Il marchese di Roccaverdina
by Luigi Capuana
(*)(*)(*)(*)( )(557)

All Reviews

48 + 5 in other languages
Μαʀιαƞƞα
Μαʀιαƞƞα wrote a review
616
(*)(*)(*)(*)(*)
DELITTO E CASTIGO
“Il marchese di Roccaverdina”, uno dei principali romanzi del Verismo italiano, uscì nel 1901 per i tipi dell’editore Treves di Torino, lo stesso che aveva pubblicato anni addietro “I Malavoglia” (1881), “Mastro-don Gesualdo” (1889) di Verga e anche “Il piacere” (1889) di D’Annunzio.
L’opera mi è piaciuta tantissimo: la ricchezza delle tematiche, la presenza di una figura principale forte e complessa, lo stile lineare, con pochissimi flashback, per chi ama i classici è un must read.
Un capolavoro quasi dimenticato, forse perché oscurato dalle opere dell’amico fraterno Giovanni Verga, con cui condivideva non solo la passione per la scrittura -vicina ai dettami del Naturalismo francese, adattato alla realtà del Sud Italia - ma anche per la fotografia, di cui il Capuana fu un vero maestro.

Il romanzo è ambientato nei luoghi in cui è nato e cresciuto l’autore, tra Rabbato e Margitello, nel catanese. Non si tratta di un giallo: al lettore verrà svelato nei primi capitoli che il marchese è l’autore di un terribile delitto.

La vittima, Rocco Criscione, suo devoto servitore, al punto di essere conosciuto col nome di “Rocco del marchese”, era stato costretto a sposare la donna che per dieci anni il padrone si era tenuto in casa come schiava e concubina, Agrippina Solmo, giurando che non l’avrebbe mai toccata, che sarebbero stati nella stessa casa come fratello e sorella.
Questa strana trovata del marchese era stata dettata dalla necessità di mettere a tacere lo scandalo che la sua condotta peccaminosa gettava sul buon nome della famiglia.
Purtroppo però, roso dalla gelosia e dal sospetto che i due fossero venuti meno al giuramento, il marchese in preda ad un terribile raptus con una “fiammata” del fucile uccide il servitore e non fa nulla per scagionare l’innocente, un certo Neli Casaccio, condannato per omicidio al posto suo.

Il perno del romanzo è il rimorso della coscienza del marchese, una sorta di “Delitto e castigo” verista: la celebre opera russa era conosciuta in Italia, basti pensare anche a “Canne al vento” della Deledda, pur con le caratteristiche che renderanno riconoscibile e irripetibile l’opera della scrittrice sarda.

Antonio, marchese di Roccaverdina, per tutta la durata della narrazione, cercherà in tutti i modi di mettere a tacere la voce della sua coscienza che gli rende la vita impossibile. I suoi nervi sono ipersensibili e si alterano per un nonnulla: le stesse “magherie” dell’amico Aquilante che lui tanto derideva prima del delitto, gli mettono addosso strani brividi e paure sconosciute, come quella di ritrovarsi da solo nel salone di casa. Ad un certo punto dona il grande crocifisso di legno a grandezza naturale ai frati della vicina parrocchia, perché non riesce più a passare per lo stanzino in cui era sistemato da decenni, senza tremare:

“egli rivedeva il gran Crocifisso che lo guardava, lo guardava con gli occhi velati dallo spasimo dell'agonia, agitando le labbra tumide e pavonazze per pronunziare parole che non prendevano suono (…)”

Per alleggerire la coscienza rivela in confessione il delitto allo smilzo don Silvio, che di là a poco morirà col suo segreto. Ma ciò non basterà a calmare i suoi nervi. Le stesse dottrine positivistiche, di cui si fa portavoce suo cugino, il cavaliere Pergola, riusciranno solo per poco a far respirare il nostro marchese.

«Avete gli occhi chiusi, caro cugino. Se credete di guadagnarvi il paradiso!... Il paradiso è quaggiù, mentre respiriamo e viviamo. Dopo, si diventa un pugno di cenere e tutto è finito.»

«E l'anima?»

«Ma che anima! L'anima è il corpo che funziona; morto il corpo, morta l'anima. Chi ha mai visto un'anima? Soltanto don Aquilante e i pochi pazzi suoi pari si illudono di parlare con gli Spiriti.» «Che ci assicura che sia come dite voi?» «La scienza, l'esperienza. Nessuno è mai tornato dall'altro mondo...(…)

Un romanzo interessante, ligio ai dettami del Verismo, che cala le vicende in luoghi reali, in epoca post-unitaria. Le credenze religiose vengono attaccate su un doppio fronte: dalla scienza positivista e dalle idee evoluzionistiche (il cugino) e dallo spiritismo (don Aquilante). Questi personaggi sono assolutamente pittoreschi e contraddittori: l’uno, ateo e scettico, credutosi moribondo si fa riempire la casa di reliquie di santi, tutte provenienti dalle vicine chiese, e sposa la donna con cui ha convissuto in peccato tanti anni e l’altro, l’avvocato, uomo di legge colto, che cede alle lusinghe dello spiritismo e delle scienze occulte.

