Il pianto dell’alba
by Maurizio de Giovanni
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Dietro la lastra si vedeva una tenda tirata a metà, e gli stessi raggi trassero un bagliore da un oggetto sospeso nel vuoto, Il Commissario Luigi Alfredo Ricciardi della Squadra mobile della Regia Questura sollevò la mano e la mosse piano. Il bagliore si avvicinò, mostrando di provenire dalle lenti che sormontavano un’espressione radiosa. Qualcosa di bianco si agitò, il saluto che seguiva un bacio che seguiva un buongiorno che seguiva un sorriso. E tuttavia altri ce ne sarebbero stati, prima di affrontare il mondo.
Ricevuto il bacio della moglie Enrica, Ricciardi andò incontro alla sua giornata sentendo ancora gli occhi di lei sulla schiena e sapendo che, fin quando non fosse giunto all’angolo scomparendo alla vista, Enrica non si sarebbe rassegnata a rientrare in casa per concedersi un’altra oretta di sonno tranquillo.
Quindi è questa la felicità, pensò. Avere il cuore immerso in un liquido caldo e dolcissimo, con l’impressione di trovarsi al sicuro; godere della forza di combattere contro chiunque, ma anche coltivare l’inquietudine per la responsabilità di custodire un tesoro segreto e di non poterne più fare a meno.
Ricciardi ripercorse con qualche traccia di incredulità l’anno che era trascorso, di stagione in stagione, di tempo in tempo. Un anno, si disse. Soltanto un anno, per rivoltare la propria esistenza come un guanto. Un anno, per stravolgere tutte le convinzioni che si era formato sino ad allora. Un anno, per convincersi di poter vivere quasi normalmente, per dire a sé stesso che in fondo forse non era pazzo, che le percezioni che riteneva un marchio di follia erano magari frutto di una peculiare immaginazione, o che potevano essere – se non ignorate – perlomeno considerate di poca rilevanza.
Un anno che aveva detto a Enrica di sé, e che le aveva chiesto di diventare sua moglie.
stava imparando a essere un uomo diverso, e mai avrebbe creduto di poterlo diventare.

Pensò alla trepidazione, all’angoscia con la quale aveva deciso di rivelare alla donna che amava la propria natura. Ricordò il tremito nella voce, mentre raccontava di sua madre e di come l’aveva persa, dell’infanzia a Fortino, nel basso Cilento, del bambino solitario e triste che non sapeva distinguere tra i vivi e i morti. Dell’oppressione che avvertiva in petto subito prima di trovarsi davanti a un cadavere. Di quegli occhi bianchi, del sospiro sommesso che veniva dalle bocche esanimi, del sangue nero che scorreva dalle ferite aperte.
Del senso del dolore, che non aveva senso. Della solitudine, che gli veniva da quella compassione. Del terrore che quelle parole, proprio quelle che stava pronunciando evitando lo sguardo affranto che lo penetrava, l’avrebbero fatta scappare per sempre.
Della paura di perderla, senza averla mai avuta.
Ricordò infine il silenzio che era venuto dopo, e le dita che gli avevano sfiorato il viso rivolto verso il mare percorrendo lo zigomo e la guancia come una lacrima, per costringerlo dolcemente a girarsi.
E più di ogni altra cosa l’espressione muta con la quale gli aveva detto di sì, per poi baciarlo con tutta la tenerezza del mondo. Con quel bacio aveva voluto assumere l’ansia di lui, il dolore e le orribili tracce della memoria.
Mentre il vento di libeccio gli spettinava la testa priva di cappello, Ricciardi ripensò con emozione alla torrida giornata di luglio in cui aveva visto arrivare Enrica al braccio del padre, lungo il corridoio della parrocchia di San Ferdinando. Don Pierino, radioso, attendeva sull’altare. Maione – sudatissimo, strizzato in un abito di un paio di taglie in meno – e Modo, per una volta commosso, gli facevano ala in qualità di testimoni.
