Il senso di una fine
by Julian Barnes
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La vita di Tony Webster è stata un fiume relativamente tranquillo, da costeggiare al riparo di scelte ragionevoli e sistematici oblii. Ora però la lettera di un avvocato che gli annuncia un'inattesa quanto enigmatica eredità sommuove il termitaio poroso del passato, e il tempo irrompe nella noia del presente sotto forma di parole risalenti all'adolescenza, quando Tony procedeva all'educazione morale, sentimentale e sessuale che ne avrebbe fatto, inavvertitamente come spesso accade, l'adulto che è. Il percorso a ritroso nelle zone d'ombra della vita, con i suoi dolori inesplorati e i suoi segreti, diventa cosí riflessione sulla fallacia della storia, «quella certezza che prende consistenza là dove le imperfezioni della memoria incontrano le inadeguatezze della documentazione», secondo il geniale amico dei tempi del liceo, Adrian Finn. Ed è dunque a quel punto di congiunzione, ai ricordi imperfetti come ai documenti inadeguati, che il vecchio Tony deve ora guardare per comprendere le vicissitudini del Tony giovane. Come ha potuto la ragazza di allora, Veronica Ford, preferirgli l'amico raffinato e brillante, Adrian? Ci sono solo Camus e Wittgenstein dietro l'estrema decisione di Adrian? Da che cosa ha voluto metterlo in guardia tanti anni prima la madre della ragazza? Perché a distanza di quarant'anni Veronica ritorna nella sua vita con un bagaglio di silenzi e il rifiuto di dargli ciò che è suo? Gli indizi da studiare tessono un filo d'Arianna di reminiscenze inaffidabili, ipotesi errate e parole d'ordine ribadite; di fatti, nomi e immagini giustapposti a intuizioni filosofiche e rivelazioni poetiche; di un corpus di parole interne al testo - lettere, e-mail, pagine di diario - ed esterne a esso, nella forma di rimandi espliciti o piú spesso impliciti al sapere che puntella l'assunto ideale del romanzo: da Stefan Zweig a Philip Larkin (il «poe-ta» senza nome cui il narratore piú volte si richiama), dall'immaginario Patrick Lagrange al Flaubert di Madame Bovary (significativamente citato nel modo quasi-esatto che la memoria consente) fino a Frank Kermode, con il cui testo chiave questo romanzo condivide il titolo, l'insistenza sul ruolo del tempo e il proposito di «dare un senso al modo in cui diamo un senso al mondo». Tempo e memoria. Con quelli si entra nel libro, attraverso la lista di flashback che il tempo ha cristallizzato in immagini. La memoria di Tony Webster predilige ricordi d'acqua, nel cui fluire controcorrente passa il racconto della sua sommersa inquietudine. *** «Esiste dunque una sorta di ultima giustizia se il prestigioso premio che è sfuggito a Julian Barnes per romanzi come Il pappagallo di Flaubert e Arthur e George gli è finalmente riconosciuto per questo piccolo gioiello di concisione ed esattezza». «Los Angeles Times»
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SteficekSteficek wrote a review
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Il primo Barnes
Primo approccio con Julian Barnes, dopo averlo schivato colpevolmente per anni.
Ho finalmente iniziato con il suo "Il senso di una fine", vincitore del Booker Prize del 2011.
Aspettative altissime, quindi, e per non farmi mancare niente l'ho voluto affrontare in audiolibro. La verità è che non ho saputo resistere alla tentazione di ascoltare ancora una volta la voce sexy e cavernosa di Fabrizio Bentivoglio.
E' andato tutto bene. Il romanzo è molto intenso e coinvolgente, a tal punto che mi sento di sconsigliarne l'ascolto a favore di una più congeniale lettura del cartaceo, salvo il fatto che Bentivoglio vale sempre la pena di essere ascoltato.
Barnes ha una scrittura densa nella quale a volte ci si può anche impantanare, ma rimane il fatto che si tratta di letteratura "alta". Il taglio introspettivo necessita di molta attenzione e una matita per sottolineare interessantissimi passaggi.
Ho trovato molto originale e calzante anche l'impostazione della trama, suddivisa in due parti: nella prima la voce narrante è un giovane e presuntuoso liceale, Tony, che vive nel presente e ci racconta della sua adolescenza, insieme ai suoi tre grandi amici, tra cui Adrian che ad un certo punto gli soffierà anche la ragazza. I primi amori, le prime evocatissime esperienze sessuali, i loro dialoghi filosofici e le loro speranze;
nella seconda parte invece troviamo Tony dopo quarant'anni, che tira le somme della sua vita, e rivive e rivede il suo passato, la vita che ha vissuto, che a quanto pare è andata avanti per inerzia, e nella quale si è costruito una rete di ricordi a cui ora si aggrappa. Ha inoltre ricevuto una lettera testamentaria nella quale scopre di aver ricevuto in eredità una somma di denaro e i diari dell'amico Adrian, morto suicida in giovane età.
"Procediamo a casaccio, prendiamo la vita come viene, ci costruiamo a poco a poco una riserva di ricordi. Ecco il problema dell’accumulo, e non nel senso inteso da Adrian, bensì nel semplice significato di vita che si aggiunge a vita. E, come ricorda il poeta, c’è differenza tra addizione e crescita. La mia esistenza si era sviluppata, o solo accumulata?"