Da segnalare l’uso di proverbi del luogo, proprio come nei romanzi di Verga, lo spaccato di vita contadina, di cui la fa parte lo stesso Antonio dei Roccaverdina, “il marchese contadino”. I braccianti e i lavoratori conducono una vita dedita al sacrificio, legata al ritmo e al capriccio delle stagioni, dove il raccolto non è all’altezza delle grandi culture intensive del Nord Italia e del Nord Europa.

Nodo cruciale della questione meridionale:

“Noi abbiamo quel che ci meritiamo», aveva soggiunto il marchese. «Non ci curiamo di associarci, di riunire le nostre forze. Io vorrei mettermi avanti, ma mi sento cascare le braccia! Diffidiamo l'uno dell'altro! Non vogliamo scomodarci per affrontare le difficoltà, né correre i pericoli di una speculazione. Siamo tanti bambini che attendono di essere imboccati col cucchiaino... Vogliamo la pappa bell'e preparata!»

Un capolavoro (quasi) dimenticato da recuperare, sia per la ricchezza delle tematiche, sia per la complessità psicologica del protagonista.
ChiattivaChiattiva wrote a review
02
(*)(*)(*)( )( )

Considerato il suo capolavoro e paradigma del verismo (che io non amo particolarmente, ma di Capuana ho letto solo le fiabe e volevo approfondire), “Il marchese di Roccaverdina” venne pubblicato nel 1901 da Luigi Capuana, ch’è, forse, più famoso per le fiabe e/o altre opere. Sta di fatto che proprio questo romanzo dette il la al verismo italiano, non già Giovanni Verga, come tutti credono.

Vi si racconta la storia del marchese di Roccaverdina, per molto tempo amante di una sua giovane serva, Agrippina Solmo, che vive con lui, per anni, nel peccato, finché, sollecitato dai parenti, per salvare l’onore del casato, decide di farla sposare con il suo fattore Rocco Criscione, facendogli solennemente giurare, però, di non consumare il matrimonio. In preda a una gelosia ferina, finisce per uccidere Criscione, facendo carcerare un malcapitato innocente. Confessa poi il delitto al prete e, mentre a ritroso si scopre la storia per come sono andati realmente i fatti, si va avanti con il tormento interiore del marchese che, incapace di reggere il peso del rimorso e delle menzogne, cede alla follia.

Il libro è, dunque, un’analisi della mente umana, delle sue tortuosità, delle sue deviazioni, specie se sottoposta a forti emozioni come la gelosia, il sospetto, la paura di un eventuale castigo di Dio, la lotta con la propria coscienza.

Capuana, grazie alla sua deriva verista, analizza a fondo i pensieri del marchese, guidando il lettore in un percorso graduale verso la sua pazzia.

Chiaramente, il libro non si può non accostare al grande “Delitto e castigo”.

Nonostante sia, appunto, capostipite della poetica verista, non disdegna una certa qual propensione al favoloso e al soprannaturale, soprattutto attraverso la figura di don Aquilante, avvocato votato alle sedute spiritiche.

