Il mio nome è Asher Lev
by Chaim Potok
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Asher Lev, un bambino ebreo di Brooklyn, ha la pittura nel sangue. Tutto nelle sue mani diventa disegno, immagine, colore: la casa, la madre, il padre, gli amici, la strada. Ma in una cultura come quella ebraica, tradizionalmente ostile alla rappresentanone figurativa, la vocazione di Asher è destinata a creare duri conflitti e alla fine una drammatica rottura. Asher incontra un maestro, va in Europa, a Firenze, Roma, Parigi... Quando torna a New York, è ormai un pittore affermato. Decide di misurarsi con un tema fondamentale nella storia della pittura, la crocifissione, scatenando un nuovo conflitto con il padre e con il suo ambiente d'origine. Potok continua qui ad affrontare le tematiche dei suoi grandi romanzi: il confronto tra la modernità e la tradizione, il rapporto tra la fede e l'arte, il contrasto tra l'individuo e i diversi gruppi di cui fa parte, per nascita o per scelta.

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StreppyStreppy wrote a review
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Essere un artista: una benedizione ma anche una condanna
È possibile essere un artista geniale e nel contempo godere di un'esistenza felice e tranquilla?
Può accadere, ma forse solo in un mondo idealmente libero - senza sovrastrutture morali, senza condizionamenti indotti e poi interiorizzati.
La questione, di contro, si fa quantomeno ardimentosa nel momento in cui si nasce e si cresce in un contesto molto chiuso, come può essere, ad esempio, una famiglia di tradizione chassidica di metà del ‘900, la cui missione, da generazioni, è quella di portare nel mondo il messaggio della Torah.

Asher, il protagonista di questo romanzo, è un giovane ebreo ortodosso che possiede un dono folgorante: tra le sue mani nascono capolavori su tela. Ma come conciliare la propria tradizione religiosa, che per la gran parte disdegna l’arte pittorica, con l’impellenza di esprimersi? 
Come espiare il fardello di una reputazione che, per colpa dell'arte, va giorno dopo giorno deteriorandosi? 
La risposta che Asher dà a questi interrogativi è inequivocabile: diventare non un artista, ma un grande artista. Solo la fama, forse, potrà in qualche modo giustificare le sue scelte agli occhi della comunità.
Ed è così che Il dono ricevuto - benedizione ma anche condanna - presto diviene per il protagonista una responsabilità verso se stesso e verso il suo modo di intendere la verità. 

Doloroso, intimo e ricco di dialoghi interiori, questo romanzo è il migliore di Potok che io abbia mai letto.
La narrazione di lui esule e apostata riprende in un successivo romanzo, "il dono di Asher Lev", che ho già tra le mani e che, fortemente motivata, mi appresto a iniziare.
InvadenteInvadente wrote a review
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SkimbleSkimble wrote a review
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"This is a tradition. It is a religion, Asher Lev. You are entering a religion called painting."
Il libro narra, in prima persona, l’infanzia e la giovinezza di Asher, appartenente alla comunità di ebrei ortodossi (Hasidim) di Brooklyn, tra gli anni 40 e gli anni 60 del novecento. Fin da piccolissimo Asher mostra uno straordinario talento artistico, testardamente perseguito, affinato e maturato negli anni. Alla lunga questo “dono” finisce per metterlo in conflitto con la famiglia e la comunità, le cui profonde convinzioni religiose non riescono ad accordarsi con una libera espressione artistica.

E’ un libro costruito magistralmente, imperniato su due temi principali: da un lato lo sviluppo del talento artistico, visto dall’interno, come una forza irresistibile e quasi aliena, indipendente dalla volontà e indifferente alla sofferenza propria o altrui. Dall’altro lato ovviamente, la religione, l’ebraismo tradizionale, ortodosso, che mai come in questo libro mi è sembrato amorevole, comprensivo, per tanti versi struggente (e non come immaginavo, solo prescrittivo e inflessibile).

Ma la pittura da una parte e la religione dall’altra sono due forze così profonde e assolute, così connaturate all’identità delle persone, che non possono trovare un terreno comune e impongono perciò scelte drastiche a entrambe le parti. Il maestro di Asher glielo ricorda proprio all’inizio del suo apprendistato: “This is a tradition. It is a religion, Asher Lev. You are entering a religion called painting. It has its fanatics and its rebels”.

Intorno ai due temi di cui sopra l’autore intesse tutto un mondo di relazioni (bellissime le figure dei genitori, dell’illuminato rabbino, dell’amico scampato dai gulag russi, per non parlare del “mitico antenato” che ricorre nei sogni del protagonista), in cui spesso la descrizione di intere scene è lasciata alla matita, al carboncino o al pennello del giovane Asher.

Tralascio qui diversi altri temi per non dilungarmi, ma quando ripenso al libro non finisco di stupirmi per come l’autore è riuscito a intrecciarne tanti alla trama principale e tutto sommato in uno spazio ridotto, e ora che ci penso questo gli fa giusto meritare la quinta stella.
Arturo VitiArturo Viti wrote a review
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Lilli LuiniLilli Luini wrote a review
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Libro purtroppo quasi introvabile, di una bellezza straziante.
Dello stesso autore mi aveva già incantato “L’arpa di Davita”, e non pensavo potesse di nuovo raggiungere tali vette.
Siamo sempre a Brooklyn, negli anni 50-60, in una comunità di ebrei ortodossi. Asher Lev è figlio unico di una coppia molto religiosa e molto unita. Il padre viaggia per conto del Rebbe, che immagino sia una specie di capo della comunità, impegnato a creare dal nulla scuole di Torah e a salvare gli ebrei russi dalle persecuzioni di Stalin.
Incontriamo Asher a quattro/cinque anni, e manifesta già un talento straordinario per il disegno, in ogni modo osteggiato dal padre, che lo ritiene una perdita di tempo. Le cose si aggravano quando inizia la scuola ebraica e il suo ossessivo disegnare lo distoglie dallo studio della Torah.
Le cose precipitano quando diventa chiaro in Asher non c’è solo un grande talento per il disegno, bensì una grandiosa sensibilità artistica. Attraverso immagini e colori Asher racconta se stesso, le sue esperienze, la sua visione del mondo. Il padre, persona pur colta e preparata, non è in grado di comprendere, perché la religione ebraica e ostile all’arte figurativa e pertanto il dono del figlio non può provenire da Dio ma dal male.
Con una scrittura coinvolgente, l’autore ci accompagna lungo il cammino di questo ragazzo, che non può evitare di essere artista e allo stesso tempo è consapevole di fare del male a quelli che ama. Una storia struggente ma non disperata, la storia di un ragazzo solo con il suo genio, che deve decidere fino a dove può e vuole arrivare.
Obbligherei a leggerlo tutti i genitori, non solo quelli che hanno figli geni. Anche quelli che pretenderebbero di averli.
ValeVale wrote a review
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