Il grande Gatsby
by Francis Scott Fitzgerald
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Nascere ricchi. E' tutto lì il segreto. E' la sola cosa che un self-made man non potrà mai comprare. La sola onta genealogica che non potrà mai ripulire, se non a costo di una patetica menzogna. E' questo che imbarazza tanto Gatsby? E' questo il muro che non potrà scalare? Be', basta dare un'occhiata a Tom e a Daisy, valutare come vivono, come parlano, come si muovono per capire che sono un'altra cosa, che appartengono a un'altra razza, forgiata con un metallo assai più prezioso.

Dall'introduzione di Alessandro Piperno

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AK-47AK-47 wrote a review
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Spoiler Alert
Quasi successo e tragica disillusione
Prima Lettura (2013): tre stelle
Seconda lettura (2021, in audiolibro): quattro stelle e mezzo
Romanzo simbolo dell’America frenetica e scintillante di prima della Depressione. Prima della Grande Guerra, un ragazzo di umili origini del Midwest, ardente sognatore e al tempo stesso capace e intelligente, James Getz, tenta di raggiungere i “piani alti” della società, un mondo che a lui pare ideale, l’incarnazione dei suoi sogni: cultura, feste, persone belle dentro e fuori, bei vestiti, modi raffinati. L’incarnazione perfetta di quel mondo, la sua massima concentrazione James la trova in Daisy, bellissima ragazza benestante di cui s’innamora perdutamente. Poi viene la Guerra, dove James si comporta valorosamente. Quando torna in America, complice un incontro fortuito con un miliardario di cui diviene il tutto fare, James Getz diviene per tutti Jay Gatsby, uomo di successo, affascinante e ammirato da tutti benché l’origine della sua fortuna sia poco chiara e chiacchierata. Il suo vero scopo è rimasto quello di quand’era ragazzo: conquistare Daisy e accedere così a tutti gli effetti in quei piani alti della società che ha sempre sognato e che la sola ricchezza non basta a garantirgli. Finirà male.
Ho letto il romanzo per la prima volta otto anni fa e mi rendo conto di non averlo capito bene, allora. Non ne avevo colto il senso profondo: l’amarezza, la disillusione feroce di Gatsby che, anche prima della sua tragica fine, si è già reso conto del suo colossale abbaglio e quindi, di fatto, muore dentro con lo spegnersi del suo sogno, prima di trovare anche la morte fisica. Gatsby infatti si rende conto che la società che ha sempre idealizzato e il cui raggiungimento, simboleggiato dalla conquista di Daisy, ha tentato audacemente, non è altro che uno scintillante involucro (“la sua voce suonava piena di soldi”, vado a memoria, dice di lei in un passo). Quel mondo apparentemente perfetto pullula di persone false, ipocrite, senza scrupoli, autentici farabutti (come Tom, il cinico ed egoista marito di Daisy, che quest’ultima ha spossato per convenienza, non per amore e che si rifiuta di lasciare per Gatsby, del quale pure è innamorata, sancendo così il fallimento della “scalata” di Gatsby). Quando Gatsby muore, nessuno delle centinaia di ospiti che venivano continuamente alle sue feste sgargianti, si compiacevano e ricercavano la sua amicizia e la sua ospitalità, andrà al suo funerale: Gatsby è ridiventato, di colpo, un parvenu dal passato losco e dalle fortune poco chiare. Il successo cancella tutte le colpe, il fallimento le riporta a galla aggiungendoci un marchio d’infamia. La parabola di Gatsby, da umile che anela alla società alta e s’innamora di una ragazza in cui vede incarnati i propri ideali per poi fatalmente disilludersi quando è vicino all’obiettivo e finire poi tragicamente, mi ha ricordato, con le dovute differenze di ambiente e di epoca, un altro grande romanzo americano, Martin Eden.