AK-47AK-47 wrote a review
211
(*)(*)(*)(*)( )
Spoiler Alert
Un altro esempio di verismo, accanto a quello di Verga
Il romanzo più noto di Capuana, del 1901, si apre con il crimine commesso dal marchese di Roccaverdina, che di notte spara, uccidendolo, al suo ex factotum, cui aveva "imposto" come moglie (solo per salvare le apparenze, in realtà avrebbero dovuto vivere da perfetti estranei) la sua amante Agrippina Solmo. Per il delitto viene condannato un innocente, un povero mezzadro che morirà in carcere. Il marchese, tra una violenta crisi di coscienza e un'altra (memorabile la scena in cui, assillato dal rimorso , si reca, in una notte tempestosa, a confessarsi dal parroco Don Silvio, che gli impone, inascoltato, di andare a consegnarsi alla giustizia, come condizione per assolverlo), cercherà, in modo diverso e sempre senza successo, di liberarsi dai ricorrenti sensi di colpa e dal tormento interiore per il delitto commesso: prova a gettarsi nell'attività imprenditoriale (fonda una società agricola che, nelle sue intenzioni, dovrebbe dare nuovo impulso alla produzione, frammentaria e minuscola, di vino e olio locali), nella politica, sposa una ragazza nobile ma di una famiglia caduta nella povertà, cerca di convincersi che la religione è solo superstizione, grazie ai libri "positivisti" che gli presta il cugino mangiapreti (altra scena memorabile, per ironia, quella del cugino ateo e mangiapreti che, di fronte al pericolo imminente di andare all'altro mondo per un male alle tonsille, piagnucola e si converte e invoca tutti i santi, salvo poi ritrattare tutto appena scampato il pericolo). È tutto invano e, alla fine, il marchese perderà il suo fragile equilibrio, scivolando nella follia e restando solo, con soltanto la sua ex amante, la popolana Agrippina, a prendersi cura di lui fino alla fine. Un romanzo intenso, con alcune scene memorabili, e con un protagonista che è, a suo modo, anch'egli un "vinto" (la sua impresa non decolla e lui stesso finirà travolto dalla follia), un esempio diverso di verismo rispetto ai celebri romanzi di Giovanni Verga, da uno scrittore a lui coevo e anch'egli siciliano.
1032
(*)(*)(*)(*)( )
e mezza
Da queste parti, se uno vuole farsi un giro, coprendo distanze di pochi chilometri può andare a Roccalanzona, Roccamurata, Roccaferrara e Roccaprebalza (le ultime due sono le mie preferite). Ci sarebbe anche Roccabianca ma è una cosa un tantino diversa. E dunque, pur essendo siciliano doc, il Roccaverdina mi è suonato da subito quasi come uno di casa.

Il lavorìo di limatura delle parole, di disfacimento e rifacimento degli episodi, l'immedesimazione in un personaggio che forse - almeno in parte - va raccontando l'autore stesso, tutto il rimuginare che ha impegnato Capuana per un lasso di tempo lungo ben vent'anni, hanno ottenuto di forgiare e temprare questo piccolo capolavoro proprio come se fosse una speciale lega composta di diversi metalli.

I tratti in comune con "I viceré" e con "Mastro Don Gesualdo" ci sono e sono tantissimi, e le tematiche esposte dagli altri due si trovano qui mirabilmente distillate; ma è pur vero, come già è stato osservato in altre recensioni, che Capuana con questo romanzo scardina il verismo dall'interno: inserisce elementi autobiografici, elementi di tragedia greca, ricama attentamente intorno ai temi della religione, del bigottismo, dell'ateismo; si fa tirare i bottoni della giacca dagli incipienti/imminenti espressionismo e simbolismo, precorre tutti gli schemi più classici del giallo e del noir senza peraltro restarvi impantanato; il racconto è inoltre tutt'oggi attualissimissimo nel presentare il tema dell'amore malato (prendete un quotidiano a caso degli ultimi quindici giorni…); e infine quoto @malax75: è un romanzo più moderno del classico romanzo verista, va considerato al di fuori da qualsiasi schema o etichetta.
Il breve racconto è decisamente statico, con una trama pressoché inesistente - perché l'omicidio per gelosia, rispetto tutto l'impianto, rappresenta solo una premessa - eppure per quanto mi riguarda ha saputo essere avvincente. Innanzitutto grazie alle ambientazioni splendide, con descrizioni emozionanti da cui prorompe una natura sempre protagonista, sia col bello che col cattivo tempo, sia con la luce che con il buio, panorami mozzafiato osservati dal paesino arrampicato lassù sulla roccia.

E poi c'è il protagonista marchese, che è un personaggio di un cinismo potente ma non del tutto meschino, che non cerca in nessun modo di impietosire e che tuttavia vive una serie di stravolgimenti interiori che lo sballotteranno come la più travolgente delle tempeste: laceranti dubbi, profondi sensi di colpa, sbalzi d'umore e scatti d'ira. Impressionabile e influenzabile, tormentato e molto più insicuro di quel che vuol dare a vedere e che il rango gli impone di dare a vedere, è per via di questi suoi stravolgimenti interiori che, anche se non si 'parteggia' per lui, si può comunque provare una certa empatia per la sua anima angosciata ed appassionarsi a seguire il decorso della sua intima vicenda.

"E pensava che il mondo era un inesplicabile enimma. Perché si nasceva? Perché si moriva? Perché tanta smania di affaticarsi, di arricchirsi, di affrettarsi a godere, e di soffrire con l'intento di arrivare un giorno a godere? Qualche istante di vita gli appariva come una folle fantasmagoria. E stupiva di quelle riflessioni così insolite per lui, di quella tristezza che gli pesava su l'anima, di quella sorda agitazione che gli serpeggiava per tutta la persona, presagio di sinistri avvenimenti."