Era come vivere un sogno. C’era una specie di nebbia, un vago senso di ansia. Da un momento all’altro qualcuno poteva uscire dall’ombra per dire che era tutta una finzione crudele, che mai sarebbe toccato a lui, proprio a lui, un simile destino.
E invece.
Invece era cominciata una vita nuova, una convivenza che pareva essere sempre esistita, naturale e serena com’era,
C’era stato l’amore. Ricciardi aveva compreso di essere un uomo, di saper riconoscere il desiderio e di poterlo assecondare senza remore e senza paure. Che essere debole era meraviglioso, come tenere in mano il cuore della propria compagna senza condizionamenti.
Tutto quello che aveva sentito dire dell’amore, incluse le parole sconnesse degli ultimi pensieri di chi lasciava l’esistenza, assunse un altro significato. Il dolore della perdita, la malinconia del distacco, l’urlo della separazione dal mondo divennero comprensibili alla luce dell’eventualità spaventosa di veder svanire Enrica e il pezzo di paradiso che adesso significava per lui.
Ricciardi capì che ad averlo affascinato negli anni in cui aveva osservato la vita della ragazza scorrere dietro le finestre non era stata la normalità di lei, una normalità che credeva gli fosse preclusa dalla sua stessa follia, ma il riconoscimento di un’immensa, realizzabile passione. Ricciardi si era innamorato di Enrica perché Enrica era l’altra parte di sé, la parte che gli serviva per sopravvivere.
Era perciò un uomo nuovo quello che si avviava in ufficio all’alba dell’1 luglio dell’anno XII, altrimenti detto 1934. Un uomo che sarebbe diventato padre di lì a poco, secondo un concepimento avvenuto, com’era giusto, nell’antico letto dei baroni di Malomonte, nelle prime incerte quanto appassionate notti del suo matrimonio.
Gli occhi, pensò Ricciardi. Gli occhi, amore mio. Neri, e vivrà la tua dolcissima vita. Verdi, e avrà il mio terribile destino.
Come hai potuto, mormorò una voce sotto il livello della coscienza: e gli provocò una punta di terrore. Ma subito l’altra parte della mente tacitò quella voce, e stabilì con forza che ogni cosa era possibile e che gli ostacoli potevano essere superati, con un po’ d’amore. Un po’: e lui invece disponeva di tutto l’amore della terra.
Fu allora che si accorse che all’angolo di Sant’Anna dei Lombardi, appoggiato al muro col cappello in mano, c’era il brigadiere Maione ad attenderlo.
Maione suo fedele assistente ed amico caro e che gli era indispensabile,una delle persone più affezionate e fidate di Ricciardi. Anche lui aveva vissuto un dolore immenso: la morte del primogenito Luca, agente di polizia, mentre prestava servizio ed era stato proprio Ricciardi
Con il brigadiere Maione, una ragazza che singhiozzava.
Gli sguardi dei due uomini si incontrarono, e Maione si avvicinò. La donna venne fuori dall’ombra e Ricciardi capì chi era: la domestica di Livia, una giovane graziosa, discreta ma sollecita. Clara, si chiamava.
Il nome venne in mente a Ricciardi fulmineo, insieme al lieve disagio che accompagnava sempre il pensiero della cantante vedova del tenore Vezzi, che si era trasferita in città per lui e che era scomparsa dalla sera precedente il suo matrimonio.
Il ricordo però andò avanti. L’odore di alcol e fumo, i capelli scarmigliati, il trucco sbavato. Il volto di norma ironico, dai lineamenti affascinanti, stravolto dal dolore e dall’ebbrezza. Lo aveva atteso in auto, davanti all’uscita dell’ufficio; non la vedeva da tempo e aveva sperato che si fosse rassegnata a dimenticarlo, trovando quell’equilibrio di cui aveva bisogno.

E così ti sposi, gli aveva detto dopo averlo raggiunto. Cosi ti sposi, ripeteva, gli occhi resi vacui dal liquore, la bocca impastata. Hai questo coraggio. Hai questa forza.

