Il viaggiatore
by Stig Dagerman
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UbikUbik wrote a review
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“La gente è fatta così da queste parti…”
Difficile separare il lirismo, la purezza dello stile, il nitore quasi glaciale, la capacità suggestiva, in definitiva il piacere intrinseco alla lettura di questi racconti, dalla disperazione esistenziale che promana dalle pagine di Dagerman, il senso della perdita, l’ingiustizia della vita, il paesaggio stesso della Svezia descritto negli anni immediatamente successivi alla 2a Guerra Mondiale, ancora intrisi di miseria, desolazione, assenza di speranza.

Quindi è molta la tristezza che investe il lettore, ma d’altra parte cosa sarebbero questi racconti senza il tono grigio, austero, un po’ bergmaniano che avvolge e rimpicciolisce i personaggi, molto spesso bambini o adolescenti come il protagonista del racconto per me più efficace della raccolta, Il freddo della notte di San Giovanni, la storia, anzi l’istantanea di un ragazzo di periferia e di famiglia poverissima che, a seguito di una bocciatura, dovrà abbandonare la scuola e gli amati testi, per contribuire al bilancio familiare ed impiegarsi come portalettere. Così Dagerman introduce il racconto, tracciando già in premessa le coordinate del soffocante universo circostante: …la stanza è afosa e piccola e ha una finestra stretta che da sulla vita. Attraverso la finestra il ragazzo vede il cielo come una sottile insenatura chiusa fra le alte case e le sue palpebre… la finestra dà su cinque cortili lastricati di pietra e asfalto, in uno dei cortili c’è un pioppo. In quattro ci sono sempre dei panni stesi ad asciugare, flosci e ingialliti come foglie morte.

”Il Viaggiatore” è una raccolta piuttosto disomogenea, come dimensione dei racconti, ambientazione, scelta dei soggetti, anche se costantemente domina il senso di solitudine, impotenza e delusione, come davanti a un regalo disprezzato, alla perdita dell’innocenza, alla presa di coscienza della propria ineluttabile povertà; in qualche caso l’atmosfera sfocia nella tragedia di un incidente annunciato con un ritmo che, per una tragica concatenazione di eventi, scandisce come in un conto alla rovescia il momento della cancellazione della vita di un bambino.

Racconti autonomi, privi di evidente connessione fra loro e destinati a proseguire nell’immaginazione del lettore oltre l’improvvisa conclusione di ognuno di essi; restano accomunati soltanto dalla sensazione di malinconia e incomunicabilità dei sentimenti, fino all’ultimo frammento di non più di mezza pagina, che dà il titolo alla raccolta e che più di un racconto sembra un epitaffio.
Giogio53Giogio53 wrote a review
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Boreali 1 - 28 giu 20
Il viaggiatore è una raccolta di racconti, saggi e poesie, pubblicati tra il 1947 e il 1955 a Stoccolma, conosciuta in lingua originale come “Dikter, noveller, prosafragment”, cioè “Poesie, racconti, frammenti di prosa”, raccolti in volume solo nel trentennale della morte di Stig. Da cui si capisce che alcuni “frammenti” erano di già postumi all’epoca della collazione. Stig è stata una meteora ma anche figura di spicco nel panorama svedese. Nasce nel ’23, vicino ad Uppsala, abbandonato subito dalla madre, lasciato dal padre ai nonni, che i soldi sono pochi. Il padre lo avvicina all’anarco-sindacalismo. I nonni gli fanno vivere un’infanzia serena. Poi, nel ’40 il nonno viene ucciso da uno squilibrato, la nonna ha un infarto e muore. