riguardano la tragica vicenda, ma è dotato di solide basi di analisi. L’autore dipinge un quadro che ben può definirsi inquietante, poiché ne emerge che molte sarebbero state le forze interessate negli eventi che condussero al delitto, non solo di livello internazionale, anche di livello nazionale e ad un livello criminale: talune prodighe per la liberazione, talaltre interessate o comunque non contrarie al compimento del delitto che venne a riguardare l’onorevole Aldo Moro.

Quel tragico evento merita piena chiarezza e questo libro consente uno svolgimento di analisi di più ampio respiro.
ToalonanToalonan wrote a review
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KlaviusKlavius wrote a review
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La Privata RepubblicaLa Privata Repubblica wrote a review
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Trenta, and still counting.
L'affaire Moro non si svolge semplicemente in 55 giorni. Non inizia il 16 marzo, e nemmeno finisce il 9 maggio 1978. Inizia 30 anni prima, a Jalta: è una logica di spartizione planetaria, un gioco di equilibri, una lotta tra elefanti mondiali (USA e URSS) in una cristalleria (l'Italia) di provincia allo sbando.

Il merito di De Lutiis sta, essenzialmente, nell'aver rivolto l'attenzione dallo Stivale al resto del globo terracqueo, travalicando i risibili confini (non solo geografici) in cui si è effettivamente svolta l'azione eversiva delle Br. Uno snodo cruciale, uno spartiacque sanguinoso e tragico (come del resto lo sono state le bombe mafiose 92-93) in un paese che non sa accettare nè riconoscere la tragedia di cui è permeata la sua storia contemporanea, ma che preferisce trincerarsi - o meglio: farsi trincerare - dietro gonnelle papali, predellini di nanetti e zoccole d'antan.

Attenzione: non ci troviamo di fronte ad un saggio definitivo sulla vicenda; tutt'altro. La premessa dell'autore è fin troppo onesta: "La logica di Jalta esigeva che, con quel delitto, venisse di fatto impedito che i comunisti italiani entrassero, sia pure in posizione subordinata, in un governo di coalizione in Occidente. Questa eventualità era troppo pericolosa sul piano militare per gli Stati Uniti e addirittura devastante per la nomeklatura sovietica. Noi non abbiamo, e forse non avremo mai, le prove documentali di tale occulta convergenza. Ma gli indizi sono tanti e crescenti. Questo libro ha lo scopo di mettere insieme i frammenti di un puzzle che altri hanno tentato di scomporre".

Già Sergio Flamigni (bollato per anni irriducibile complottardo) parlò di "convergenze parallele" che avevano trovato nell'affaire Moro un formidabile sbocco e punto di incontro. I cinque processi finora svoltisi (escludendo dunque il sesto, ancora in corso) ci hanno, come al solito, consegnato una verità giudiziaria carente, da prendere con le molle. Insieme anche alle varie commissioni parlamentari ci hanno però offerto indizi - storici, indubbiamente - precisi e concordanti: uno di questi, ad esempio, è rappresentato dal ruolo mai del tutto chiarito svolto dalla scuola di lingue parigine Hyperion, vera e propria stanza di compensazione dei vari terrorismi occidentali ed anche orientali.

Il libro, in estrema sintesi, raccoglie puntigliosamente tutti gli spunti d'indagine che si sono arenati, vuoi per l'imperizia investigativa, vuoi per l'impossibilità di andare in quella direzione, addirittura estrapolando da circostanze apparentemente slegate dall'affaire spunti di riflessione validi e, proprio per questo, davvero inquietanti.

Si può tranquillamente dire che il sequestro si pone, sin dal suo inizio, come un motore immobile scolpito nel tempo, che ha dato l'avvio ad una ristrutturazione globale e ad una drammatica ridefinizione delle strutture di potere occulte e non dello stato italiano: Gladio, servizi segreti, l'Anello, mafia, P2, banda della Magliana, Brigate Rosse, comitati di crisi, partiti politici: chi più ne ha, più ne metta.

Una lotta senza quartiere tra grumi di potere che si erano coagulati nelle arterie dello Stato, uno Stato spazzato via da un piano (il "Golpe di via Fani", appunto) volto a rimodellare l'anatomia di un corpo ormai in decomposizione. Lo stesso Moro, d'altronde, già dalla prigione del popolo si accorse che erano finite le "ore liete del potere": quelle stesse ore che si tramutarono, a partire da quella mattina in via Fani, nelle "macabre, oscene ore liete del potere", come le definì Sciascia con un rara potenza espressiva.

Ore, minuti, anni, secondi, giorni dai quali non siamo ancora usciti, nonostante il mutato assetto geopolitico mondiale. O, forse, proprio per questo.