Il ritratto di Dorian Gray
by Oscar Wilde
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Dorian Gray, un giovane di straordinaria bellezza, si è fatto fare un ritratto da un pittore. Ossessionato dalla paura della vecchiaia, ottiene, con un sortilegio, che ogni segno che il tempo dovrebbe lasciare sul suo viso, compaia invece solo sul ritratto. Avido di piacere, si abbandona agli eccessi più sfrenati, mantenendo intatta la freschezza e la perfezione del suo viso. Poiché Hallward, il pittore, gli rimprovera tanta vergogna, lo uccide. A questo punto il ritratto diventa per Dorian un atto d'accusa e in un impeto di disperazione lo squarcia con una pugnalata. Ma è lui a cadere morto: il ritratto torna a raffigurare il giovane bello e puro di un tempo e a terra giace un vecchio segnato dal vizio.

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Gabriele VagliGabriele Vagli wrote a review
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L’Eroe dei due Mondi
​(La musica non sta nelle note, ma nei silenzi in mezzo. W.A. Mozart)
 
Illuminante, per una più agevole comprensione del testo, la Prefazione dell’autore, pubblicata l’anno successivo alla prima edizione. Il diffuso stile aforistico, a imitazione di Nietzsche, storna l’attenzione da quel che è il grande scenario del contesto, rendendolo meno percettibile, talvolta quasi asettico, muto e invisibile nella sostanza quanto è vivido, ricco e sontuoso nella forma; mentre in esso e nella sua derivazione risiede l’altezza del romanzo (Lo sfondo è tutto o quasi tutto, p.149). Wilde attua così, mirabilmente, due punti della sua Prefazione: la moralità artistica consiste nell’uso perfetto di un imperfetto strumentol’arte in verità non rispecchia la vita, ma lo spettatore.
Il romanzo è in effetti un manifesto estetico: tratta di arte e di esistenza, non di morale. Eppure, proprio da una distinzione etica prende le mosse, presentandoci due opposte matrici: l’amorale lord Henry, per il quale la coscienza rovina la bellezza, e il morale pittore Basil, per il quale la conoscenza e la coscienza si accompagnano inevitabilmente al dolore. Si apre così lo scontro tra i due Mondi: c’è quello platonico di Basil, il pittore, che per creare ha bisogno della purezza, dell’incorrotto, che identifica il bello con il bene, che non pratica di norma arte autobiografica e trova nel modello Dorian il suo Ideale; c’è poi il mondo nicciano di lord Henry, che si svela anche in alcune piccole locuzioni o parole chiave da lui pronunciate o indotte in Dorian: nuovo caosaver camminato in mezzo alle fiammeil pulviscolo danzavaparole musicali dette con cadenza armoniosa. Come Nietzsche, lord Henry disprezza le donne, svillaneggia il cattivo gusto degli ebrei nel vestire, parla per aforismi, per sentenze, afferma che in politica e in arte gli avi hanno sempre torto, depreca la generosità comune, esalta l’egoismo. Ribalta il comune modo di vivere e di conoscere: usa la ferrea logica della passione, e la variopinta e commossa vita dell’intelletto.
Questi due Mondi, queste due concezioni matrici forgiano ognuna il proprio Eroe, il loro campione nella stessa persona: il giovane Dorian Gray, nato apollineo e dionisiaco, creato platonico dal pittore Basil e plasmato niccianamente da lord Henry. Il tramonto di Dorian inizia appena dopo aver conosciuto il titolato, prima ancora che Basil abbia terminato il ritratto, ed è quella luce nuova che balenava sul suo viso, negli ultimi ritocchi del pittore, a conferire qualcosa di straordinario all’opera nella quale Basil aveva messo troppo di se stesso, svelando così Dorian come il suo ideale estetico, la perfezione cioè il completamento del proprio talento e del proprio essere.
La corruzione operata da lord Henry fa cogliere a Basil l’inizio del tramonto di Dorian, del suo trapasso, della proiezione verso la sua futura nicciana alba; contemporaneamente uccide nel modello il candore trasposto nel dipinto da Basil, confinando il presunto vero Dorian, o quantomeno la sua forma primitiva, nel dipinto, lasciando agire nel molteplice la successiva, artificiale costruzione. E’ pertanto logico e fatale che sia il quadro a degenerare, poiché l’arte di Basil non è se non riconoscimento e imitazione della purezza. Senza bontà non v’è bellezza né verità, nel mondo di Platone e di Basil.
La guerra dei Mondi opera in ambito ontologico, gnoseologico ed etico, non in quello estetico. Esso è il solo campo che possa, almeno temporaneamente, far conciliare e sovrapporre i due universi: unità e molteplicità, essere e divenire, immanenza e trascendenza, anche se per un solo momento di suprema bellezza.