Non ci si deve aspettare una storia molto interessante, alla fine gli eventi che accadono sono pochi e poco significativi, ma lasciarsi trasportare dal flusso delle parole, dalle riflessioni e dallo spessore dei temi trattati, fra cui su tutti quello del ricordo.

"Con quale frequenza raccontiamo la storia della nostra vita? Aggiustandola, migliorandola, applicandovi tagli strategici? E più si va avanti negli anni, meno corriamo il rischio che qualcuno intorno a noi ci possa contestare quella versione dei fatti, ricordandoci che la nostra vita non è la nostra vita, ma solo la storia che ne abbiamo raccontato. Agli altri, ma soprattutto a noi stessi"

Il finale è condito con un po' di saggia ruffianeria che crea ad arte con quel po' di suspense che ti tiene sulle spine ma che in fondo lascia anche qualche dubbio e pare un tantino affrettato.

"Non è affatto vero che la storia è fatta delle menzogne dei vincitori, come sostenni una volta; adesso lo so. È fatta più dei ricordi dei sopravvissuti, la maggior parte dei quali non appartiene né alla schiera dei vincitori né a quella dei vinti."

3.5/5
thebloodyisland.it/post/non-si-giudica-un-libro-dalla-copertina-85
eddy64eddy64 wrote a review
645
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“Quel che si finisce per ricordare non sempre corrisponde a ciò di cui siamo stati testimoni”

Primo approccio con l’acclamato scrittore inglese ma confesso che non mi ha entusiasmato più di tanto. Nulla da dire sulla scrittura – precisa, lucida, razionale, con toni qualche volta tra il cinico e l’ironico – pur con qualche prevedibile lentezza nello svolgimento della trama, La sensazione è che risulti un romanzo costruito forzatamente, che si presenta come filosofico con meccanismi da giallo.

“Quel che si finisce per ricordare non sempre corrisponde a ciò di cui siamo stati testimoni”: tempo e ricordi ingannano, siamo sicuri che i fatti della nostra vita si siano svolti come li ricordiamo o tendiamo a modificarli, manipolarli quando li raccontiamo a noi stessi e agli altri, fino a rimuovere quelli più imbarazzanti? In fondo il senso di una fine sta nei ricordi e nelle impressioni che lasciamo.

Tony, protagonista e voce narrante, è un sessantenne che ha avuto una vita come tante, media, non mediocre. Un buon impiego senza grossa carriera, una moglie da cui ha divorziato ma è rimasto in ottimi rapporti tanto da essere la sua confidente, una figlia sposata da andare a trovare di tanto in tanto.

Nella prima parte rievoca la sua gioventù cominciando dagli anni del college: un gruppo di tre amici un po' saccenti senza essere particolarmente brillanti, poi si era aggiunto Adrian, una mente dotata, molto intelligente, anche troppo secondo alcuni, destinato a un grande futuro per altri.