L’aveva pregata di calmarsi, mentre le lacrime scendevano lungo le guance. Le aveva parlato con dolcezza, provando a spiegarle che mai le aveva nascosto di avere qualcuno nel cuore. Che sperava nella sua felicità, che le sarebbe rimasto amico se lei avesse voluto.
Livia l’aveva schiaffeggiato. Sputandogli in faccia che non sapeva cosa farsene della sua amicizia, che lei gli uomini li aveva sempre gettati via e non sarebbe stato certo lui a gettare via lei.
Arturo, l’autista, che fino ad allora aveva tenuto lo sguardo imbarazzato fisso davanti a sé, era uscito dall’abitacolo e con rispetto le aveva messo una mano sul braccio. Signo’, vi prego, aveva detto. Vi prego.
Lei si era abbandonata ai singhiozzi e si era fatta riportare in macchina. Arturo era ripartito, e quella era stata l’ultima volta che Ricciardi l’aveva vista. Nei mesi successivi aveva saputo che partecipava alla vita sociale della città, che la vedova Vezzi era di nuovo sulla breccia, presente a ogni ricevimento e in ogni pettegolezzo; era stata per qualche mese a Roma, riallacciando antichi rapporti e frequentando la figlia del Duce di cui era amica, e faceva coppia fissa con Manfred von Brauchitsch, il maggiore della cavalleria tedesca che era addetto culturale presso il consolato ed era stato molto vicino a sposare Enrica. Ricciardi aveva davvero sperato che Livia fosse felice e avesse finalmente trovato l’amore che cercava; ma alla superficie della sua coscienza affiorava talora il rimorso di averla forse illusa, incontrandola oltre il dovuto e girandole poi le spalle.
Fu per questo che riconoscere Clara gli diede un senso di ansia, che incrementò sensibilmente quando fu vicina abbastanza da vederne l’espressione. La ragazza era stravolta, il viso una maschera di terrore e angoscia. Stringeva un fazzoletto tra le mani,
– Commissa’, sembrerebbe che a casa della signora Vezzi sia successo un fatto brutto, brutto assai.

– La signora Lucani Livia, vedova Vezzi, è stata rinvenuta chiaramente ubriaca con una rivoltella in mano. Al suo fianco il cadavere del maggiore della cavalleria germanica Manfred Kaspar von Brauchitsch, suo amante, ucciso con un colpo alla tempia molto presumibilmente esploso dalla suddetta rivoltella.

Livia e Manfred erano stati una zona oscura dei dialoghi con Enrica. Ricciardi sapeva che la ragazza provava rimorso per aver illuso il maggiore tedesco, avendogli lasciato credere di essere disponibile a iniziare una relazione; e sapeva anche quanto Livia per la moglie fosse stata un fantasma difficile da sopportare, nel suo esplicito e disinibito corteggiamento a Ricciardi.

Un omicidio passionale, con tutta evidenza.
Ma alcune volte l’evidenza inganna.
La città di Napoli attivava anticorpi oscuri, e lasciava alla giustizia privata fatta di mazze e coltelli la vendetta per quei cadaveri senza nome.
D’un tratto si manifestò chiaro e limpido a Ricciardi il motivo di quel disagio, della morsa che gli attanagliava lo stomaco privandolo dell’appetito che pure avrebbe dovuto avere, dopo una giornata di digiuno.
Aveva paura. Un sentimento nuovo, mai provato prima di allora. La paura. Paura. Tanta paura.
Si. È così. Ho paura, si disse.
Ricordò i giorni della Pasqua di due anni prima, quando la polizia politica aveva catturato il dottor Bruno Modo convinto antifascista, e lui si era rivolto a Livia per avere aiuto. Per restituire all’amico la libertà perduta mentre lui si occupava dell’assassinio di quella povera prostituta, Vipera. E Livia era intervenuta, l’aveva aiutato.
Modo, che era di certo sorvegliato dalla polizia politica, e se l’avessero beccato stavolta l’avrebbero mandato al confino o peggio, dati i suoi precedenti.