La matrice originariamente platonica di Dorian è confermata, così come il plagio nicciano già in atto –e in questa breve sequenza il genio di Wilde è veramente notevolissimo- dalla breve relazione con l’attrice Sybil, che –platonicamente-, dice Basil, lo completa. Dorian non si innamora dell’essere umano, ma della sua facoltà immanente e trascendente: ama cioè insieme l’Idea e il Molteplice. Il giovane è a un bivio, ed è lord Henry a indirizzarlo: “Sì, Dorian, io vi piacerò sempre. Voi trovate in me i peccati che non avete mai avuto il coraggio di commettere”. Basil, che va perdendo la sua guerra, il suo campione, il suo Ideale, ne esce invecchiato di molti anni. Dorian, ormai trasfigurato, dimentico dell’Idea e relegato il suo spirito apollineo nel solo senso estetico, non vorrà più una donna che è solo una donna, che non può più essere quella meravigliosa rappresentazione del molteplice. La sua scelta nicciana gli rende pertanto impossibile, almeno in apparenza, amare ancora Sybil che è platonica fino al punto di paragonarlo al liberatore del mito della caverna, e di vedere l’arte come un riflesso, cioè una copia dell’amore, mentre per il nicciano lord Henry non solo l’arte, ma anche l’amore è una forma d’imitazione. Dorian nel singolo pretende il molteplice, come fu per i ruoli di Sybil sulla scena; Basil, come Sybil, in forza dell’amore, elimina il molteplice alla ricerca dell’Uno: per il pittore Dorian è l’incarnazione dell’Idea (Nessuno s’imbatte in due ideali. Accade a pochi di incontrarne uno). Ognuno può essere tutto, per Dorian; Uno è in ognuno, per Basil. Dorian non può quindi più amare una Sybil che non sia trascendente e molteplice, ma ridotta a semplice essere umano con una sola vita; si avvia ormai a essere un idolatra del molteplice, della trascendenza nel reale: essere nulla per poter essere tutto. E’ ormai sospeso a metà della corda sull’abisso. Per quanto desideri, in più occasioni, di far prevalere la propria parte platonica, è immancabilmente vinto dalla fantasmagoria del molteplice, nonostante affermi ancora che la coscienza è la nostra parte più divina, e che Basil è migliore –non più forte, perché ha troppa paura della vita- di lord Henry. La scelta di Dorian appare ormai netta: ha abbandonato Basil per lord Henry, Platone per Nietzsche. Può quindi procedere senza difficoltà verso lo sviluppo del suo essere, verso quella plenitudine vitale, alla ricerca della propria volontà di potenza che si esprimerà, immancabilmente, attraverso i suoi delitti.
Il giovane, ingenuamente naturale e candido Dorian è per lord Henry una vittima predestinata non meno dei deboli di spirito per Nietzsche. E’ puro, semplice, spontaneo, affettuoso, inesperto: troppo poca carità ha sviluppato per resistere alle lusinghe del nulla e del molteplice. Diventa il fanciullo della terza metamorfosi di Nietzsche, che però non riesce a controllare il gioco, e conserva il suo insolente modo fanciullesco. Anela a essere spettatore della propria vita per evitarne le sofferenze; gli oggetti gli suscitano un clima artistico: la morale non lo riguarda più, e per lui la menzogna non è che un mezzo per moltiplicare la nostra personalità. Lo sviluppo del singolo, slegato da ogni partecipazione terrena, mentale o spirituale, è il solo scopo dell’esistenza, e si mostra esteticamente e in nessun’altra forma.
Basil avrebbe potuto, dice Dorian, salvarlo dall’influenza di lord Henry. Platone può cioè salvare da Nietzsche, ma l’uomo moderno è troppo tentato da un mondo senza Idee, senza Dio, da un mondo solo molteplice, disgregato, di atomi disordinati che si possano dominare senza ulteriore giudizio.
Come non vedere, nel libro –che pure è un romanzo nella finzione letteraria- che lord Henry dona a Dorian, il Così parlò Zarathustra di Nietzsche? un libro velenoso, lo definisce Wilde, anche attraverso la conferma di Dorian.
Come Nietzsche, Dorian sviluppa una concezione della storia come spreco, come equivoco dei sensi, dei quali cerca la spiritualizzazione; rifiuta la cultura occidentale e riunisce in sé il cielo e l’inferno.
Più si allontana dall’ideale platonico, dall’identità di bontà e bellezza, tentato dal lato dionisiaco, e più deve soddisfare il proprio bisogno apollineo nella ricercatezza, nell’eleganza, nello sfarzo. Compensa così la perdita della propria vera bellezza. I mutamenti del quadro non sono pertanto dovuti al desiderio espresso per gioco, a un patto col demonio, ma a una inevitabile dissociazione: la sua anima, la sua coscienza, forgiata da Basil ed esiliata da lord Henry, è altrove da sé, è fissata nel dipinto ed essa sola può portare i pesi della sua esistenza.
Fedele l’autore alla sua Prefazione (Rivelare l’arte senza rivelare l’artista, è il fine dell’arte), è arduo dire se Wilde fosse, almeno in maniera latente, coinvolto in una posizione morale. A me sembra molto più distante da Nietzsche di quanto la critica generalmente proponga. Ma il mio giudizio è, forse, fatalmente inficiato dalle mie inclinazioni filosofiche, che vedono Platone quale maggior costituente del mio eclettismo, e mal tollerano il tedesco dalle idee limitate, come lo definì Tolstoj.
La traduzione presenta purtroppo un clamoroso strafalcione: il celebre passo Egli vive la poesia che non può scrivere. Gli altri scrivono la poesia che non osano tradurre in realtà (He lives the poetry that he cannot write. The others write the poetry that they dare not realize) diventa, in questa edizione: Egli vive la poesia che non può scrivere. Gli altri vivono la poesia che non osano trascrivere.
carlo albertocarlo alberto wrote a review
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LumiLumi wrote a review
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Esperienza mistica anche non censurato!
Volendo sostituire l'insipida edizione Bur letta durante il mio diciottesimo anno d'età mi imbatto nel <i>Dattiloscritto originale non censurato</i>. Quanto potevo lasciarlo su Vinted a rischio che lo acquistasse un'altra persona? Fatto subito mio, naturalmente.

