Il lupo della steppa
by Hermann Hesse
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SignoriSignori wrote a review
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Jarvin mezz'uggiosoJarvin mezz'uggioso wrote a review
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Dolore indolore
A sentire Hesse, sono un lupo della steppa. E non lo sono mai stato così tanto come in quest’ultimo anno di intima deflagrazione, di rivoluzioni alla rovescia, di carte taglienti frettolosamente rimescolate, di esterrefatta impotenza.
Anch’io, in quanto lupo della steppa, per costituzione incapace di credere in checchessia, di cullarmi pago nell’asettico sogno borghese, di soggiacere ad istanze a buon mercato reclamizzate a colori chiassosi, di ricercare e tollerare l’altrui compagnia per nausea di me stesso prima che si ridesti la nausea del branco; per tutto ciò riconosco la dilaniante biforcazione – che dico! - , oltre, la lacerazione, la sfrangiatura di me medesimo in sottomultipli aggrovigliati in rissa feroce e cruenta. È una condizione da schifo che nemmeno la pia coscienza o illusa pretesa di una sensibilità di raro pregio può alleviare se non a singhiozzi, fino a che effimere euforie e rovesci di sarcasmo, con effetti anestetizzanti più che estetizzanti, impongono tregua.
Sono il più indefesso e meticoloso carnefice di me stesso, mi sono scorticato fino ai nervi ora esposti all’impatto di una goccia e all’impeto d’una brezza, mentre di fuori mi si indaga cautamente il viso sciupato, e la bocca ricurva ben ammaestrata risponde “Abbastanza bene”, “Potrebbe andar meglio”, “Non c’è male” a chiunque mi chieda come stia.
Ed è arduo, oltremisura, dover resistere alla squisita, finissima tentazione di trascinare nell’angolo in penombra uno sgabello su cui accosciarmi, e godermi sorridente lo spettacolo della mia vita che brucia.

E poiché credo che alla tristezza meglio si addicano le cose tristi, ho approcciato Il lupo della steppa bramoso di indagare un male di affine natura, di cavare dal riscontro una nera catarsi, di affondare il dito nella piaga fino a grattare l’osso.
Forse non vi sono parole migliori di quelle usate dallo stesso autore nella Dissertazione sul lupo della steppaper descrivere la mia personale impressione sul libro:

“E così, per farla breve, anche il lupo della steppa è una finzione. Se Harry si considera uomo-lupo e opina di essere composto di due nature ostili e antitetiche, non fa che della mitologia semplificatrice. Harry non è affatto un uomo-lupo se abbiamo accettato apparentemente senza controllo la menzogna da lui inventata e creduta, se abbiamo effettivamente cercato di concederlo e interpretarlo come essere duplice, come lupo della steppa, abbiamo approfittato, sperando di esser meglio compresi, di un inganno che ora cercheremo di giustificare.
La bipartizione in lupo e uomo, in istinto e spirito, con la quale Harry cerca di spiegarsi la sua sorte è una semplificazione assai grossolana, una violazione della realtà per ottenere una plausibile ma errata spiegazioni delle contraddizioni che costui trova in se stesso e che gli sembrano la fonte delle sue non poche sofferenze”


Siano state scritte in un impeto di onestà, per compulsione autocritica o come giustificazione, convengo con Hesse. Il concetto del lupo della steppa, lezioso mantra, m’è venuto presto a noia. Ho teso l’orecchio a strazianti ululati; ho udito soltanto lamentevoli guaiti. L’autore tenta effigi dove occorrono affreschi.
Far simboli e allegorie non è impresa da tutti; ancor più di una ricca tavolozza occorre un sapiente pennello.
Dapprima Hesse disserta in asettico vernacolo d’indagine psicoanalitica, poi abiura il metodo e nell’evocazione sincopata del lupo della steppa, di cui di lupesco porta soltanto il nome senz’ulteriori attributi zoologici o menoma tangibilità, senza afrore di morte o bagliore di zanna, non reificato e non declinato, in tal formula spelacchiata riversa il minestrone di inquietudini e idiosincrasie scondite.
“Il lupo della steppa” si fa sciocco ritornello, pura e vuota unità nominale, balbuziente vicario di dolori, mentre il protagonista, fra cocotte erudite e vino da poco, fra la fica e la balera, fra incompetenti allucinazioni di allusa pregnanza e conclamata idiozia, si riconcilia col mondo passando per la mondanità e ritrova la gioia di vivere...