Modo, la sua solitudine e al bisogno che aveva di inondare il prossimo di un amore che non era riuscito a riservare a una persona soltanto.
Cosa sarebbe accaduto se qualcuno si fosse accorto dell’indagine che, insieme a Maione e a Modo, il commissario aveva deciso di intraprendere di nascosto? Se fosse toccato a loro di sparire all’alba, condotti in qualche posto oscuro o in un’isola del Tirreno? O magari gettati in un fosso, jatevenne, carogne, una botta in testa e via.
Pensò alla famiglia di Raffaele, a Lucia e ai figli, già provati dalla morte del primogenito Luca. Pensò ai pazienti e agli amici di Bruno, un uomo straordinario che aveva fatto di un popolo intero la sua famiglia, un popolo che avrebbe perso l’aiuto e la sollecitudine di una professionalità insostituibile, e alla sofferenza che ne sarebbe derivata.
Pensò all’amore della sua tata Rosa, la dolce governante che lo aveva cresciuto, che era scomparsa l’estate precedente. Ora c’era Nelide ad accudirlo con devozione assoluta.
Nelide aveva una missione: accudire il signorino, il barone di Malomonte. Quello era il compito per il quale era stata allevata dalla sua famiglia, scelta tra tutte le sorelle e le cugine, e formata da zi’ Rosa. E a quello, solo a quello, si dedicava.
Rosa aveva dedicato a tali mansioni l’intera esistenza, e quando aveva sentito l’approssimarsi della fine aveva chiamato a sé la nipote, per impartirle gli insegnamenti necessari.
Pensò a sua madre, e a suo padre di cui non aveva memoria. Come hai potuto, sussurrò la voce nella sua mente. Come hai potuto tu, mamma, rispose. Come hai potuto tu.
Ricordò che un giorno sua madre l’aveva portato, ancora piccino, in una fattoria abbandonata; lì aveva visto, con gli occhi dell’anima, una bambina sgozzata, vicina a un’altalena, e tutta la sua famiglia sterminata da una banda di briganti. Nella memoria del commissario era piantata l’espressione straziata di Marta, nel momento in cui aveva compreso che anche lui vedeva. Ricciardi avrebbe dovuto fare lo stesso con il figlio?
Alla fine si era convinto che il segnale sarebbe venuto dagli occhi. Se avesse preso quelli neri, profondi e sereni di Enrica, il bambino sarebbe stato sano. E se invece avesse avuto i vitrei occhi verdi colmi di dolore che Ricciardi aveva ricevuto dalla madre, la sua sorte sarebbe stata segnata.
Pensò agli splendidi occhi viola della contessa Bianca,
Gli venne in mente il suo volto , la sua espressione malinconica, celata sotto l’allegria che ostentava come un abito nuovo quando recitavano la loro parte a beneficio della buona società. La sua intelligenza ironica.
Era stata alle nozze di Ricciardi, divenendo presto buona amica di Enrica. Anche se una freccia acuminata continuava a trafiggerle lo stomaco tutte le volte che leggeva l’incanto negli occhi di entrambi. Aveva espresso felicità per la gravidanza di Enrica, che vedeva almeno una volta alla settimana sfidando la sospettosità della governante di lei. Ne aveva ascoltato le confidenze, compreso il rimorso per aver dubitato a un certo punto dell’amore di Ricciardi; e si era scoperta a fare calcoli a ritroso, nella speranza che quel temporaneo disinteresse del commissario verso Enrica si fosse palesato quando Bianca e Ricciardi si erano conosciuti.
Ora che la nascita del bambino era imminente, la contessa era però sinceramente coinvolta nell’attesa. Lei, che non aveva avuto figli, bramava di tenere in braccio il frutto di quel bellissimo amore, fuori dalla cui porta era rimasta in punta di piedi.

Ciao, amore mio. Sai, la mamma si è innamorata del tuo papà appena l’ha visto. Era in piedi, dietro la finestra della camera da letto, quella dove ora dormiamo anche noi. La tua mamma ricamava, lui la fissava.