Non ho notato scene 'audaci' come l'intenderemmo oggi tolte un paio di mani sulle spalle e poco altro, ma ci troviamo di fronte a un testo del 1890 solo di cinque anni antecedente al primo processo per omosessualità di Oscar Wilde. Attenzione massima dunque a quel che si scrive.
In questa versione più breve del grande classico ci viene presentato il misteriosissimo Dorian senza orpelli come la storia della sua famiglia d'origine o il tentativo di vendetta da parte del fratello di Sybil Vane. Nulla di tutto ciò, l'opera è pulita ma non ne pregiudica il fascino, la filosofia, la morale e il senso del bello. Ostentato nelle pagine di elenchi sulla ricercata oggettistica di cui amerà tappezzare la sua dimora e se stesso, continue scoperte e passioni ogni volta nuove per sottolineare giovinezza e intelletto, in una parola la <i>Vita</i>. Non so se è un paragone un po' azzardato ma trovo che il personaggio di Wilde abbia molto in comune con Gabriele D'Annunzio, due figure seppur una fittizia ormai ben consolidate nella storia mondiale della letteratura. Me lo figuravo mentre si muoveva nel testo. In fondo l'Andrea Sperelli de <i>Il piacere</i> è praticamente contemporaneo, essendo uscito nel 1889. Stesso desiderio di circondarsi di bellezza e cultura, incontro molto pericoloso e Dorian lo sa. Come lo sappiamo noi.

