Il piccolo amico
by Donna Tartt
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Un'ombra cupa si stende sull'infanzia di Harriet Cleve, che cresce con lafamiglia in una cittadina del Mississippi: è l'omicidio, senza colpevoli, delfratello Robin, impiccato a un albero del giardino quando lei era appenanata. Quella tragedia ha segnato tutta la famiglia, che non è più riuscita asuperare il dolore. Per Harriet, Robin è il "piccolo amico", il legame con unpassato felice che lei conosce solo attraverso le fotografie, i ricordi, iracconti dei familiari. Così, nell'estate in cui compie dodici anni, decide discoprire l'assassino del fratello e di compiere la sua vendetta.

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Giordano BrunoGiordano Bruno wrote a review
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Deludente ma ben scritto
Mettiamo subito in chiaro una cosa: Donna Tartt sa scrivere, ok? Non sono convinto però che sappia anche raccontare una storia. Perché una storia da raccontare ce l'avrebbe anche, ma impiega quasi 700 pagine di cui circa 500 abbastanza inutili ai fini della trama. Certo: la trama non è tutto, lo so. Ma se stordisci il lettore con millemila episodi che non portano da nessuna parte e fai succedere qualcosa solo nelle ultime decine di pagine, forse (e sottolineo il forse) ti sei scordata di eliminare il superfluo. Non dico di togliere 500 pagine, ma anche solo 150, alleggerire insomma. Fosse stato meno lungo probabilmente l'avrei letto tutto parola per parola, invece quasi a pag. 500 ho cominciato a leggere solo i dialoghi, poi solo l'incipit dei paragrafi, poi (mea culpa) sono andato su Wikipedia per scoprire come andava a finire perché non ne potevo più! Lo so, sono pessimo, ma non avrei retto altre 200 pagine a questo ritmo lentissimo. Tra l'altro un finale c'è, ma, accidenti, troppe, troppe pagine, parole, descrizioni, dialoghi... arriva al dunque, santo cielo! Per di più, come temevo, alla fine, si scopre che... SPOILER IN ARRIVO... ah, no, non si scopre niente. Cioè, mi hai preso in giro? No, questo per fortuna no, ma non leggete questo romanzo per la sua trama, mi raccomando, o ne rimarrete delusi. Leggetelo per..., mah, altri motivi direi. Però non chiedetemi quali! Anni fa ho letto "Dio di illusioni": c'avevo capito poco e non mi era per niente piaciuto. "Il piccolo amico" parte benissimo e per 200 pagine si prosegue volentieri, ma poi si rallenta, si rallenta, si... ral... len..ta... e ci si perde un po' per strada (ammettiamolo) per poi (sorpresa!) far succedere finalmente qualcosa alla fine, che però non porta da nessuna parte. Peccato, occasione in parte sprecata. Magari andrà meglio con le 900 pagine del "Cardellino"? Ci credo poco (il film comunque è molto bello).
FriskiFriski wrote a review
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GresiGresi wrote a review
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Quando vorrai arrenderti ma non lo farei. Quando imparerai a non fuggire più e a risplendere.
Mi sorprendo sorridere, mentre ripongo queste poche righe.Quando mi accorsi che Il piccolo amico si fosse concluso, che gli eventi che avevo previsto si fossero avverati, avevo intuivo il suo modus operandi ma non il suo finale credendo banalmente che non mi sarei aspettata nulla del genere. E il mio atteggiamento, a questo proposito, ha confermato le mie speranze, cancellando eventuali dubbi che mi ero posta sin dalle prime pagine. Io non ne sapevo assolutamente niente di questo >, e senza bisogno di troppe spiegazioni, spinta dall’amore che da qualche tempo a questa parte riservo alla sua autrice, ciò mi diede il diritto di trovarmi lì, e di ascoltare quello che aveva da dirmi.

