Il piacere della lettura
by Marcel Proust
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Nel 1906 esce in Francia la traduzione proustiana di Sesamo e gigli di John Ruskin, accompagnata da una prefazione - Sulla lettura - nella quale Proust, prendendo le distanze dalle teorie del critico inglese, rende presente la sua idea di lettura, offrendoci un primo assaggio di quel peculiare stile di scrittura che troverà la sua massima espressione nella Recherche. Queste pagine, tra le più affascinanti che siano state dedicate all'attività di leggere, sono presentate insieme a un articolo, Giornate di lettura, pubblicato su "Le Figaro", dove - a dispetto del titolo - è un altro il magico oggetto in grado di evocare presenze e atmosfere assenti, il telefono, dispositivo all'epoca ancora estremamente raro e d'élite. È un piccolo esempio di scrittura mondana e d'occasione, un divertissement nel quale, tuttavia, traluce la capacità affabulatoria, ironica e ammaliante del primo Proust. Prefazione di Emanuele Trevi.

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LorelaiLorelai wrote a review
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La penna che è un cesello
Sulla lettura: 4*
Bellissimo incipit, proustiano (come tutto il resto del testo) sia nello stile sia nella profondità del pensiero espresso, e notevoli le considerazioni sulla lettura.

Non ci sono forse giorni della nostra infanzia vissuti più pienamente di quelli che abbiamo creduto di aver lasciato senza viverli, quelli trascorsi insieme a un libro prediletto. Tutto ciò che sembrava riempirli per gli altri, e che evitavamo come un ostacolo volgare a un piacere divino: il gioco per il quale un amico veniva a cercarci nel passaggio più interessante, l’ape o il raggio di sole fastidiosi che ci costringevano ad alzare gli occhi dalla pagina o a cambiare posto, le provviste per la merenda che ci avevano fatto portare e lasciavamo in disparte sulla panchina, senza toccarle, mentre, sopra la nostra testa, la forza del sole declinava nel cielo azzurro, la cena per cui eravamo dovuti rientrare e durante la quale pensavamo solo a salire di sopra per finire, subito dopo, il capitolo interrotto, tutto questo, di cui la lettura avrebbe dovuto impedirci di percepire altro che l’inopportunità, ne incideva al contrario in noi un ricordo talmente dolce (talmente più prezioso, a nostro attuale giudizio, di quello che allora leggevamo con tanto amore) che, se ancor oggi ci capita di sfogliare quei libri di un tempo, è come i soli calendari che abbiamo conservato dei giorni andati, con la speranza di vedere riflessi nelle loro pagine stagni e dimore che non esistono più. [..]”

Appendice Giornate di lettura: 3*

Pregevole la prefazione di Emanuele Trevi (“Il nostro cuore cambia”: Proust e le rivelazioni della lettura) e interessante la riflessione sul lavoro del traduttore nella postfazione di Donata Feroldi.
Vittorio ViganoVittorio Vigano wrote a review
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VdGVdG wrote a review
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Jarvin mezz'uggiosoJarvin mezz'uggioso wrote a review
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Signore, dei olimpici, illustre Caso, nostri numi tutelari, grazie per averci dato Proust.
A ripensarci, mi domando di che cosa mi sia tanto stupito.
Che cosa mai ci sia di stupefacente nel fatto che anziché parlare direttamente di quelle che immagino debbano essere riflessioni improntate di inarrivabile genialità sulla lettura, la letteratura, i letterati e i lettori, Proust si dilunga per diverse pagine nella rievocazione della propria infanzia con le sue letture clandestine nelle ore rubate ai rituali familiari, consumate in occasionali rifugi dal fascino fiabesco. E solo dopo aver esposto la battaglia per la solitudine e aver completato l'appello degli oggetti che ingombravano la sua camera, concede qualche densa pagina sull'argomento.

Allora ho pensato: Proust è un egocentrico. O meglio: Proust è un egocentrico? (come d'altronde ogni scrittore).

Ci ho ragionato su. Se mai Proust, per la beffa di un demonio vermiglio che voglia romperli all'umanità o per altre imperscrutabili cause, fosse stato costretto ad escludere l'esperienza personale dall'attività creativa, penso che adesso ci ritroveremmo davanti delle belle pagine bianche, tanto l'una e l'altra sono intimamente intessute. La sua prospettiva, tanto nella Recherche quanto in questo libello (che anticipa, riassume e ricalca alcuni temi) non cede mai alla tentazione di astrarsi per assurgere ad una altura discosta dal magma umorale umano, appollaiato sul trespolo della terza persona che tutto vede e sa. Quando penetra nell'intimo microcosmo dei personaggi, pur nell'acuta puntualità dell'analisi, si configura come sforzo dell'intelletto, esercizio d'empatia non esente da errori riconosciuti e aperti alle correzioni, non giudizio disincarnato di fallace divinità.

Proust è un inossidabile realista, anzi, il più rigoroso dei realisti, perché sa (e l'applica) che la realtà può essere ricondotta soltanto ad una fenomenologia delle sensazioni. La realtà filtrata tramite i sensi e l'intelletto è l'unica realtà che ci è data di conoscere. Ed egli annienta i solipsismi esasperandoli. Nel leggere la Recherche si può quasi scorgere ai margini della visuale la cornite delle orbite, l'isola spettrale del naso, elementi fisionomici altrimenti invisibili ad occhi meno incavati dei suoi.

