Il treno per Istanbul
by Graham Greene
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Una ballerina, un medico, un uomo d'affari, una giornalista, un ladro; da uno scompartimento all'altro si intravedono i segreti che ciascuno di loro nasconde in un giallo ad altissima tensione. Ognuno è salito sul treno per un motivo diverso, la giovane Coral è diretta a Costantinopoli per un nuovo lavoro, ma ha un malore e il medico le prescrive assoluto riposo, solo che la donna non ha neanche una cuccetta, così è il ricco Carleton Myatt a cederle il suo posto. Correndo attraverso l'Europa il treno giunge a Colonia, dove salgono due nuovi viaggiatori, poi il convoglio si ferma in Jugoslavia, una sosta per qualcuno dalle conseguenze fatali. "Il treno per Istanbul" appartiene a quelli che Greene chiamava «divertimenti». Pubblicato nel 1932, fu il primo vero successo per lo scrittore britannico, quello che gli dette fama e notorietà; ma il romanzo è molto di più di un giallo raffinatissimo: è una fotografia dell'Europa tra le due guerre con le sue contraddizioni e drammi e dove aleggia il presentimento di quello che sarebbe accaduto di lì a poco. È anche un romanzo moderno per i tanti temi trattati, la razza, la povertà, la frustrazione sessuale, il fallimento politico. A dominare su tutto l'Orient Express (così doveva intitolarsi il romanzo), un treno che è diventato mito grazie a scrittori come Agatha Christie e Ian Fleming e che ha avuto nel cinema la sua consacrazione definitiva.

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Mr.Gray-BearMr.Gray-Bear wrote a review
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Daniela4932Daniela4932 wrote a review
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Luca VitiLuca Viti wrote a review
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Indigesto
Voi ce li avete presente i vecchi ricettari?
Quei piatti di carne arrostita e verdure bollite, quelle salse a guarnizione, abbondanti, e uova sode e alici, e piramidi d'olive e peperoni, e gelatine e zuppe...
Quei colori bruni e saturati - quel cibo che pareva aver subito giorni e giorni di cotture in cucine vaporose e oleose, per arrivare a trasudare il gusto corposo e altolocato della buona borghesia occidentale.
Pranzi da amici.
Grembiuli.
Una fonda ciotolona di ripieno, aglio, prezzemolo, uovo, macinato, che preso a manciate dalle grosse mani della cuoca, con affanno, viene spinto fin nel petto del tacchino.
Le donne in cucina.
Gli uomini, a tavola, ad appestare la sala da pranzo col fumo di grossi sigari madidi di saliva e pessima politica revanscista.
Gli stuzzicadenti usati e poi lasciati, spezzati nel centro, sulla tavola, vicino al bicchiere nel quale una nerastra lacrima di ardente vino rosso andava coagulandosi sul fondo.

Il caffè con lo zuccaro.
Il fernet nei piccoli calici da amaro satinati e sagomati come piccoli fiori.

I centrini sotto il bigrigio.

L'asfissiante sensazione d'essere uomini d'una certa levatura, con una posizione stimabile nel proprio quartiere - nella propria cittadina di campagna.

Probabilmente nella libreria, un intero reparto, sarà dedicato a Graham Green.

Questo libro mi è stato indigesto come una grossa pirofila piena di patate imburrate, arrivate a contorno d'un polpettone che già aveva messo a dura prova il mio appetito.
Un libro buttato via...
Una bellissima idea e dei discreti personaggi, asfissiati dall'opulenza dello scrittore, il quale, non solo chiuso in un cattolicesimo strisciante tanto ingenuo all'apparenza quanto malizioso in segreto, li giudica senza giudicare e li maledice senza maledire; ma, in fin dei conti, ce li presenta come niente più che stereotipi impalpabili.
Il ricco ebreo è un avido ricco ebreo, la giovane ballerina è disillusa, la vecchia lesbica è una vecchia lesbica, la femme fatale è fatale, e lo scrittore è un idiota (non Green, ma uno dei personaggi dell'intreccio).

La storia del dottor Czinner avrebbe un che di senso - se Graham Green non fosse britannico, non fossero gli anni '30 e se il pericolo rosso non fosse la paura intima di ogni buon borghese.