Avevo ragione. In buona parte, perlomeno. Mi sono stupita nello scoprire e riscontrare una netta differenza fra questo e Il cardellino, ma soprattutto una Tartt acerba, ma ambiziosa e fedele ad alcuni dogmi cristiani, alcuni aspetti che dovrebbero porre l’individuo sotto una luce migliore, diversa, che nonostante tutto mi ha attanagliato nelle sue viscere come una silhouette intrappolata sullo sfondo, infuocata, misteriosa e ardente, forma di un’ombra scura che lentamente si consumerà fra le fiamme. Se la Tartt mi aveva ammaliato, conquistato con un volume di oltre novecento pagine prima o poi sarei dovuta imbattermi in questa opera, da qualunque parte io mi voltassi. Assemblare qualunque foglio scritto da questa donna era uno dei miei più grandi obiettivi, e sarebbe stato alquanto impensabile che potesse sfuggirmi. Chissà, forse questo era il momento adatto. Credo sia l’unica spiegazione logica.

Quella ritratta in Il piccolo amico, tuttavia, ha un chè di complicato, seducente, irriducibile nella ricca incomprensione di impressioni senza corpo, assediati da spiriti che credono costantemente al ricordo, per cui presente e futuro esistono esclusivamente in relazione alle vicende umane. I ricordi infatti sono la vera e propria linfa vitale di questa storia, e pur quanto si rievochi il passato non scorgono alcuna identità.

Un istante, un attimo purchè una tragedia ebbe il suo compimento. Donna Tartt ci offrì un compromesso, illudendo nel promettere solennemente un riscatto, un ritrovamento, e aggiungendo a prova della sua meticolosità stilistica che se per qualche ragione non avrebbe mantenuto parola data, i segnali disseminati nel romanzo e disposti avrebbero dovuto essere sottoposti ad interpretazione. Perché, se non ci avessi creduto, se non fossi stata così ingenua, non avrei letto e vissuto Il piccolo amico con la forsennata speranza di un contrappasso. Se nel frattempo fosse capitato qualcos’altro avrei dovuto leggere con più attenzione, restando ferma però alle intoccabili convinzioni che non ci sarebbe stato alcun lieto fine, e che a me sarebbe toccato assistervi.

Da questo ne deriva quanto questa lettura mi abbia sbalordito, travolta nel suo freddo ma brutale abbraccio, trattenuta a stento dal non provare moti di empatia o compassione per una ragazzina di soli dodici anni a cui la vita le ha strappato furiosamente il fratello. Tanta gravità, tanta amarezza, tante pene che gravano su cuori semplici ma impossibili da addomesticare o ammorbidire. L’idea di perdere un figlio, un fratello, un nipote, un confidente, è di per se portatrice di grandi responsabilità, beneficio di alcune stranezze. La Tartt, decisa a dimostrarsi ben intenzionata nell’esagerare forse un po’ sui toni, qualunque fossero i suoi motivi, scrisse un romanzo a mio avviso bello ma forte e drammatico che non si lascia tentare ne scomporre da niente e nessuno. Sebbene la sua essenza non è intatta ma frammentaria e caotica, racchiusa nel disvelare un segreto che tuttavia non avrà mai una sua trasparenza. Naturalmente nascosto nell’importanza di come l’individuo affronta il lutto, nello stravolgimento seguito alla scomparsa del piccolo Robin e che risucchia qualunque parvenza di felicità, ironia, spensieratezza. Immerso in immemori timori, ogni tanto scovolti e frantumati da forze esterne potenti e più scure.