Nella penombra io scorgevo i suoi occhi, quegli splendidi occhi verdi che spero avrai anche tu, invece dei miei banali occhi neri. E me ne sono innamorata perché lui è meraviglioso e dolce e triste. Vedrai, amore, te ne innamorerai pure tu non appena ti prenderà in braccio, con quella sua delicatezza goffa e piena di paure. E mi aiuterai a farlo sorridere, facendogli dimenticare tutto il dolore che è obbligato a vedere.
Quando sarai grandicella dovrò spiegarti l’amore. È quello il compito di una madre, no? Spiegare alla figlia l’amore.
È inutile provocarlo, coltivarlo come un fiore. L’amore è selvatico, imprevedibile. Non si fa preparare come un piatto né cucire come un vestito. Resisterò alla tentazione di dirti che bisogna pianificare, stabilire i pro e i contro, soppesare pregi e difetti. Ti dirò che nell’amore piuttosto si inciampa, si urta una mattina, in fila dal fruttivendolo o dal panettiere. Ti dirò che magari si tenta di scappare da quel sentimento, perché sembra troppo difficile se non addirittura sbagliato.
Il tuo papà, per esempio, era convinto di essere sbagliato; credeva di non potermi rendere felice, anzi, di non poter rendere felice nessuna donna. Mi guardava da lontano, e io ricamavo e ricamavo nell’attesa di una parola e di un sorriso che non arrivavano mai. La tua mamma però sa aspettare, e avrebbe aspettato a lungo.
Sai, amore mio, c’è stato un tempo in cui avevo perso il coraggio e la speranza. E avevo creduto a quello che mi diceva tua nonna, che è tanto cara ma a volte vede il dito e non la luna che il dito indica; e avevo deciso perciò di andare in un’isola vicina, per insegnare ai bambini durante l’estate.
Devi imparare presto che la vita è strana, amore mio. Devi capire che non tutto ciò che si vuole lo si ottiene, e non tutto ciò che si ottiene lo si vuole. Io volevo tuo padre e tuo padre voleva me; eppure entrambi abbiamo ingannato quelle due persone, e forse, con il dolore che abbiamo procurato, abbiamo avuto un ruolo nella tragedia che è avvenuta.
Dall’amore può nascere sofferenza. E però dall’amore nasci pure tu, piccina mia. Che sei così fondamentale da giustificare quello che succede e che succederà.
Io vorrei chiamarti Marta, come la nonna che non conoscerai e non ho conosciuto nemmeno io. Marta, un nome armonioso e importante, caro al cuore del tuo papà e quindi anche al mio. E con questo nome ti chiameremo mentre giocherai in Villa, o per svegliarti se dovrai andare a scuola. Con questo nome ti chiamerà il tuo amore, e sarà il suono piú bello del mondo.
Quando il tuo papà mi chiama, mi sembra di udire la musica degli angeli. Ma porterò sempre nel cuore il rimorso per aver illuso il povero Manfred, e non potrò piú sperare che lui trovi la felicità. Mi conforta il pensiero che tutto è stato giusto, se ha condotto a te.
Sarai paziente come la tua mamma. E avrai l’infinita dolcezza del tuo papà. Sarai perfetta, mia adorata Marta Ricciardi di Malomonte. E se non lo sarai, fa nulla: perché resterai sempre la mia principessa.
La tua mamma ti porta con sé. Cosi dev’essere tra una madre e una figlia, devono stare insieme e dirsi ogni cosa. Un giorno verrai da me coi tuoi primi turbamenti, coi pensieri piccoli che a te sembreranno enormi, e sarà la tua mamma a darti coraggio. E insieme, tu e io, sosterremo il tuo papà facendogli capire che la vita è meravigliosa, che il tempo del dolore è finito.
Lo facciamo questo patto, amore mio?
Come in risposta, avvertì una leggera pressione sul ventre. Enrica sorrise e posò una mano sul punto in cui un minuscolo tallone aveva scalciato.
Ricciardi percorse gli ultimi metri che lo separavano da casa con in petto un senso di felice aspettativa.
