Il matrimonio degli opposti
by Alice Hoffman
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MedialunaMedialuna wrote a review
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Piacevole
Libro strano: lento in alcuni passaggi, avvincente in altri. L'ho amato come amo le biografie, pur se romanzate, mi ha annoiato invece il lento fluire degli eventi senza mai un colpo di scena. Mi hanno stordito i colori e i profumi tropicali che si respirano per la maggior parte del tempo, mi ha riposato l'atmosfera fredda ed elegante di Parigi.
La protagonista è francamente odiosa, un carattere egoista, spigoloso e a tratti cattivo, ma la saga familiare è affascinante, soprattutto sapendo che è storicamente accurata.
Un libro da leggere nei pigri pomeriggi d'agosto, che non richiede troppo impegno e allo stesso tempo non scade nella superficialità. Racconta un amore passionale ed assoluto, egoista e prolifico, visionario e provinciale insieme. Mi ha colpita come la protagonista riconosca il ripetersi di alcuni passaggi nella vita ma non si arrenda a volerli accettare (ha avuto enormi difficoltà a sposare il suo grande amore ma tenta di impedire al figlio di sposare il suo, riconosce che il figlio le somiglia moltissimo di carattere ma fa molto poco per agevolarlo anzi, gli rema contro per la maggior parte del tempo).
Il fatto che il figlio preferito diventerà un famoso pittore è abbastanza indifferente: non è un libro che parla di arte e nemmeno una biografia del pittore (questa parte risulta tirata via rispetto al resto). E' un libro che celebra le scelte di una donna, la forza con cui si è portata in salvo nonostante le sue stesse fragilità, con la caparbietà di chi sa cosa vuole e fa di tutto per ottenenerlo.
Non è un libro memorabile, ma nell'insieme risulta piacevole.
Giogio53Giogio53 wrote a review
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La quinta non attrae - 04 ago 19
Alice Hoffman, sceneggiatrice e scrittrice americana, non mi è particolarmente nota, anche se in patria sembra abbia un discreto successo. Lego che di discendenza russo-ebraica, ed in questo romanzo si nota particolarmente. Anche se non è il centro (forse uno dei volani dell’azione sicuramente). Perché il centro dovrebbe essere qualcosa attinente all’arte. Purtroppo, dobbiamo aspettare almeno un terzo del libro per capirlo. Non nego, comunque, che ha un suo piglio “nonostante” questa falla. Ci porta nei Caraibi, all’inizio dell’Ottocento, nell’isola di St. Thomas, rifugio di una piccola comunità ebraica messa all’indice da vari paesi (ultima la fuga da Santo Domingo), e governata (questo mi giunge misterioso, invero) dal governo danese. Tanto che la capitale si chiama Amalienborg (nella dizione inglese diventata Charlotte Amalie, dal nome della consorte del re Cristiano V di Danimarca). Dove seguiamo l’infanzia e l’adolescenza di Rachel Pomié, unica figlia della famiglia Pomié, mercanti ebrei. Le sue capacità, la sua intraprendenza, la sua amicizia con l’indigena Jestine, i suoi dissapori con il cugino Aaron (che poi non è realmente cugino), nonché il mito della lontana terra natia, che la famiglia viene dalla Francia, e Rachel legge di continuo libri su Parigi. Quando gli affari vanno male, per salvarli deve sposare qualcuno per mettere soldi freschi nelle casse paterne. Sposa così tal Isaac Petit, già padre di tre rampolli con moglie appena defunta. Rachel avrà una serie di figli da Isaac, e noi continueremo a seguire le sue vicende isolane. Soprattutto il fatto che Aaron mette incinta Jestine, e per questo viene mandato a Parigi in esilio, mentre Jestine e Rachel, oltre ai figli della protagonista, si curano anche della piccola Lyddie. Purtroppo, anche Isaac muore, ed in mancanza di altri figli maschi, prima provano con Aaron. Ma questi viene con la moglie francese, si comporta da buzzurro, e viene rimandato al mittente, con l’unico vantaggio (per Aaron) di rubare (anche se legalmente) la figlia a Jestine. Dramma nel romanzo, che proseguirà sino alla fine, con un suo filone narrativo che si intreccerà anche con il principale. Viene allora mandato un cugino “reale” della famiglia, il poco più che ventenne Abraham Gabriel Frédéric Pizzarro. Cominciate a vedere la luce in fondo al tunnel? Il buon Frédéric come vede Rachel, sebbene questa abbia sette anni più di lui e gestisca sette figli, cade innamorato come una pera cotta. Il bello è che anche Rachel finalmente si innamora. Qui però cadiamo in tutta una cinquantina di pagine dedicate alla lotta di Frédéric e Rachel con i maggiorenti locali che ostacolano le nozze considerandoli cugini, anche se Frédéric è solo cugino del marito di Rachel, quindi non hanno vincoli di sangue neanche lontani. Fatto sta che i due si sposano, e cominciano a sfornare figli. Il terzo dei quali, nel 1830, verrà chiamato Jacobo Camille Pizzarro (la famiglia di Frédéric ha origini portoghesi). Finalmente, da metà libro in poi, abbiamo quindi l’artista. Che però è uno degli attori del romanzo. Ne vediamo i primi anni, le ribellioni, all’isola, alla madre, a tutto e tutti. Scarso studente, inetto alla gestione della bottega paterna, ha solo il disegno, la pittura in testa. E “pour cause” diremo noi. È fondamentalmente un anarchico, e per mettere a frutto (ed anche metterlo in riga) viene inviato alcuni anni a Parigi. Dove affina la sua arte, e contatta la Lyddie rapita (e sarà lui a ricucire tutti gli strappi, tra Lyddie e Jestine, nonché tra i suoi genitori e la comunità ebraica). Al ritorno a St. Thomas, però, Camille (lasciato il primo nome Jacobo) è ancora osteggiato. Fuggirà un paio di anni in Venezuela, prima di essere accolto di nuovo e finalmente, alla morte del padre, lui venticinquenne con la madre ormai di sessanta, finalmente ritornano tutti in Europa. Ci saranno altri momenti, altre piccole tappe, che seguiamo sempre con gli occhi di Rachel, che di Camille sapremo soltanto l’amore per gli azzurri, per i diseredati, per la vita bohemienne sino alla fine, tanto che sposerà Julie, la cameriera di sua madre. Questo per suggellare, sino alla fine, la corrispondenza del titolo con il testo: tutti i matrimoni del romanzo sono tra persone “opposte”, di carattere, di espressione, di retroterra familiare. Purtroppo, però, poco spazio viene dato alla pittura di Camille (che quando finalmente vive in Francia cambierà il cognome da Pizzarro a Pissarro), ai suoi periodi fecondi (dove rimando al bellissimo libro di Sue Roe sugli Impressionisti), all’amicizia con Monet, con Cézanne e poi con Seurat e i puntillisti. Peccato. Un libro decente per capire da dove vengono certi colori del nostro amato pittore, ma tuttavia un libro dedicato ad altro, alla madre ed ai Caraibi.
“La morte ci insegue … Allora perché non vivere come vogliamo?” (270)
“È più facile che riusciamo a vedere i nostri figli come vorremmo che fossero, piuttosto che come sono davvero.” (299)
MirellaMirella wrote a review
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