Quando poi arriva al nocciolo della questione offre altri motivi di cui stupirsi. Nemmeno l'ombra di un vezzeggiamento o di una moina a cui facilmente s'abbandona chi di letteratura si nutre e ne respira. I libri non sono quegli oggetti magici, urne che basta schiudere per spanderne la fragranza zuccherina,che creano un legame dialogico fra autore e fruitore, non diciamoci balle e parliamo da persone adulte per favore, pare rimproverare. Fermo restando che ognuno occupi saldmente il proprio luogo e tempo, lo scrittore avrà un bel faticare da agricoltore: i semi sono già piantati nel terreno, ha poc'altro da fare se non passarvi sopra con l'innaffiatoio. Con ciò che dice e soprattutto con ciò che non dice illumina nuovi angoli di sé, giacché lo scrittore, pur maneggiando con destrezza e consapevolezza il proprio materiale, non può prevedere quale corso e a quali destinazioni perverranno i pensieri del lettore cui si rivolge.


E, in effetti, una delle grandi e meravigliose caratteristiche dei bei libri (che ci farà comprendere il ruolo al contempo essenziale e limitato che la lettura può svolgere nella nostra vita spirituale)è ciò che per l'autore si potrebbe chiamare "Conclusioni", e per il lettore "Incitamenti". Avvertiamo chiaramente che la nostra saggezza inizia dove finisce quella dell'autore, e vorremmo che ci desse delle risposte, mentre tutto quel che può fare è suscitarci dei desideri (...)Non possiamo ricevere la verità da nessuno, ma dobbiamo essere noi a crearcela.

Rimango sempre attonito da come l'arte eccelsa e la prosaica scienza possano combinarsi e riversarsi sulla carta tramite la stessa penna.
Proust vede le cose per ciò che sono, senza indorature - al di fuori del fraseggio la cui sublimità rende grati dell'alfabetizzazione - , e nel suo lavoro di irriducibile sezionatore non risparmia nemmeno la letteratura, ma nel distruggerla le conferisce marmorea maestà.

Di quel che dice ho amato soprattutto l'affermazione del diritto inalienabile del lettore alla solitudine feconda necessaria allo spirito che aspiri alla maturazione, e la teoria secondo cui nell'appellarci alle letture passate ci rivolgiamo inconsciamente alle atmosfere ad esse legate(come al sapore della maddaleine nel tè di tiglio è legata la stanza di zia Leonine). Difatti, si afferma da qualche parte, ricordiamo sempre i libri letti durante i viaggi, nei luoghi che non ci sono abituali, grazie all'effetto duplicato e sincronizzato della lettura e dei viaggi di approfondirci in noi stessi. Ci ho pensato su, ripercorrendo la mia carriera di lettore, ed è assolutamente vero.

Da qualche parte tra l'infanzia e l'incipiente pubertà, in un paesino della costiera amalfitana tanto pittoresco quanto gretti e odiosi sono i suoi abitanti, mi facevano compagnia L'isola del tesoro(mai terminato), Pioggia nera di Dennis Lehane, e alcuni romanzetti della serie Piccoli brividi. Negli anni più recenti diventa possibile essere più precisi. A Palinuro, nel 2007, George Orwell col suo 1984 mi dava i brividi sulla spiaggia arroventata. Nell'estate del 2008 a Minturno leggevo Dieci piccoli indiani, Bar sport e Una banda di idioti. Nel 2009 David Copperfiled mi estasiava a Portorico, e una volta terminato il volume, sprovvisto di altri libri, compilai la lista dei libri che mi sarebbe piaciuto leggere una volta tornato a casa, e tra essi segnai Cuore di tenebra, I misteri di Udolpho e Lo straniero. Nel 2010, a Hvar, con le gambe penzoloni sul tetto scomodo di un Taxi-boat, provavo a leggere Colori proibiti. Nella tardiva primavera successiva i paesaggi incomparabili dell'Umbria e della Toscana scorrevano fuori dal finestrino, ma io non riuscivo a staccare gli occhi dalla sorte commovente toccata a Gregor Samsa. L'estate successiva sul treno che avrebbe dovuto portarmi a Torre dell'Orso L'assomoir mi desolava, e quando persi la coincidenza a Bari, nell'attesa che passassero le ore, col libro di Zola concluso, cominciai Il mercante di Venezia, mentre al ritorno mi rifiutavo di chiudere Assassinio sull'Orient Express prima di conoscere la soluzione del mistero. Lo stesso agosto in visita da parenti a Treviso, profittandone per visitare Venezia, mi portai Gli indifferenti. Nel 2012 a Tenerife Omicidio sul Nilo, e il Ferragosto vicino, in treno verso Catanzaro, cominciavo a capire che I Buddenbrook mi avrebbe accompagnato negli anni. A Londra, il successivo febbraio, Il dono, l'unico romanzo di Nabokov che ho abbandonato. Quell'estate, in Puglia, stremato dalla convivenza con amici e ragazza mi isolai per qualche ora consecutiva di tonificante solitudine con Solar di McEwan. A Marzo 2014 di ritorno da Roma mi annoiavo un po' con Comma 22. In estate, all'ombra del basso tetto di ramaglia presso la scogliera incantevole di Porto Selvaggio, imprecavo contro il vocabolario che non avevo per comprendere meglio alcuni arcaismi usati da Calvino ne Il castello dei destini incrociati. L'Estate 2015, di nuovo a Londra, rileggevo (e rirabbrividivo) I racconti della maturità di Cechov. Lo scorso gennaio, a Barcellona, trovavo nessi tra l'architettura trascendentale di Gaudì e l'opera vertiginosa di Proust di cui stavo leggendo Il tempo ritrovato, l'ultimo volume della Recherche. Ad agosto, a Lisbona, Gente di Dublino mi lasciava indifferente, mentre a settembre, un mese fa, Memorie di Adriano amplificava la meraviglia che trasuda Amsterdam.

Il prossimo marzo dovrei essere a Norimberga. Chi sa cosa starò leggendo.