Il nemico
by Emanuele Tonon
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Un romanzo eretico, disturbante e maledetto Tra vita quotidiana e invettiva spirituale, uno spaccato struggente e indimenticabile del Nordest italiano profondo.

Un romanzo in due parti. Emanuele Tonon costruisce, con una padronanza assoluta dello
stile, una sconvolgente, indimenticabile epica familiare. Con uno spietato alternarsi di alto e basso, di letterarietà e trivio, di preghiera e bestemmia, Tonon trasforma la scrittura in un complesso rituale esoterico per denunciare l’insopportabile ingiustizia dell’esistere. Vita di fabbrica, vino, un Benelli scassato, internet e le voci dei morti, tutto concorre a fare di questo libro una potente, macabra, stupenda eresia. Il nemico è il blasfemo, feroce atto d’accusa di un uomo contro dio: quel dio, assoluto e fallace, che anche se esistesse dovrebbe rispondere del crimine odioso di consentire la possibilità del dolore, della morte, del tradimento.

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IagoIago wrote a review
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marettamaretta wrote a review
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no, dai.no, dai. wrote a review
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Luigi CasagrandeLuigi Casagrande wrote a review
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Il libro si divide in due parti tra loro in stretta relazione: una dedicata alla figura del padre e una incentrata sulla sposa.
A far da comune denominatore è quell’estremo dolore che pervade queste pagine, senza tregua dalla prima all’ultima. In mezzo a tutto questo disagio e disperazione bisogna cercare quel messaggio di speranza che giustificherebbe le esistenze dei protagonisti e che dà un senso alla lettura di questo libro, per quanto in apparenza possa apparire come un tetro dipinto di stile goticheggiante dove la morte appare in figura nel cielo con la sua falce e l’unica attesa degli uomini è quella di porre fine alle proprie miserie.
Batte sul tasto del dolore lo scrittore fino a intontirci, a spaccarci i timpani, a implorare basta; e quando pensi sia ora di risalire egli scende ancora più in basso fino a disgustare, schifare, nell’orrore puro. Strizza la spugna del dolore fino a farne uscire sangue e fiele, fino a che non ne sono usciti tutti i liquidi impuri, fino a che l’uomo mediante questa catarsi non è redento dai suoi peccati o meglio fino a che non è pronto a ricevere il perdono sempre che lo voglia fare (presero una spugna e, bagnatala nell’aceto, la issarono su una canna e gli diedero da bere) così Emanuele (che significa Dio-con-noi) prende la spugna della sua sofferenza e la offre per lenire la sofferenze del Cristo, ovvero per condividerle e riceverne la salvezza; così diventa martire di sé stesso e consegna la prova del martirio (il libro, la nuova Sacra Scrittura) nelle mani di quel Cristo che morendo nella sofferenza ha dimostrato che il dolore non è inutile, che lo provò egli stesso che poteva con un gesto sterminare i suoi persecutori, che lo prova per dimostrare agli uomini che il dolore è necessario perché la lotta tra il bene e il male (tra Dio e Lucifero) non ha tregua ed è all’origine del dolore e della morte.
Ma nei cieli di questo Friuli orientale, sopra le colline le vigne verdi e i capannoni, non appare mai Dio a portare la giustizia in questo mondo; Dio manda i suoi angeli ma noi non li vediamo e anche se puntano il dito in una direzione per dirci cosa fare, dove andare, noi non vediamo mai bene e ci confondiamo. Appare solo per un istante il nostro angelo e non facciamo in tempo a parlarci che già scompare e allora vediamo la sua mano con il dito che punta ma poi scompare anche quella e noi non sappiamo mai se è giusto o sbagliato quello che stiamo facendo della nostra vita; e tantomeno si vede Dio sulle colline, solo se ne legge la parola nella Scrittura, ma sa solo dire: nessun segno sarà dato a questa generazione, e allora dobbiamo proprio arrangiarci e adattarci per non morire.