Quanto a me, quando mi imbatto in certi tipi di romanzi trovare le parole è quasi sempre un’impresa alquanto ardua. L’idea di leggere Il piccolo amico mi aveva colta impreparata, e per quasi tutta la durata della sua lettura restai senza parole, col cuore pesante che gravava nel mio petto, pronta a confrontarmi con il peso immane che mi si era stato gettato tra le braccia. A quanto ho compreso, la Tartt ci parla della vita come ricca di insidie e percussioni e di come essa talvolta diviene tragica e indimenticabile. L’avevo compreso in un suo romanzo precedente, ora desidero riscoprirlo nel Dio di illusioni. Come potevo aspettarmi altrimenti? Come sarebbe stato possibile se ciò che descrive è così pregno di fatti ed eventi realmente accaduti che straziano il cuore e in cui l’unico modo per sopravvivervi è rifuggiarvi dentro una spessa coltrina di sogni, oppio e tenebra? Fra sogno e realtà come giochi ingannevoli, echi ed oscure ombre, luci riflesse che isolano ma descrivono perfettamente i personaggi: umani, vulnerabili, incompresi di cui spesso mi sono sorpresa del talento della Tartt nel fare ciò.

Tutti questi elogi mi imbarazzano. C’è dietro la convinzione, così intensa e caparbia, che quando leggo qualcosa di Donna Tartt mi sembra quasi di sentire parlarla attraverso funnamboli che vagano sul sentiero insidioso della vita, pronunciando quelle giuste parole che in un modo o nell’altro tracciano l’anima. Il piccolo amico, ammetto, pur quanto bello e sconvolgente, sorprendente e magnetico, non lo considero alla pari de Il cardellino in quanto l’emozioni che ha sortito la sua lettura non hanno la medesima potenza di quest’ultimo. Eppure è un grande romanzo, capace di penetrare a fondo nelle persone, modificare la loro vita, sconvolgere la mia. E a poco a poco, mi rendo conto di quanta forza comprendono queste parole. Dentro di me c’è una piccola creatura che agogna la libertà, e il forte e insopprimibile desiderio dei personaggi tarttiani di essere liberi coincide perfettamente con il mio. Che comprende e riesce a fiutare, senza alcun vanto, e da milioni e milioni di distanze, la validità di una storia, guadagnandomi un certo pregio, un certo valore che nemmeno il tempo o l’incuria potrà sciupare.
betulle&peoniebetulle&peonie wrote a review
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Non è detto che una famiglia grande sia per forza una grande famiglia e non è detto che non ci si possa sentire terribilmente soli anche tra tanta gente. Soli perché inascoltati, non visti, dimenticati.
Soli come Harriet, che a dodici anni si ritrova con un padre che vive altrove, una madre sotto psicofarmaci, una sorella quasi narcolettica, un fratellino assassinato anni addietro, un nugolo di zie antiquate e superficiali e un amico del cuore, più succube del suo genio che davvero amico. Impavida ai limiti dell'incoscienza, decide che la sua vita può cambiare rotta solo uccidendo l'assassino del fratello, che individua in un delinquentello tossicodipendente della sua città, più sfigato che davvero pericoloso. Un certo Danny.
Nessuno si accorge delle sue fughe, dei suoi piani, dei suoi pensieri. Tutti gli adulti che la circondano la guardano ma non la vedono e Harriet ha tutto il tempo che vuole per fare cose impensabili, coinvolgendo nei suoi diabolici piani anche il suo amico del cuore. Nella storia, le vite di Harriet e di Danny si intrecciano e le due famiglie vengono analizzate al miscroscopio con un'esattezza imbarazzante, tanto che alla fine il lettore scoprirà che, per quanto di ceto diversissimo, entrambe sono sfiancate dalla solitudine, dall'abbandono e dall'incertezza e che Harriet e Danny, l'inseguitrice e l'inseguito, sono molto più simili nel dolore e nella fatica di vivere di quanto non sembri.
Se mi è piaciuto? Molto. Avrei dato 5 stelle se non fosse per una certa prolissità a cui avrei dato volentieri una sforbiciata, ma la trama (che c'è, eccome se c'è, a dispetto di chi afferma il contrario) è geniale, Harriet ipnotica e travolgente pur nei suoi deliri infantili, e il lungo finale, inaspettato e pazzesco.
Sheere HikariSheere Hikari wrote a review
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ClaireClaire wrote a review
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