Il libro dell'inquietudine
by Fernando Pessoa
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Dino BalleriniDino Ballerini wrote a review
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Questa enigmatica opera a firma Bernardo Soares, eteronimo di Fernando Pessoa, è un intricato arabesco di brevi, talvolta brevissimi, passaggi mentali che, trasposti su carta dall'autore, acquisiscono un ispiratissimo lirismo descrivendo una vita fatta di sogni a occhi aperti che diventano poesia in prosa.
Rua dos Douradores a Lisbona è il luogo dove Bernardo Soares lavora in uno studio contabile e il suo rifugio nella sicurezza delle abitudini quotidiane e dei visi conosciuti che costituiscono un nido confortevole al riparo delle insidie del mondo, ma al contempo è anche il luogo in cui l'autore si dedica alla fantasticheria, dove coltiva il sogno di fuggire altrove, verso cieli limpidi e orizzonti aperti.
Un sogno che però non si ha il coraggio di realizzare, anzi, per essere un sogno deve restare irrealizzabile, in una profonda inquietudine di ciò che poteva essere ma non è mai stato.
"La mia anima è una misteriosa orchestra; non so quali strumenti suoni e strida dentro di me: corde e arpe, timballi e tamburi. Mi conosco come una sinfonia" è forse il pensiero centrale del libro; la mediocrità e anonimità esteriore di Soares/Pessoa che si scontra con la caotica complessità interiore che solo lui conosce: "un maelstrom nero, una vasta vertigine intorno al vuoto, un movimento di un oceano senza confini intorno a un buco nel nulla..." è l'anima dell'autore.
L'autore immortala sensorialmente ogni elemento della realtà che lo circonda per poi trasporlo magistralmente sulla carta. Le sue pagine sono fotografie del mondo attraverso l'obiettivo della sua anima tormentata:" Sono una lastra fotografica impressionabile all'infinito. Ogni dettaglio si stampa mostruosamente dentro di me in un tutto. Mi occupo unicamente di me stesso. Il mondo esteriore è per me sempre una mera sensazione. Non mi dimentico mai del mio sentire".
Non sono certo un amante della poesia o di una prosa estremamente lirica, ma questo libro mi è piaciuto molto, soprattutto perché mi ha fatto scoprire lati di me che non conoscevo o che, forse, mi nascondevo: forse c'è un po' di Bernardo Soares in ognuno di noi ma non abbiamo il coraggio di ammetterlo.
CostantinoCostantino wrote a review
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Un sospiro da Lisbona...
Bernardo Soares è un uomo che osserva dalla piccola finestra del suo ufficio; in silenzio e quasi isolato egli se ne sta in disparte a rimirare, o a spiare, la vita del mondo fuori ed allo stesso tempo la vita del mondo dentro, il vivere del suo mondo interiore. Due paesaggi che per forza di cose si intrecciano, fino a confondersi e a confondere Soares con Fernando Pessoa, il suo creatore.
E in questa autobiografia inventata di un personaggio inesistente, il poeta ci lascia sulle sue pagine un lavoro durato vent'anni. Anni da leggere con sistema: la fretta non sarebbe buona soluzione
e quindi, procedendo a piccoli passi, si cerca di entrare nella completezza di questi scritti, di un pensiero complesso e articolato da risultare pur sempre sfuggente e impegnativo, tanto che alla fine ugualmente ci si perde, nella filosofia e nell'uomo Poeta...quindi, una volta al largo, non si resta immuni dalla suggestione di frasi come imperativi esistenziali, dal ritmo ipnotico, dalle sue precise osservazioni sulla vita e i suoi meccanismi fatti di raziocinio e di un emozione altamente infiammabile, una volta intravista...d'altronde Soares, come i suoi pensieri, oltre al mimetismo possiede un alone rarefatto, pronto a dissolversi, non tanto per nascondersi ma per concedere al lettore una comprensione dei sensi, sempre che il lettore ne sia predisposto. Oltre alla ragione e all'intelletto, alla psiche o alle capacità, c'è quindi una zona che nemmeno gli occhi hanno funzione ma solamente la sensibilità di ognuno può varcare la soglia, per arrivare nella zona dell'anima, magari così simile alla nostra, magari no ma comunque è lì, chiave di volta per accedere alla coscienza e all'inconscio, all'io e all'essere; zona parallela di quella vita vissuta e concreta di Bernardo Soares, impiegato di concetto, o Fernando Pessoa, impiegato anch'esso ma con un rapporto quasi insospettabile(ma pieno e quasi corporeo)con il mondo: "Quello che ci circonda diventa parte di noi stessi, si