Il grande contagio
by Charles E. Maine
(*)(*)(*)(*)( )(162)
Nel 1963, all'epoca della prima edizione di questo grande romanzo, Carlo Fruttero scriveva: "Dall'Inghilterra ci viene un'altra di quelle magistrali e paurose cronache dove tutto è quotidiano, riconoscibile, 'vero'; e dove a un tratto entra in scena un elemento imprevisto che sconvolge la società, getta

All Reviews

20 + 1 in other languages
BostroBostro wrote a review
00
(*)(*)(*)(*)(*)
Disincantato, avvincente, spietato

Si comincia la lettura col botto: nelle prime righe c'è un moribondo e scopriamo subito che è l'ennesimo di una lista già piuttosto lunga. In poche pagine la epidemia è già pandemia con nazioni prossime al collasso che applicano censura e organizzano centri di isolamento per gli immuni o i non ammalati, anche se non si sa chi quali e quanti siano. Nascosti fra le righe e assolutamente non evidenziati vi sono accessi a "si passò la mano sulla bocca", o "si fermò a bere una birra al bar" o ancora "si deterse il sudore dal volto" che attirano l'attenzione solo perché pressoché inutili, ma il senso è chiaro e forse lo si nota bene solo ora che attraverso una pandemia stiamo passando da più di un anno.

Come nel precedente libro Luna Chiama Terra emerge velato un senso di sfiducia profondo e radicato nei confronti dell'uomo e dei governi.

Questo libro è una botta violentissima e disincantato, un pugno in faccia all'uomo e alla sua superbia e indubbiamente, visti i tempi, fa molta impressione e a tratti anche paura. Dall'epidemia si passa immediatamente in pandemia e quindi in strage e in men che non si dica si passa alla guerra civile globale, segno che ciò che interessa maggiormente l'autore è lo sviluppo sociale di una pandemia grave, non la pandemia in sé. Questo è un po' un peccato perché mi piace molto, di questi libri, la narrazione della desolazione, dell'abbandono, del vuoto e del silenzio come ad esempio in Febbre di Ma Ling o ne L'Ombra dello Scorpione di Stephen King. Maine riesce comunque a mantenere una storia sviluppata con acume, tranne per il finale che è un po' inconcludente soffermandosi sulla vita di un uomo solo.

C'è solo una nota da fare su questi libri e film pandemici: nessuno è riuscito ad immaginare, nel passato, come veramente sarebbe stata una pandemia. Meno violenta, magari, riguardo i contagi, ma incredibilmente spietata e tragica nei confronti della società e delle abitudini interpersonali. Pensando a tutte le piccole cose perdute quali strette di mano, resse al bar, i concerti, i baci e abbracci di compleanno o semplice felicità, luoghi chiusi quali ascensori o sale d'attesa, distanziamento sociale e isolamento in lockdown e perdita di fiducia nei confronti delle relazioni fisiche più prossime, ci rendiamo conto che nessuno è riuscito, in passato, ad immaginare tutto ciò. Come, del resto, in nessun libro di fantascienza si era mai pensato a internet o agli smartphone o a Google Earth.

M3ntalF1ossM3ntalF1oss wrote a review
03
(*)(*)(*)(*)( )
Virus per tutti, speranza per pochi
Dettagliatissimo, rigoroso e profondamente umano, questo romanzo parla di noi, delle nostre parti più basse e dei nostri impulsi più viscerali. Ad una cronaca ineccepibile dei fatti si accosta una riflessione niente male sull'homo homini lupus, tutta giocata su uno scenario che è riduttivo definire catastrofico.

Ci sono molte anime in gioco e molti comportamenti, che declinano la varietà umana in una sorta di scacchiera a classi: la lucidità di quelle che governano, la rivalsa di quelle che subiscono e l'arte di arrangiarsi di chi sta in mezzo.
Clive Brant, il personaggio cardine del racconto, è un filo disegnato a cliché e incasellabile in certe categorie di moda all'epoca (il self made man tutta azione, ma pure un poco snob e puzzino), così come certi attori di contorno, che però hanno il pregio di incarnare ulteriori aspetti della vicenda: la moglie diventa così l'emblema del fallimento di un amore che tuttavia non viene mai completamente meno, mentre la nuova fidanzata mette in scena tutto il frigido entusiasmo della upper class, sempre tesa a proteggere se stessa e le proprie comodità.

Azzeccato anche il corollario di medici, dittatori e caporioni che vivacizzano il racconto, rendendolo credibile nonostante un layout un tantino esagerato e forse troppo volutamente spietato (alla fine di tutti i virus e controvirus solo il 10% dell'umanità riuscirà a sopravvivere).
La pecca forse sta nella diversità di ritmo tra la prima parte e la seconda. Ad un inizio molto riflessivo e didascalico segue un lungo finale ritmatissimo e quasi cinematografico, con alcune vicende leggermente sopra tono e con qualche forzatura.