La figura del padre (che arriva tutto scorticato, ferito e lacerato da anni di lavoro in fabbrica in quel triangolo della sedia dove il benessere è una torta da spartire di cui all’operaio toccano solo le briciole e la sua miseria si rinnova attraverso le generazioni) sta a indicare che Dio, se esiste, (anche se tutto l’universo ne parla sembra più una proiezione della mente dell’uomo o comunque se esiste ha origine nella nostra anima e noi ne parliamo come se parlassimo di noi) che Dio è uno spettatore di questa tragedia e non ha su di essa alcuna influenza se non attraverso di noi; che Dio, cioè, nella sua onnipotenza non ha alcuna volontà di intervento per impedire la sofferenza o perché in realtà è impotente o insomma perché delega a noi la risoluzione dei nostri problemi; sta a noi seguire Dio o Lucifero, decidere per il bene o per il male, far prendere una determinata direzione alla nostra esistenza. Forse la vita dell’operaio non è giusta, non è egli trattato equamente, non è vita da veri uomini, ma, dal lato pratico, abbiamo una valida alternativa? O siamo in grado di costruirci un’alternativa, se ne esiste una?
Quello che manca al protagonista di questo romanzo (quello che lo fa star male) è appunto il mancato collegamento con le altre persone, la comunicazione con gli altri, l’accettazione degli altri così come sono. Ovvero, il suo eccessivo rigore lo porta a isolarsi in sé stesso, a vivere come in una prigione con la sua sposa muta, anch’essa precipitata nella disperazione. Chi è in realtà il nemico?
Il nemico è quel figlio mai nato, tanto desiderato, unica giustificazione possibile al dolore che lo accompagna. Ma il figlio non arriva e la sposa impazzisce trascinando nel suo deperimento anche il suo uomo. Il nemico è l’amore senza sbocco, l’amore che per sussistere deve far morire chi gli sta attaccato, l’amore-gramigna. Perché quello che uccide è l’amore come atto dovuto, l’amore privo di pietà; prima di tutto pietà verso sé stessi, perché salvando sé si può salvare insieme gli altri. Tanto è vero che l’amore del protagonista verso il padre lo porta nella più cupa disperazione: questo padre che vive la sua vita come un sacrificio alla fine non riesce a consegnare al figlio che lo stesso destino: l’aberrante schiavitù del lavoro in fabbrica; questo padre che non parla, che non sa evitare la catastrofe (come il Dio Padre nel cielo non sa salvare gli uomini, non vuole intervenire) che non ha la forza o la capacità per salvare il figlio (lo lascia morire sulla croce) alla fine è l’impotente raffigurazione della miseria umana. Questo stretto legame (l’amore dovuto) porta il figlio a non accettare la morte, a non elaborarla; l’amore trova il suo vero culmine nell’accettazione della morte, nel pensiero che si vive anche per l’estinto, che egli stesso vorrebbe che noi vivessimo in serenità.
Qual è dunque la via d’uscita? Emanuele attende il Salvatore, il Redentore, il Dominatore del mondo (come predetto nell’Apocalisse di Giovanni), ma questi non arriva mai, è solo un’illusione, il delirio di un santo. Allora il protagonista vede come via d’uscita, per lui e la sua sposa, solo la morte, il suicidio. Loro che sono già morti (nell’anima), che non si parlano più, che non fanno più l’amore, che passano sullo scenario della vita come fantasmi, che attendono il sonno per sognare una vita vera, loro vedono la morte come la fine della sofferenza. Il Re dei re non verrà su un "caval bianco" a fare giustizia nel mondo, a scacciare Lucifero l’angelo ripudiato, non verrà sostenuto da un esercito di angeli in vesti di "bisso bianco e puro", a sterminare gli sbruffoni, i superbi, gli infami, gli sfruttatori. Non verrà perché non c’è giustizia se non quella che noi sappiamo costruire, perché Dio delega a noi il compito di attuare le sue intenzioni e in definitiva potremmo essere noi stessi quella schiera di angeli.
In questa discesa agli Inferi, ogni tanto c’è un momento di lucidità, un rimpianto, un’idea che non si è seguita e che avrebbe potuto evitare il male: "ci procuravamo altro dolore nel non capire la radice di tutto quel dolore.... Avremmo dovuto lasciarci andare, abbandonare il dolore, guardare la realtà". Ma il nemico ha prevalso, ha preso il posto di un Dio indifferente, trasformando la vita in un regno di morti.
EclipseMagazineEclipseMagazine wrote a review
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