Il padrone
by Goffredo Parise
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Nell’autunno del 1964, dopo cinque anni di silenzio, Parise pone fine a un nuovo romanzo, Il padrone, che gli appare simile a una favola «minuziosa e crudele». Da una favola, in effetti, sembra uscita la ditta commerciale (ma non sarà difficile riconoscervi la casa editrice dove Parise lavorò a lungo) in cui il giovane protagonista, appena sbarcato dalla provincia in una grande città, trova lavoro: un palazzo di vetro che, con la sua cuspide aguzza, esercita una irresistibile forza di attrazione. E da una favola parodistica o da un cartoon sembrano usciti i personaggi che lo popolano: il malinconico, nevrotico dottor Max, il padrone, diviso fra la passione per la filosofia e l’ansia di scalzare il potere del padre, il vecchio Saturno; Uraza, sua madre e principale alleata, che nell’enorme massa di capelli soffici e fiammeggianti ha un potentissimo strumento sensorio; la fidanzata Minnie, che accompagna ogni gesto con un’onoma­topea da fumetto; il fedele autista-in­fermiere-spia Lotar, incarnazione della forza bruta e della più ottusa fedeltà; e la folla di collaboratori e dipendenti, dall’immenso e infido dottor Bombolo agli inermi Pluto e Pippo. Ma, soprattutto, rinvia a una favola filosofica il gelido incantesimo che imprigiona la ditta trasformandola in una immane trappola mortuaria: far parte del suo organismo significa infatti essere proprietà del dottor Max, e dunque – prigionieri delle involuzioni e delle allegorie del suo pensiero – rimuginare senza tregua su cambiamenti di umore e repentine simpatie e antipatie, sopravvivere a misteriose e inestirpabili malattie, diventare insomma una cosa. Segnata dalla poesia della «crudeltà espressiva» e del «taglio chirurgico» (Montale), questa favola ferocemente sarcastica suscita un’ango­scia antica e profonda: se infatti non c’è realtà senza padroni e senza gerarchia, la sola libertà, come ha dichiarato Parise in un’intervista, «coincide con la morte».

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ValjeanValjean wrote a review
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Luca B FornaroliLuca B Fornaroli wrote a review
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DicerosDiceros wrote a review
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Profetico ed anticipatore di una critica che vedrà nel 68 uno dei suoi punti più alti verso l’autoritarismo e la gerarchia sociale.
Racconta l’alienazione imposta dall’industria di massa spinta fino all’annullamento del singolo lavoratore. Ci racconta del meccanismo della subordinazione che cancella qualsiasi capacità di autodeterminazione dell’individuo che “appartiene” alla ditta, al padrone, ad un meccanismo spersonificante sia sul piano dei diritti politico-sociali che su quello delle libertà individuali e perfino affettive.
Il padrone una volta generoso e mellifluo, una volta crudele e violento cerca, ed ottiene nel romanzo, la totale subordinazione come principio al funzionamento della società moderna e sempre con la motivazione di cercare il bene del sottoposto ritenuto incapace di autodeterminarsi e muoversi su sentieri di libertà.
Il 68 e le lotte operaie portarono a casa lo Statuto dei Lavoratori e la contrattazione nazionale introducendo forti correttivi al potere padronale, riportandolo nell’alveo delle relazioni sindacali. Un modello che ha funzionato a lungo e ha portato alla riduzione del gap tra lavoratori e datori di lavoro salvo franare e riaprire vecchie subalternità con l’arrivo delle flessibilità, della licenziabilità e del precariato.
Seppur grottesca, e fortemente datata, la storia de Il Padrone può servire per sapere che ciò che la globalizzazione e la finanziarizzazione dell’economia ha imposto ai livelli della produzione può essere, con passato impegno e lotte, trasformato per ottenere condizioni di lavoro e di vita migliori e recuperare quella dignità del lavoro che allontanato dal puro valore di merce resti un elemento portante dell’identità delle persone.
FabioFabio wrote a review
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Ho pensato di leggere questo libro perché “Robinson” di Repubblica lo aveva scelto, in un elenco di libri importanti sul ’68, definendolo un romanzo di ispirazione per il movimento. Dopo averlo letto la definizione non pare azzeccata, in realtà si tratta di una specie di apologo assolutamente datato. Negli anni sessanta, l’approccio simbolico della favola a tema, era diffuso come mezzo di espressione sia in campo letterario che cinematografico, mi viene da pensare a “Il fischio al naso” con un grande Ugo Tognazzi.
Qui la favola simbolica è incentrata sull’Azienda commerciale, rappresentata come un moloch, il cui scopo principale non è produrre ricchezza, questa c’è già e viene colta come qualcosa di ineluttabile che divide chi comanda da chi subisce e deve mostrare attaccamento fino a che la sua vita diventi proprietà della proprietà, cioè del “padrone”. L’”Azienda commerciale”, termine tanto desueto da perdere di significato, in Italia nei primi anni 60, viene descritta in un ambiente metafisico che avvolge e controlla le vite dei dipendenti fino a sottoporli ad una sorta di dominio personale. Che il lavoro, quindi, per molti, l’Azienda, possa condizionare la vita delle persone è una verità assodata che ognuno di noi può constatare di giorno in giorno, ma la rappresentazione dello stesso e la corrispondente simbologia dei personaggi, o rassegnati, o consapevoli della loro dipendenza, non coinvolge, ma annoia, provenendo, appunto, da epoche lontane ed immagini non attuali.