Corrosivo il finale, con l'ironia aggiunta della beffa: i ribelli delle classi meno abbienti finiranno con il fare le stesse cose dei potenti che hanno rovesciato (rifugiarsi da "privilegiati" in attesa che passi la buriana) e il protagonista vedrà venir meno la sua "sfacciata fortuna" proprio quando sembrava in procinto di concedergli i suoi maggiori favori.

Un bell'affresco umano, un'inquietante visione, un romanzo assolutamente solido e meritevole.
H. P. LovecraftH. P. Lovecraft wrote a review
01
(*)(*)(*)(*)( )
La grande paura....
In questo libro di Charles E. Maine ho trovato davvero molte cose positive:in primo luogo è un'ottimo romanzo di genere, buon ritmo, tensione sempre alta, pochissimi cali di ritmo, un'ottima ambientazione e un lavoro sulla psicologia dei personaggi che, se non si può definire approfondito (ma in quale romanzo di genere catastrofico si può trovare?) è comunque superiore alla media della maggior parte degli altri lavori omologhi.La tensione che si viene a creare in molti momenti della narrazione è davvero bene congegnata e a tratti l'autore riesce a virare dal catastrofico al l'action puro per passare poi a dare voce ai sentimenti interiori del protagonista.

Impossibile, alla fine, non provare simpatia per quel bastardo sciovinista di Clive Brant, impossibile non commuoversi di fronte alla sua voglia di non credere alla fine della propria fortuna sfacciata e davvero difficile non simpatizzare per lui che anche se a suo modo è stato capace di redimersi.

La descrizione della devastazione operata dal contagio è buona e, anche se ci sono molte volte evidenti buchi di sceneggiatura, con l'autore che fa saltare i personaggi da una parte all'altra della metropoli, ciò viene sempre fatto nei limiti del ragionevole:il lettore non si trova mai in difficoltà a ricollegare tra di loro i vari spostamenti dei personaggi;l'impressione è che Maine sia davvero un ottimo artigiano, sicuramente non un genio ma un solido scrittore di genere....che è poi quello che a mio parere conta maggiormente in questo tipo di lavori:poche "pippe" e molta attenzione alla vicenda.

Decisamente consigliato.
DeneilDeneil wrote a review
02
(*)(*)(*)( )( )
COSì REAGIREMO AL "GRANDE CONTAGIO"? MAH...
L’uranietta in questione (breve al punto da usare come riempitivo sul fondo un breve ma affascinante saggio dello scienziato narratore Asimov sull’importanza della Luna per l’umanità) è esattamente quel che viene descritto sul retro (cosa non esattamente scontata, soprattutto quando si tratta di Urania): “Una di quelle magistrali e paurose cronache dove tutto è quotidiano, riconoscibile, <<vero>>.
Ovvio, quando si legge di camerieri preoccupati per la tranquillità dei loro clienti che sorseggiano il the mentre fuori impazza una guerra civile scatenata da un violento virus che sta dimezzando la popolazione umana, ci si domanda un po’ quale strana concezione del “vero” abbiano gli inglesi, ma il romanzetto prosegue lineare, raccontando la sua versione (non per forza realistica, ma se non altro motivata) di una società giunta alla (quasi) fine dei suoi giorni.
Rispetto a John Cristopher (suoi i molto più catastrofici “Una ruga sulla Terra” e “La morte dell’erba” di cui ho anche scritto due recensioni) Charles Eric Maine si preoccupa di approfondire almeno un poco la psicologia dei suoi personaggi, preferendo questa all’azione (che procede per salti troppo ampi) e agli aspetti più crudi della vicenda che vengono solo accennati sullo sfondo creando una buona atmosfera.
“Il grande contagio” è un racconto da due stelline (anche poco luminose) che ne acchiappa ancora mezza al fotofinish grazie ad una paginetta finale davvero ben scritta, dotata di un realismo quasi disturbante considerata la tutto sommato poca verosomiglianza delle pagine precedenti.
L’ultima mezza stelletta è per il saggio di Asimov, sempre entusiasmante nel suo ruolo di maestro per tutti (in questi casi mi ricorda un po’ Piero Angela).
DIFETTI: La copertina indecente che non centra nulla (non una novità per Urania), il titolo italiano che non ha niente a che fare con il significativo (proprio per quel che accade durante la vicenda) “The darkest of nights” (altra non-novità per la collana) e lo stile dell’autore, sempre a metà tra una cronaca giornalistica e un romanzo.