Il mistero del villaggio
by John Ferguson
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James Cardew, un ricco gentiluomo che vive in un villaggio nella campagna inglese, da qualche tempo si comporta in maniera insolita: sembra preda di una segreta paura, e i suoi modi gioviali si sono fatti bruschi e scontrosi. Stranezze di un uomo alle soglie della vecchiaia? La sua apprensiva figlia non è di questo avviso e si reca a Londra per sottoporre il problema nientemeno che al famoso criminologo Francis McNab. L’allarme della ragazza si rivela ben presto giustificato, perché quello stesso giorno Cardew viene trovato morto sul prato davanti alla propria abitazione. La causa del decesso sembra essere un attacco cardiaco, ma nel villaggio circolano strane voci che inducono il coroner a svolgere un’inchiesta. Questa, tuttavia, non approda a nulla: i pochi indizi – un portasigarette d’argento abbandonato per strada, un bastone piantato nell’erba vicino a casa della vittima – non consentono di individuare una pista e manca anche un movente plausibile per appuntare i sospetti su qualcuno. Se davvero si tratta di omicidio, il suo autore è incredibilmente scaltro. Ma non così scaltro da sfuggire a Francis McNab… Il mistero del villaggio (1930) ha tutte le caratteristiche dei migliori gialli classici: un intreccio complesso, un’ambientazione suggestiva e un colpo di scena finale.

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Giogio53Giogio53 wrote a review
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Anglosassoni 2 - 17 dic 17
Torniamo in Inghilterra, o meglio e più precisamente in Scozia, ed i toni dei gialli d’epoca risalgono decisamente. Certo, si sente il rumore di ferraglia di una macchina che impiega del tempo a carburare. Certo, si vede il fumo che il motore sporco d’olio lascia dietro di sé. Ma la lettura si fa godibile, con alcuni spunti di interesse, ed un impianto che non fa rimpiangere scrittori più celebrati. A parte il solito titolo, che potrebbe essere tradotto meglio con “Delitto nella palude”, anche se Marsh, oltre a palude, designa una regione tra il Kent e l’Essex, ed è il toponimo del luogo dove si svolge l’azione, Romney Marsh. Tra l’altro, per rimanere alla collocazione geografica menzioniamo che John Ferguson, dopo aver fatto il ferroviere per alcuni anni, ha una grande conversione religiosa, e si fa prete protestante. Prima in giro per l’Inghilterra, poi a 44 anni si trasferisce proprio nel Kent. E lì, tre anni dopo, inizia a scrivere una dei suoi dieci libri “gialli” (scusate le virgolette, ma i libri di Ferguson sono a volte spy-story a volte mystery). Benché quindi peripateticamente inglese, l’autore rimane scozzese nell’anima, tanto che la maggior parte dei suoi scritti ha per protagonista un criminologo scozzese, Francis McNab. Che non manca di rimarcare le sue radici, e che è decisamente astioso verso chi, pur avendone, le dimentica, magari scordandosi il nome proprio Ian a favore di più londinesi Percy o Cyril. McNab, come tutti il deus ex-machina di situazioni giallesche, ha l’ovvio difetto di risultare un po’ presupponente, anche se evita le messe in scena alla Holmes, in cui le sue azioni sono già volte ad un fine che noi non conosciamo, ma il criminologo sì. Ed è ovvio che, quando si ha un punto forte su cui poggiare, ma che può risultare antipatico, gli si affianca un “contraltare Watson”. In questo caso, come spesso avviene, il narratore delle gesta di McNab, il giornalista Geoffrey Chance. Giovane ed irruento, prende sempre la via sbagliata di ogni interpretazione, irritandosi di non capire i pensieri aulici che sgorgano nella mente di McNab. Per fortuna questi non gli si rivolge mai, quando smonta le sue ricostruzioni, con la formula “Non hai alcuna possibilità”. (Piccolo e personale calembour, che volevo veder tradotta una frase come “You’ve no chance, Chance”). Comunque le vicende del villaggio iniziano molto lentamente, a parte l’esaltazione che Chance tenta di comunicarci, senza purtroppo riuscirci. La signorina Alice chiede aiuto al grande McNab perché vede il padre comportarsi in modo strano (guardare spesso dentro le scarpe, chiudere le finestre prima di andare a letto anche d’estate). Ma prima che McNab possa intervenire, James Cardew muore. Un fattore assiste alla morte, avvenuta appunta nella palude dove per lunghi tratti spazia lo sguardo senza incontrare ostacoli. Il fattore dice che James si guardava intorno come se pensasse di essere seguito, poi si ferma in mezzo alla radura paludosa, quindi fa qualche passo barcollando, poi riprende a camminare, parla con il fattore, si avvia verso casa, ma sul prato della stessa, cade e muore. Infarto? Così dicono tutti. Ma McNab sospetta qualcosa. Ed anche la polizia non è serena, tanto che non archivia il caso. Soprattutto sotto la spinta del sergente Hackett, che alla fine si avvicina alla soluzione ed al colpevole, tanto da rimanere ucciso anche lui. McNab, pur se non in modo lineare (in fondo Ferguson è un onesto artigiano della penna, non uno scrittore di best-seller) ci fa vedere il quadro generale. Non linearmente, perché io l’ho ricostruito tirandone fuori i tratti maggiori dalla seconda parte del libro. Allora, c’è la famiglia Cardew, benestante possidente terriera, con il padre James, la prima figlia, Virginia, sposta al dr. Cyril Campbell, e la seconda, la nubile Alice. C’è il fattore della tenuta, il signor Todd, ultimamente ai ferri corti con James, che sembra averne scoperto qualche atteggiamento truffaldino, anche se, a detta di Todd, hanno fatto la pace proprio negli ultimi giorni. E c’è il signor Sneyd, che un tempo girellava intorno alla maggiore delle Cardew, benché osteggiato dal padre. Poi, dopo un periodo in India come soldato, in compagnia del fratello di Cyril, Percy, con lui torna nel Marsh, cominciando ad insediare la giovane Alice. La soluzione del mistero viene dalla scoperta della passione di uno dei sospettati per la pesca, dall’accenno all’India ed ai serpenti, da un bastone piantato nel prato con sotto un portasigarette d’argento. Proprio lì dove si era fermato James all’improvviso. Alla fine, McNab, con un buon colpo di scena, smonta l’alibi di qualcuno che con quell’alibi pensava di non poter essere sospettato, e smaschera il colpevole. Peccato che si serva anche di un pezzo di carta strappato dal taccuino di Hackett, che ha un senso in originale ma che perde di efficacia qui, quando se ne cerca la traduzione. Che se ne fa un po’ in italiano ed un po’ in inglese. Poca capacità inventiva, anche se confesso non era semplice, come riporto in allegato per gli amanti degli enigmi e delle traduzioni traditrici.
Viandante JanViandante Jan wrote a review
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LeodefrenzaLeodefrenza wrote a review
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