Lasciato il college per l’università conosce Veronica, la sua prima ragazza, e un rapporto tribolato e goffo, dove non gli è concesso quanto vorrebbe ed è spesso messo sotto i tacchi, anche la famiglia di lei lo considera poco o nulla. La storia con Veronica finisce quando incrocia Adrian, Tony gli augura tanta felicità (forse), poi Adrian inspiegabilmente si suicida. E fin qui nulla di particolarmente originale.

Dopo quarant’anni il passato riemerge tirato in ballo da un diario di Adrian che dovrebbe ereditare ma è conteso da Veronica. La trama si complica, avvenimenti di allora devono essere reinterpretati, ma la sensazione è di capirci poco o nulla come viene ripetuto più volte allo stesso Tony. Il finale, spiazzante, non getta luce più di tanto su una vicenda che lascia un po' così. I ricordi sono tali, non c’è più tempo e modo di cambiare nulla se non chiedersi dove si è sbagliato. Non comunque a leggere questo libro, a cui assegno tre stelle, ma non di più.

fromlakefromlake wrote a review
01
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AK-47AK-47 wrote a review
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Spoiler Alert
L'illusorietà dei ricordi
Tony Webster, ormai sulla sessantina, riceve un giorno una lettera nella quale la madre di Veronica Ford, sua fidanzata all'epoca del liceo, quarant'anni prima, gli lascia in eredità 500 sterline e il diario di Adrian, vecchio compagno di college dello stesso Tony nei lontani anni Sessanta, brillante e anticonformista, morto suicida a 22 anni. Inizia così, per il Tony ormai anziano, un lungo percorso a ritroso nella propria memoria, in cerca di risposte su se stesso, sulla storia di lui, di Veronica e di Adrian. Veronica, quasi una proto-femminista proveniente da una famiglia agiata, intelligente e anticonformista, si era messa con lui, ragazzo piuttosto riservato e di una classe meno abbiente (nel Regno Unito degli anni Sessanta le differenze di classe contavano ancora), ma aveva poi finito per preferirgli il suo migliore amico, l'enigmatico Adrian, dai modi raffinati e dall'intelligenza acuta e irriverente. Si erano quindi persi di vista, poi Tony aveva appreso del suicidio di Adrian, che pareva dovuto, secondo la lettera d'addio all'inesorabile conclusione logica di un raguionamento filosofico (respingere al mittente un dono, la vita, che lui non aveva richiesto), e in seguito aveva proseguito la sua vita, con un lavoro tranquillo, un matrimonio poi finito e una figlia. A quarant'anni di distanza, complice anche l'ostinato, inspiegabile rifiuto di Veronica di consegnare a Tony il diario di Adrian nonostante le ultime volontà delle di lei madre, Tony si interroga sul passato e, a poco a poco, dopo un paio di incontri non proprio tranquilli con la stessa Veronica (che pare odiarlo per qualche ragione, ma senza mai chiarire il perché) arriva a ricostruire una storia molto diversa da quella che la sua memoria gli presentava.
Il romanzo non mi è piaciuto granché. A parte qualche valida, ben espressa riflessione eulla fallacità dei ricordi, e sul lavorio della mente umana per modificare il passato a proprio vantaggio, trovo che narri una storia tutto sommato banale, ordinaria, in cui c'è l'elemento scandaloso (rivelato solo alla fine) ma di cui, trovo, l'autore ha volutamente enfatizzato la drammaticità; l'impressione generale è che tutti questi personaggi siano, come dire, un po' sopra le righe. Inoltre, ho trovato veramente odioso e insopportabile l'atteggiamento di Veronica da anziana, quel suo astio non spiegato verso Tony, il suo comportamento da isterica durante i loro incontri: sarebbe bastato un bel discorso chiarificatore, del tipo "Guarda che ti sbagli, che non hai capito niente, adesso ti spiego io come sono andate le cose" e invece no, preferisce persistere in un atteggiamento fastidiosamente ermetico, che non trova giustificazioni e che non serve a nulla (se non ad allungare la broda del romanzo). Due stelle e mezzo.
EmilioEmilio wrote a review
1946
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Adrian
**
"Quel che si finisce per ricordare non sempre corrisponde a ciò di cui siamo stati testimoni". "Se da un lato non posso garantire sulla verità dei fatti, dall'altra posso attenermi alla verità delle impressioni che i fatti hanno prodotto. E' il meglio che posso offrire". Fin qui, sagge parole.