Gli anni non l'hanno intaccato e resta un capolavoro, colmo di poesia. Per non farmi mancare nulla, oltre alla figura del Vate nella mia testa risuonava anche una melodia come accompagnamento alle gesta del protagonista e al periodo in cui è ambientata la vicenda: <b>Serenade No.10 - III Movement, Adagio</b> dell'altrettanto divino Wolfgang Amadeus Mozart. Assolutamente da provare!
Rosaria Luisa D'AngeloRosaria Luisa D'Angelo wrote a review
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"L’unico modo di liberarsi di una tentazione è abbandonarvisi."

A grandi linee tutti conosciamo la storia. Un ragazzo bellissimo che non invecchia mai e un dipinto maledetto che ogni giorno diventa sempre più mostruoso. 
Una trama originale, ben congegnata, con un tocco dark e macabro che a mio parere non guasta mai. Ho amato l’ambientazione nella vecchia Londra vittoriana, con i suoi teatri dove la bella élite mostrava il suo lato migliore e artificiale, e i luridi sobborghi malfamati dove gli stessi borghesucci potevano calare la maschera e sfogare i loro impulsi più deplorevoli e i vizi più condannabili. 
Un perfetto affresco della società perbenista e contraddittoria dell’Inghilterra del diciannovesimo secolo. 
Un’opera ricca di riflessioni esistenziali che riesce a cogliere le profondità dell'animo umano trattando un tema che ha come radici la vanità e l'ambizione dell'uomo. Chi non ha mai immaginato quanto sarebbe meraviglioso poter restare per sempre giovani e belli?!
Una vera e propria celebrazione del culto della bellezza. La vita, per Wilde, si configura infatti come un'opera d'arte. Un'esperienza, quella estetica, che non sempre si rivela giusta e retta. La visione della vita come arte implica infatti da un lato la ricerca del piacere dall'altro uno stile di vita disinibito e dissoluto che porta allo sfacelo morale e, nel caso di Dorian Gray, al crimine.

Wilde non è uno scrittore a noi contemporaneo e perciò il ritmo della narrazione non appare sempre leggero. Verso la metà la lettura rallenta. Questa è stata la parte più dura a mio parere. Ci sono capitoli dedicati a particolari dettagli della vita di Dorian, uno è dedicato interamente ai suoi passatempi, per fare un esempio. Superati questi si giunge al gran finale. Aumenta l'intensità della narrazione e le pagine si caricano di suspense ed eccitazione. 
Luca StringaraLuca Stringara wrote a review
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Jessica Jessica wrote a review
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Il signor RailIl signor Rail wrote a review
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Il dolce veleno letterario

Difficilissimo scrivere qualcosa su questo libro senza scadere nella banalità (che tanto annoierebbe, o infastidirebbe, Wilde)...voglio dire, al di là della storia in sé stessa e del profluvio di aforismi, lapidari giudizi e più o meno sottili allusioni - che i suoi personaggi ripeteranno (talvolta pari pari) anche in altre sue opere - quello che forse più colpisce (quantomeno me) di questo Wilde è il percorso che sembra inevitabile per l'uomo di fine secolo (XIX). E' come se ci fosse un solco, un binario, lungo il quale sia "costretto" a muoversi per rompere gli schemi del passato: l'estetica che rivendica il dominio sull'etica, la ricerca continua di nuove passioni e nuovi interessi (le gemme, i profumi, le droghe, l'arte, ecc.) per saziare una fame che, quasi paradossalmente, si amplifica proprio a mano a mano che queste pulsioni vengono soddisfatte, tutto appare come il susseguirsi di tappe di un itinerario preordinato al quale non ci si può sottrarre.

Quale che sia la modalità con cui si affronta il continuo "ripetersi" del quotidiano (Dorian Gray col suo patto scellerato, o Lord Henry Wotton col perpetuarsi del suo disincanto), il sentiero è tracciato e deve essere percorso fino in fondo...

... allora forse è proprio come scrive Aldo Busi nella sua prefazione a questa edizione - una prefazione in perfetto "stile Busi", ricca all'eccesso, rutilante, parossistica e straordinariamente inusuale, che (quasi) nulla racconta del libro - ossia che chi legge deve «lasciarsi avvelenare dal Ritratto di Dorian Gray in quantità non modica [...] (perché) forse non sarà "l'essere vecchi la cosa più triste ma il rimaner giovani"» 😉

superstitesuperstite wrote a review
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