Ma veramente signor Hesse? Ma fa sul serio? Ma ci è o ci fa? Mi prende per il culo o cosa?
MarcelloMarcello wrote a review
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Premetto che è il primo di libro di Hesse che leggo, mi scuso se dico cose ovvie.
Di Hesse avevo sentito sempre parlare soprattutto a proposito di "Siddharta", che molti trovano quasi un testo su cui basare una propria religione, e quindi, io che non sono per nulla religioso, me ne sono sempre tenuto a distanza.
Alcune persone però mi avevano suggerito "Il lupo della steppa", forse perché la figura dell'uomo maturo solo e un po' troppo preso dai suoi pensieri poteva spingermi ad identificarmi.
Probabilmente dovevo aspettarmi un paio di cose del libro che comunque mi hanno indisposto: il lirismo della scrittura (esempio: "ci buttammo ciechi e disperati ancora una volta nella danza, nella musica, nella marea di luce, sollevati dal ritmo, stretti coppia contro coppia, immersi nella beatitudine ondeggiante"), e la tensione religiosa e nostalgica verso qualcosa di indefinito, aldilà della realtà terrena di oggi.
Il libro è breve, eppure sfoggia diversi artifici per alternare il ritmo: un'introduzione, lunga alcune pagine, da parte dell'affittuario che ospitò il protagonista; alcune altre pagine dedicate a una specie di trattato psicologico degli uomini come il protagonista; una serie di allucinazioni descritte molto in dettaglio nell'ultima parte.
L'autore stesso nella postilla, in modo superfluo per me, ma evidentemente sentendone egli il bisogno, spiega che il libro non è tanto sulla crisi del protagonista, quanto sull'inizio della sua uscita dalla crisi, grazie alla fede (parola dell'autore) in qualcosa di religioso (parola mia).
Una cosa che mi ha molto indispettito: il protagonista ha cinquant'anni, e comunque per lui le donne che possono interessarlo anche intellettualmente sono solo giovani e ovviamente solo belle.
Ctr bibliotecaCtr biblioteca wrote a review
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POSIZIONE LIBRERIA
NA 148
VentieventitreVentieventitre wrote a review
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Immortale
Pochi libri come questo reclamano a gran voce una o più riletture. Magari periodicamente, nelle varie stagioni della vita matura. Più che un romanzo di formazione, questa grande opera può essere intesa come percorso di meditazione per chi legge. La riflessione ricca, complessa e talvolta sfuggente sull'esistenza umana prevale nettamente sulla narrazione delle vicende del protagonista, ma questo non sottrae, anzi conferisce fascino e magnetismo al libro. Se ci si predispone a vivere ogni pagina con lentezza e profondità, cercando di assorbire la densità delle riflessioni, si può leggere e rileggere più volte il libro scoprendo risvolti sempre nuovi, nei quali specchiare i molteplici aspetti della propria esperienza di vita. Dietro l'apparente endiadi uomo-lupo, come ci insegna Hesse, si nasconde invero la nostra natura prismatica, in cui la personalità si dissolve in molteplici 'figure', di cui dobbiamo prendere consapevolezza per imparare a 'giocare' le varie combinazioni sulla scacchiera della nostra esistenza. Questa è una delle immagini più efficaci e coinvolgenti che si possono ritrovare tra le pieghe di un'opera straniante e per questo avvincente. Attingendo a piene mani dal patrimonio sapienziale orientale, Hesse ci prende per mano partendo dalla descrizione di una quotidianità molto concreta, molto materica, fino a slittare progressivamente in una dimensione onirica, in cui le visioni assumono un significato allegorico tutto da esplorare e interpretare. Unico neo, per me, il finale. Abituato al ritmo, al respiro e all'ampiezza delle riflessioni contenute in tutto il libro, mi attendevo una conclusione meno brusca e improvvisa. Tutto l'apparato di immagini, allegorie e significati evocato nelle pagine immediatamente precedenti si riassorbe e risolve in pochissime, lapidarie frasi che lasciano spiazzati, con un senso di incompiutezza che - mi perdoni Hesse - non rende giustizia alla sete che lui stesso ha suscitato in chi legge. Questo libro parla di noi, di tutti noi. E ha moltissimo da insegnarci. In questo senso è uno 'strumento' per espandere la nostra coscienza. Un vero classico.
KheimaKheima wrote a review
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LudovicaLudovica wrote a review
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Vorresti che ti leggano dall’esterno. Che si aprano gli occhi altrui dall’intuizione di cosa sospira nei tuoi passi appena più pesanti, nell’umidire dello sguardo mentre attraversi un ordinario pianerottolo. Che notino il breve guizzo della testa alla pronuncia di una poesia e che riaccendano allora la fiamma delle parole che tornano ad avere senso, perché saprebbero che tu li seguiresti, perché vorrebbe dire che sono riusciti in un lampo ad attraversare quella barriera che il tempo ha costruito tra te e ciò che sei stato, o avresti potuto essere: colui che con i libri si librava sulla realtà, e la realtà sembrava librarsi con lui. Quello che non era mai sazio di incuriosirsi dei campi del sapere, che aveva amato mettersi in gioco con pensieri nuovi.
Vuoi che ti leggano, non che ti guardino! Non che occhieggino quel signore un po’ chiuso, che scrollino le spalle agli scatti più permalosi, che ti lancino come reti chiacchiere insulse, no, no! Non vuoi mica che ti soffochino! Non basta già la pesantezza dei tuoi passi?
Meglio allontanarli, sarà così senz’altro più vicino il confine con l’agognato stato di meraviglia. E se pure nell’affanno della paura, a pericolo di essere umano ormai scampato, i tuoi passi sembrano ancora più pesanti, e le parole sembrano far sentire la loro voce ancora di meno, puoi sempre ricorrere ad una spiegazione- è perché l’uomo in verità è fatto di due anime, una più umana una più lupina, si scontrano, vedete? E’ colpa del loro scontro se sono così diviso…è dalle crepe del loro logoramento che è trasudata la realtà, come potevo afferrare il suo scorrere tra le mani…
E se nonostante tutto le parole sono sempre più pesanti e non riescono a librarsi su niente, prova un’ultima carta. Prova a sognare un delirio. Una dimensione fatata in cui il mondo ti porge la mano e ti dà la possibilità di cambiare tutte le incertezze del tuo passato e provare tutti i futuri che non ti sei mai azzardato ad esplorare. Una dimensione in cui ti scopri non uno o due, ma cento, mille, tutti i pezzi di te che crescono rigogliosi, niente che soffoca. Poi scrivici un libro. Lancia questa bottiglia chiusa nel mare.
Non so se ha funzionato, Hermann Hesse. Lo spero per te.