Era un fatto del tutto nuovo per lui. Significava che la giornata non era ancora finita, come invece succedeva un tempo, ma che al contrario stava per iniziare; una giornata di poche ore, colma di calore e di dolcezza. Significava lasciarsi alle spalle la malinconia e la dannazione, ricevendone in cambio una placida serenità.
Incoerenza, pensò Ricciardi. L’amore è incoerenza. Per un attimo di felicità priva di futuro, come se dovesse durare per sempre, tanta ansia, tanta preoccupazione, tanta possibile sofferenza. Eppure quell’attimo di felicità basta a nutrire il resto della vita.
La mente andò anche al ventre di Enrica, quella piccola mongolfiera che racchiudeva la speranza e il timore del futuro. Quale ragione lo spingeva a mettere a repentaglio tutto questo? Per un uomo, poi, che gli era sconosciuto, che aveva messo in pericolo, anche se inconsapevolmente, la sua felicità, e la cui morte era in fondo un rischio professionale insito nell’attività di spia.
Aveva paura, ed era giusto che l’avesse. Per sé, per Enrica e suo figlio, per Maione, Lucia e la loro famiglia, per Bruno e per i suoi pazienti, per la ribalda allegria che il medico recava con sé dovunque andasse.
E per la città che lo circondava, per una coppia che applaudiva commossa un suonatore di pianino, per un ragazzo che asciugandosi il volto si toglieva il cappello e si inchinava, raccogliendo le poche monete che l’improvvisato pubblico gli lanciava, per la ragazza bruttina che gli porgeva un fiore.
Aveva paura, sì.
Ma l’amore non può essere egoista. L’amore spinge, non trattiene; altrimenti non è amore.

Enrica pensò: forza, amore mio. Forza. Non aver paura. Non averne mai.
Un lungo gemito e un’ultima forte spinta, e il corpicino uscì all’aria.
Ci fu un rumore di forbici, e dopo un silenzio infinito, un verso alieno che sembrò l’imitazione breve del gemito della stessa Enrica.
Considerate adesso un colpo di vento.
Consideratelo nel momento della sua nascita, in una terra remota, ignaro della strada che dovrà percorrere, fatta di notte e di mare. Immaginatelo figlio del freddo che viene dalle stelle, perché abbia del padre la distanza dalle cose e la noncuranza per chi dovrà sfiorare; e dell’aria calda che sale dalla sabbia del deserto dopo una torrida giornata di sole, perché abbia la follia e l’imprevedibilità della madre.
Pensate al colpo di vento che parte per scappare dallo squilibrio e ne trova un altro e poi un altro, scemando fin quasi a diventare un sospiro e invece rafforzandosi, col suo carico di materia catturata dalle dune e di sogni ricavati dalla riva del mare di legno fradicio e scogli, prima di prendere il largo nelle ultime ore di luna verso posti sconosciuti. Immaginatelo lambire vele di pescatori dalla pelle scura, che allungano la mano sul bordo della barca prima di sentirla oscillare sotto i piedi robusti; e pronunciano senza voce il nome di quel vento, nobile e antico, che ricorda forse il luogo da cui lo percepiscono arrivare e forse porta con sé il presagio della pioggia.
Ma il colpo di vento non sa di chiamarsi come lo chiamano gli uomini. Sa solo che cerca equilibrio tra caldo e freddo per smettere di soffiare: e quello che cerca è un equilibrio assai difficile da conquistare.
La tenda, davanti allo spiraglio di finestra, vibra leggera e si scosta per lasciar passare l’aria. La corrente non si guarda intorno, accarezza il corpo che incontra, provocando un fremito di palpebre.
Gli occhi si schiudono e la mente registra pigra e sonnolenta che è notte, che il tempo della veglia è lontano. Che il territorio del sogno è ancora da percorrere, con la sua riserva di timori e di speranze.
