Il settimo papiro
by Wilbur Smith
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Wilbur e l'Egitto - 21 ago 16
Sono rimasto un po’ deluso da questa seconda prova del “ciclo egizio” di Smith. Non per la scrittura, che rimane sullo standard delle letture facili e ben scritte, oltre che discretamente documentate. Quello che manca è il sapore dell’Antico Egitto, invece presente nel primo libro. Libro che ha un potente raccordo con questo, ma che poteva essere scritto dalla fucina “Cussler” per l’impianto generale. Un mistero che viene dal passato (e descritto ne “Il Dio del Fiume”), ed un’azione tutta al presente. C’è infatti la bella dottoressa Royan, anglo-egiziana, che insegue i misteri descritti nei suoi papiri dallo schiavo Taita. In particolare, come già sappiamo, la costruzione ed il nascondiglio della tomba del faraone Mamose. Peccato che i papiri siano appetiti da qualche sconsiderato che li ruba, ed uccide il marito della bella. Royan chiede allora aiuto all’unica persona cui si fidava il marito, sir Nicholas Quenton-Harper, quarantenne, aristocratico, un po’ truffaldino, da poco anche lui vedovo. I due partono allora per le misteriose terre bagnate dal magico Nilo che si stendono tra l’Egitto e l’Etiopia. Qui si intrecciano vicende legate al presente turbolento di quei posti (siamo negli anni ’90, ci sono le lotte intestine tra etiopi ed eritrei, ed altre vicende di guerriglia) alle vicende legate alla decifrazione dei papiri, alla ricerca della famosa tomba, che Taita aveva nascosto sia per evitare saccheggi, che per far dispetto agli Hyksos invasori. Sulla scena quindi, oltre ai nostri due eroi, che finiranno per innamorarsi, anche se il loro rapporto non sarà proprio facile né all’inizio né durante lo svolgimento (e forse neanche dopo la fine del libro), si affacciano altri personaggi. Il guerrigliero ribelle Mek Nimmur, vecchio amico di sir Nicholas, sua guardia militare, e ben presto anche lui preso dalle spire amorose della nobildonna etiope Woizero Tessay. L'avido collezionista Gotthold von Schiller che cerca nei reperti antichi un anelito di immortalità. Via quindi con i colpi di scena. Nicholas e Royan penetrano clandestinamente nella zona dove dovrebbe trovarsi la tomba. Capiscono che potrebbe essere stata scavata sotto le acque del Nilo, costruiscono una diga provvisoria, scoprono tracce, e cominciano ad affrontare pericoli mortali. Precedentemente, avevano già scoperto delle tracce in uno sperduto monastero copto, dove da secoli era presente il culto di una tomba di pietra. Che si rivela essere, benché spogliata, quella di Mamose. Ma allora dove sta la tomba descritta nei papiri, che di ben altra levatura pare sia costruita e riempita di tesori? I nostri si aggirano intorno al Nilo un po’ alla Howard Carter con la tomba di Tutankhamon. Aiutati dai copti e dagli etiopi buoni, devono combattere i cattivi, locali o stranieri. C’è anche un simpatico aviatore che scorrazza a pelo di deserto per i cieli africani. Insomma, Smith non ci fa mancare nulla. Purtroppo sir Nicholas non è Dirk Pitt, ed il resto della storia scivola via, con colpi di scena forse ben congeniati nella mente dell’autore, ma di scarso effetto sulla carta. Dovremmo capire chi sia il cattivo. Dovremmo capire se sir Nicholas fa il doppio gioco. E se lo fa anche Royan. I punti maggiormente intriganti sono le successive rivelazioni delle idee di Taita su come nascondere l’ultima dimora delle persone a lui care. Una caccia al tesoro costellata da una serie di false piste degne di un giallo di altra levatura, che Royan fortunatamente decifra, spesso all’ultimo istante. Poi tutto finisce. La tomba rivela i suoi misteri, alcuni reperti vengono salvati ed avranno la loro giusta collocazione. Non vi dirò molto altro. Il futuro di Nicholas e Royan, se c’è, o quello di Mek e Tessay. Alla fine, le pagine risultano davvero troppe per un libro inferiore alle attese. Spero che Smith, proseguendo nella saga egiziana, decida di ritornare agli ambienti di un tempo. A quella XIV o XV dinastia. Al futuro del giovane faraone Tutmosis I e la sua bella sposa etiope (e prima o poi ci si riuscirà ad andare, spero). Rimane quindi in sospeso il mio giudizio sulla scrittura di questo “maestro dell’avventura”. Per ora vince Cussler, alla grande.