Chiudo telegrafico.

E gli inglesi ancora rompono l'anima per il successo (a detta loro) immeritato di quella santissima donna di Agatha Christie?
Almeno lei dall'Orient Express ci ha cavato un intrigo Sì conservatore, ma non così pieno di posticcia misericordia...
SamueleSamuele wrote a review
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Graham Greene scrive "Il treno per Istanbul" nel 1932. Sono quegli anni che, in uno sguardo a posteriori, sono considerati una specie di inter-regno fra le due Guerre Mondiali. Spesso, si guarda a quegli anni, specialmente gli anni '30, cercando disperatamente i presagi dell'orrore che sarebbe venuto. Come uno stagno in cui il sasso della Seconda Guerra Mondiale debba necessariamente aver generato dei cerchi che possono essere rintracciati nel passato. Questa smania di ricerca della profezia è comprensibile. Da una parte ci trasmette l'idea che il futuro, in fondo, era inevitabile, la profezia questo fa: prevede ciò che è deterministicamente impossibile evitare. Dall'altra, ci serve anche come forma di rassicurazione sul nostro presente: se non vediamo i segnali dell'orrore che sta per accadere, se nessuno fa profezie su quell''orrore, allora possiamo vivere relativamente tranquilli: non ci sono tragedie all'orizzonte. Tutto questo per dire che "Il treno per Istanbul" con la sua storia di umanità e di disperazione si presta perfettamente a una simile lettura profetica. E' innegabile che su tutto il romanzo di Greene aleggi un senso di tragedia imminente, di fatalismo e disperazione. Ancor di più se si pensa che uno dei personaggi principali è Myatt, ricco ebreo che viene spesso discriminato e che arriva perfino a scorgere negli occhi di una guardia serba gli occhi di chi potrebbe compiere un pogrom.
Eppure, il valore del romanzo di Greene non è tanto nel suo essere profetico (non lo è, nessun libro lo è veramente), quanto nel riuscire a cogliere l'atmosfera di ansia e paranoia dell'Europa degli anni '30. Sull'Orient Express che va da Ostenda (Belgio) a Istanbul troviamo un gruppo di persone disparate e disperate. Abbiamo la ballerina, il ricco ebreo, il finto dottore che sta tornando alla sua rivolta, la giornalista e la sua dama di compagnia, uno scrittore piuttosto noioso e così via. Greene nello spazio ristretto del treno, claustrofobico e opprimente proprio come il cielo che descrive, spesso innevato o grigio, fa emergere i conflitti di classe fra i diversi passeggeri, mostrando una società dilaniata. Ma, soprattutto, mette in scena il fallimento di questi personaggi. Su tutti spicca la grandezza del fallimento del dottore, con i suoi ideali e la sua rivolta, il suo muoversi non soltanto in ritardo, ma nella completa inutilità. I movimenti dei personaggi di Greene sono simili a quelli del treno stesso: tanto inevitabili, quanto privi di ogni reale controllo. E' come se ognuno di loro fosse messo su un proprio binario, e, con profonda malinconia e rimpianto, accettassero fatalmente il proprio destino.
"Una luce morbida inondava gli scompartimenti. Per un momento sarebbe stato possibile credere che il sole fosse l'espressione di qualcosa che amava gli uomini e per loro soffriva". L'umanità che descrive Greene è un'umanità tragica. Non è quasi mai grottesca - tranne, non a caso, la coppia di borghesi. E' un'umanità brutta, profondamente in ritardo e infelice. Ognuno di loro è solo nonostante lo spazio ristretto del treno. La grande capacità di Greene è quella di costruire un racconto corale in pochissime pagine, dando a ogni personaggio una personalità, un ruolo, profondamente definito e personale, ma al contempo comune a quello di tutti gli altri. Non c'è salvezza, non c'è cambiamento, non c'è speranza, in questo cupissimo romanzo di Graham Greene. Eppure, trasuda umanità. Tutto, secondo me, può essere racchiuso in questa meravigliosa immagine: "Si sentiva le labbra inaridite da una vera e propria sete di rettitudine, che era come un bicchiere d'acqua gelata sul tavolino nella stanza di qualcun'altro".