L’ombra accoglie lo sguardo confuso e propone contorni e forme. Dalla lastra e dalla tenda appare il riverbero di un lampione, al quale la ragione si aggrappa per capire il senso di quanto emerge dall’incoscienza, un miscuglio confuso di paure. Fa caldo, molto caldo. Il sudore non lascia scampo, dall’aria non giunge sollievo.
La mente ricorda il sogno che l’abitava fino a un attimo prima. Una donna dai capelli bianchi e il volto giovane, vestita da sposa ma seduta su un letto sfatto, le mani sottili in grembo, le dita intrecciate. L’espressione seria, velata di rimprovero, le pupille vitree.
Come hai potuto, diceva la donna. Come hai potuto.
Le labbra sono serrate, eppure la voce arriva forte e chiara quasi non ci fosse il soffio del vento, e neppure il timore di svegliare qualcuno.
Scrutano l’ambiente, gli occhi. Aspettandosi di individuare quella voce e quei capelli, soprattutto quello sguardo fisso, enorme, da qualche parte in un angolo della stanza. E invece si imbattono in altro, e il sogno si dissolve. Quegli occhi trovano un lento alzarsi e abbassarsi del lenzuolo, il piano di un comodino con lo stelo di una lampada spenta, un libro chiuso dal quale sporge un segnalibro. Sul libro un oggetto, che ruba il riverbero e lo riflette. Un paio di occhiali.
Un respiro cadenzato, fatto di sonno pieno e di calore. Gli occhi si accordano con le orecchie e percorrono un profilo regolare, una bocca semiaperta, un collo lungo, la curva morbida di un seno coperto da una camicia di cotone. Lo sguardo reca una crescente angoscia, in qualche modo connessa al sogno la cui eco risuona ancora nella testa.
Come hai potuto.
Subito sotto il seno, che si muove assecondando il ritmo del respiro profondo, comincia una curva che somiglia a una collina ma che raggiunge al culmine la rotondità di una piccola mongolfiera, insensibile all’alito caldo e insistente che viene dalla finestra. Una mongolfiera pesante, che non conoscerà mai il cielo e le nuvole, e che però è un volo per il futuro.
Mentre la mente naviga veloce verso la coscienza, dagli occhi traspare il terrore che opprime il cuore, quel terrore che di giorno è tenuto nascosto sotto l’emozione e la tenerezza che pure esistono, che pure sono vere, che pure trionfano nel sole e nella dolcezza di mille carezze.
Ma in quest’attimo che precede l’alba, in cui – insieme al soffio del vento giovane che ha già solcato il mare col suo carico di sabbia e di dolore – entra dalla finestra aperta il canto lontano di una donna, la paura domina. Perché è l’ora senza barriere, l’ora del tragitto breve fra i sentimenti e i pensieri. L’ora in cui il domani ha il colore che ha, senza l’abbellimento del vano ottimismo.
Come hai potuto.
E gli occhi verdi tremano nel buio.
Ma il vento non si ferma, unico padrone della strada e del tempo a cavallo fra la notte e l’alba. Non si ferma, mettendo la sua sabbia fra la luna all’ultimo quarto e la città che ancora dorme.
Non si ferma, annusato dai cani che sollevano le narici frementi, mentre i gatti urlano brevemente col pelo ritto sulla schiena.
Non si ferma, il vento.
Un’altra finestra aperta, a cercare frescura dalla notte morente.
Un’altra tenda che si agita all’interno come per accompagnare l’aria carica di odori esotici, sabbia e sale, mare e terre e alberi ignoti. Aria nuova, impertinente, che entra senza permesso e senza curarsi di chi ci sia né di che cosa stia succedendo.
Aria che ha dita leggere, che esplora lieve la prima pelle che incontra: quella di seta di un corpo di donna, nudo e perfetto, abbandonato in un sonno oscuro. E la carezza del vento sfiora l’epidermide, facendo drizzare la peluria sottile ed eccitare il sogno, che diventa di baci e di mani, di respiro umido e di occhi verdi.