infiltra in noi nella sensazione della carne e della vita. "Perdersi quindi tra i pensieri-aforismi di un'"anomalia letteraria" del'900, dove ogni convenzione viene eliminata inesorabilmente: romanticismo e decadentismo cadono come cade tutto un codice di abitudini dei "baroni letterari". Soares, anonimo impiegato predilige anonime stanze in affitto o grigi uffici dell'anagrafe per riflettere sui temi prediletti della letteratura alto-borghese europea, quella fedele ai lussuosi sanatori di Davos, o ai fastosi salotti della Vienna culturale. Con loro cade anche il sogno e i sui teorici: che farsene di Freud o di Jung se "il libro dell'inquietudine" è un'insonnia perenne, metafora della vita come di un periodo di passaggio dove impossibile è riposare, dormire e quindi sognare? Pessoa invece, sembra rimanere nel suo territorio, in bilico con Soares, nel suo lungo dialogo, incerto e lucidamente disperato. Un raccontarsi senza perdersi di vista vuol dire non lasciarsi andare, trattenere per se sentimenti e pensieri, essere spietati e freddi dove la maggioranza si accalora, gioisce e soffre, mantenere una linea, anche con l'amore: "NON AMIAMO MAI NESSUNO. AMIAMO SOLAMENTE L'IDEA CHE CI FACCIAMO DI QUALCUNO. E' un nostro concetto(insomma noi stessi) che amiamo.(...)DUE PERSONE DICONO RECIPROCAMENTE "TI AMO", O LO PENSANO, E CIASCUNO VUOLE DIRE UNA COSA DIVERSA, UNA VITA DIVERSA, PERFINO FORSE UN COLORE DIVERSO O UN AROMA DIVERSO, NELLA SOMMA ASTRATTA DI IMPRESSIONI CHE COSTITUISCE L'ATTIVITA' DELL'ANIMA". Nella sua estrema razionale attenzione per i sentimenti, colpisce ancora l'amarezza, l'ineluttabilità dei pensieri, ma anche i desideri mimetizzati, ciò che poteva essere e non fu e non sarà mai, l'insoddisfazione per l'esistenza del mondo, temi che affronteranno per anni i filosofi del'900.
Assieme a Soares, fa la sua comparsa in letteratura la città di Lisbona, vero centro energetico della tragicità e dell'ironia dei personaggi-pensieri di Pessoa. E' qui, forse, in questa città sospirosa, che il poeta cerca il sentimento, la ragione dell'essere; è qui che qualcuno gli ha nascosto tanta preziosità, tra Rua dos Douradores e i suoi artigiani, dove oltre all'ufficio di una ditta tessile dove fa di conto questo "impiegato metafisico" c'è anche un piccolo negozio di barbiere, confine tra il mondo interiore di Soares e il desiderio di incontro del mondo reale. Un confine segnato da una porta, che quando l'insegna è su "aperto", si può anche percepire un sospiro di rimpianto, oltre al ticchettio delle forbici, che recidono ricordi e speranze, per un taglio di capelli lungo tutta una vita, lungo tutto un romanzo; quello infinito dell'inquietudine.
AdrianaT.AdrianaT. wrote a review
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Giusta distanza dall'inquietudine altrui
Non mi capita spesso di leggere un libro deprimente come questo concentrato di nichilismo senza deprimermi a mia volta: buon segno. Buon segno perché vuol dire che invecchiare funziona. Non tanto per le barriere e le difese che uno via via erge per ammortizzare gli urti della vita, al contrario, pur smantellandole per un necessario alleggerimento propedeutico al rush finale, si è in grado di tenere una certa distanza emotiva senza per ciò non godere comunque dell'intensità, della profondità e della poesia di una lettura come questa.

«Ho vissuto tanto senza avere vissuto!
Ho pensato tanto senza aver pensato! Mondi di violenze immobili, di avventure trascorse senza movimento, pesano su di me.
Sono stanco di ciò che non ho mai avuto e che non avrò, stanco di Dei che non esistono.
Porto con me le ferite di tutte le battaglie che ho evitato.
Il mio corpo è dolorante per lo sforzo che non ho nemmeno pensato di fare.»

Non si tratta quindi, per difesa, di diventare impermeabili agli stimoli trasmessi dal forte contenuto del pensiero di Pessoa, bensì di attuare una permeabilità selettiva per goderne dei pregi evitando le mortificazioni e le destabilizzazioni che possono derivare da un eccesso di coinvolgimento e identificazione contagiati e frullati dalle angosce di chi va, meticolosamente e impietosamente, a togliere la polvere da tutti gli angoli dolenti dell'esistenza intera.
Detto ciò è un gran libro, gustato quasi come un Sartre.

«Un mattino in campagna esiste; un mattino in città promette; il primo fa vivere; il secondo fa pensare.
E io sentirò sempre, come i grandi maledetti, che è meglio pensare che vivere.»