L'Io-narrante ripercorre il tempo in cui a scuola il suo gruppetto di amici assorbì un ragazzo appena arrivato, Adrian alto e timido, benché parecchio diverso da loro, anche molto più intelligente e profondo.
La madre, successivamente, ebbe a dire: "Chi è troppo intelligente riesce a convincersi di qualunque cosa. Perde di vista il buon senso". Parole che indubbiamente possono contenere un fondo di verità.
Il tempo intanto trascorre. Ed è proprio su Adrian che il narratore presta la propria attenzione, per giungere ad un finale del tutto inatteso.

Dopo aver letto "Il rumore del tempo", libro che reputo bellissimo, le aspettative su Barnes erano ovviamente alte.
La delusione quindi è giunta più forte. Lo scrittore là aveva una storia da raccontare; qui m'è rimasta la sensazione di un libro 'costruito', ben poco verosimile, alle prese con svolte clamorose e sorprendenti.
Un Io-narrante un po' stereotipato, da romanzo americano 'medio', cioè mediocre e solo a tratti con qualche sprazzo di autenticità: un'adolescenza un po' sciocca come spesso accade, un'età adulta poco meglio. E ce n'è voluto del tempo perché riuscisse a 'capire'. Ma il fatto in questione è così spiazzante!
SUN50SUN50 wrote a review
1140
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Lettura intrigante e coinvolgente.

Il senso di una fine è una storia di amore e passione, la voce narrante e protagonista, Tony Webster, quintessenza dell'uomo medio, è probabilmente la persona più inadatta per raccontarla. La storia è divisa in due capitoli. Nella prima parte, ambientata nella swinging London degli anni '60, Tony è un giovane e presuntuoso liceale, animato da velleità filosofiche che condivide con gli amici (tra cui il brillante Adrian), insieme alla scontata passione per il sesso, aspirazione in parte irrealizzata, fino a quando non conosce e si innamora di Veronica. Il secondo capitolo, invece ci porta ai giorni d'oggi. Tony è ormai anziano, ha un divorzio alle spalle, una figlia e dei nipoti, con cui vive una rapporto di educata incomprensione, e passa le giornate in un consolante tran tran, in attesa della fine dei suoi giorni. Poi qualcosa succede, qualcosa di così inaspettato da sovvertire le certezze di un'intera esistenza. Julian Barnes è abile a creare una crescente suspense, che trasforma la narrazione in un piccolo thriller esistenziale, e riesce a intorbidire le acque, sballottando il lettore (anzi, meglio: prendendolo per il naso) e centellinando i misteri, fino a uno spiazzante finale.  E' il tema del ricordo, soprattutto, a divenire il perno centrale della narrazione, a spingere il lettore a porsi domande, la cui risposta non è poi, o almeno non dovrebbe esserlo, così scontata. In cosa consiste la nostra vita se non in un accumulo di ricordi? Quanto di vero c'è nelle nostre esistenze e quanto invece è ricostruito artatamente sulla base di ricordi nostri e altrui che il tempo cristallizza in una versione non fedele agli eventi? Quanto, e quante volte, manipoliamo i nostri ricordi perché l'esistenza ci appaia diversa da quella che è (stata) realmente oppure per trovare una giustificazione alle nostre scelte passate? Quante volte un ricordo può sovrapporsi a una verità impedendoci di vederla con chiarezza, rendendoci ciechi di fronte alla nostra mediocrità e al dolore altrui? Ecco, il ricordo è la chiave per comprendere, l'unico strumento (ampiamente fallace) che abbiamo per dare il senso a una fine, il senso alle nostre vite.

Del romanzo mi è piaciuto tutto: lo stile con cui è scritto, le riflessioni sul nostro senso del tempo e su come viviamo e raccontiamo questo tempo, l’ironia sempre presente, il tono distaccato della narrazione, la descrizione del processo di diventare adulti, con tutte le domande, le previsioni, le promesse.

E mi è piaciuta la narrazione divisa in due parti, ossia gli occhi del giovane che guarda il presente e gli occhi dell’anziano che rivede gli stessi avvenimenti al passato.

arman dofranciaarman dofrancia wrote a review
02
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