La mano protesa lungo il fianco trema inquieta seguendo il pensiero riposto dell’amore, tocca l’orlo di un calice incongruo sulle lenzuola, all’interno di una piccola pozza di vino rosso versato. Il colpo di vento ha sete di conoscenza, passa oltre e si accosta al corpo steso di fianco alla donna, e rinforza piano, offeso dall’assenza di reazione.
I capelli biondi dell’uomo ondeggiano simili ad alghe nella corrente. E tuttavia nessun sogno viene eccitato, nessun pensiero arriva involontario al profumo di erbe lontane. Nulla si muove nella testa dell’uomo, attraversata da un proiettile che ora è fermo all’interno del cervello, in mezzo al sangue rappreso, espulso dalla pistola che è nell’altra mano della donna che sogna.
Un po’ deluso, il vento torna a uscire in strada, in attesa dell’alba.
A meno di un chilometro, un anziano pescatore si alza e lentamente va alla finestra. Libeccio, pensa. Il primo libeccio.
Non porta mai buone notizie, il libeccio.
Giugno si rassegna alla morte fa posto a un torrido luglio.

Non dimenticarti di noi, gli disse ancora una volta Enrica.

Nicoletta Mrs. HatsNicoletta Mrs. Hats wrote a review
31
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Recensisco l'intera serie, mai fatta una maratona così, ma ero davvero ansiosa di sapere come andava a finire....non l'avessi mai fatto...
Avevo tante impressioni su questi libri, belle, sono pieni di cose, anche se con molti eccessi e anche buone dosi di retorico sentimentalismo, ma pieni della grazia e della dolcezza che più tipicamente mediterranea non si può. Le storie sono ben descritte, anche se talvolta le soluzioni sembrano un po' artificiose. Alcune dilatazioni delle sottotrame sono irritanti, ma comprendo le varie esigenze dell'autore, dell'editore, dei lettori e alla fine si è tenuto un buon controllo della gestione narrativa: Ricciardi e i suoi compagni si fanno amare, ci si affeziona, quindi fa comodo che l'autore allunghi il brodo e si vorrebbe non finisse mai (e invece, dannazione!..). I personaggi infatti sono belli, a iniziare proprio dal commissario, che mi ha preso a partire dall'ottima incarnazione nella serie tv, meglio di così credo davvero non si potesse (ottima trasposizione RAI, mi pare, fedele, con bravissimi interpreti e una bella estetica delle atmosfere e del periodo, Lino Guanciale mi ha davvero colpita per la malia degli occhi, la disperazione degli sguardi, la malinconia dei sorrisi nascosti, la voce, la prossemica dolorosa del corpo, l'esitazione e l'abnegazione davanti al Fatto, tutto è perfetto, leggo che ha fatto tanto teatro...).
Curioso inoltre che mi sono imbattuta proprio adesso in questa serie (non guardo molta tv), subito dopo aver letto un libro così intriso di ..."realismo magico" come "La pietra lunare" di Landolfi, non è nemmeno il mio genere, ma confesso che questi aspetti misterici hanno una resa letteraria assai intrigante e forse non siamo molto avvezzi ad averli in autori italiani.
Insomma, tornando a questa serie, libri di intrattenimento, si, ma interessanti per personaggi, atmosfere, ricostruzioni (utili a immergersi (e magari capire) in quei tempi), sentimenti, musica e tanto altro. I libri per trasporto emotivo valgono 4 stelline.
Ma non posso sopportare certi finali che mi lasciano con un brutto stato emotivo che perdura per giorni, così alla fine sono arrabbiata. Non è colpa dell'autore, ha avuto anche coraggio, ma a me va così e in genere cerco di evitarmelo sia nei libri che nei film.
Questa ultima storia inoltre cambia registro per articolare una spy story un po' diversa, ma non molto verosimile. Ma con un colpo di spugna è passato tutto in secondo piano, sgrunt.
RobieRobie wrote a review
01
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Mauro Torquati57Mauro Torquati57 wrote a review
02
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"Le combinazioni sono per il futuro, il passato si sa e basta."



Sarò breve: a Maurí, ma vaffa...., va'!!!!