FabioFabio wrote a review
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Ho pensato di leggere questo libro perché “Robinson” di Repubblica lo aveva scelto, in un elenco di libri importanti sul ’68, definendolo un romanzo di ispirazione per il movimento. Dopo averlo letto la definizione non pare azzeccata, in realtà si tratta di una specie di apologo assolutamente datato. Negli anni sessanta, l’approccio simbolico della favola a tema, era diffuso come mezzo di espressione sia in campo letterario che cinematografico, mi viene da pensare a “Il fischio al naso” con un grande Ugo Tognazzi.
Qui la favola simbolica è incentrata sull’Azienda commerciale, rappresentata come un moloch, il cui scopo principale non è produrre ricchezza, questa c’è già e viene colta come qualcosa di ineluttabile che divide chi comanda da chi subisce e deve mostrare attaccamento fino a che la sua vita diventi proprietà della proprietà, cioè del “padrone”. L’”Azienda commerciale”, termine tanto desueto da perdere di significato, in Italia nei primi anni 60, viene descritta in un ambiente metafisico che avvolge e controlla le vite dei dipendenti fino a sottoporli ad una sorta di dominio personale. Che il lavoro, quindi, per molti, l’Azienda, possa condizionare la vita delle persone è una verità assodata che ognuno di noi può constatare di giorno in giorno, ma la rappresentazione dello stesso e la corrispondente simbologia dei personaggi, o rassegnati, o consapevoli della loro dipendenza, non coinvolge, ma annoia, provenendo, appunto, da epoche lontane ed immagini non attuali.
Hari SeldonHari Seldon wrote a review
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Da qualche tempo sono incuriosito dalla letteratura italiana tra gli anni ’50 e i ’60, e non senza qualche difficoltà mi riprometto di leggere questi libri un po’ dimenticati e a volte difficili da recuperare. “Il padrone” potrebbe essere l’emblema di questa mia personale ricerca. C’è stato un periodo in cui in Italia si scriveva con grande modernità, originalità e occhio critico sulle trasformazioni di una società che, uscita da povertà e guerra, entrava come un missile nel pieno del capitalismo consumistico. Un periodo in cui gli scrittori pensavano e dicevano cose che la politica non era altrettanto brava a comunicare. Il primo pensiero cinico e cattivo è che probabilmente oggi non ci sono scrittori e storie altrettanto valide per raccontare la nostra società. Il mio giudizio può essere dovuto a un errore di prospettiva, o semplicemente a ignoranza (ci sono molti giovani scrittori italiani di cui non ho letto nulla), ma la sensazione complessiva è che oggi la letteratura italiana si occupi di individui e non di società, e quindi non voglia (di proposito? Per disinteresse? Per incapacità) scrivere storie che raccontino la trasformazione dei rapporti tra le persone e tra i poteri, e che riflettano sul senso e sull’etica di ciò che ci circonda.
Il secondo pensiero riguarda invece l’eredità lasciata da questa letteratura. Anche qui, per essere cattivo, mi verrebbe di dire “inesistente”. Abbiamo dimenticato Parise, Bianciardi e altri, abbiamo scordato i loro libri, la scuola non ne parla, la cultura (mainstream) nemmeno. Perché? Io leggo “Il padrone” e non mi sembra un libro datato. Anche se descrive una società in cui le persone in azienda si danno del lei, e anche se è scritto come una favola surreale, è molto attuale quando descrive i meccanismi di alienazione all’interno delle imprese (peculiare che si tratti di una “ditta commerciale”, l’emblema del “terziario avanzato” in cui ormai la maggior parte di noi lavora). Uno per tutti, il brano (pag.187) in cui descrive le malattie dei dipendenti: “Ogni dipendente sa che non ci si può prendere il lusso di ammalarsi gravemente; si ammalano gravemente, di solito, i magazzinieri, i facchini, o gli impiegati di infima categoria, ignari delle conseguenze. (…) Allora ci si ammala in modo da poter frequentare il lavoro, ma in stato, per così dire, di eterna malattia. Ognuno sa che, agli effetti del lavoro, una sequela di piccole malattie, tali da non dover ricorrere all’intervento chirurgico o al ricovero negli ospedali, è un alibi inoppugnabile. Come dire < < Io, pure essendo ammalato, sono qui e lavoro. >>.”
Scritto nel 1964, “Il padrone” fa quasi paura per come appaia “moderno”, adeguato a sottolineare le contraddizioni che ancora oggi affrontiamo quotidianamente nella nostra relazione con il lavoro e le strutture sociali che regolano questo mondo. E stupisce osservare come sia uno dei tanti libri semi dimenticati.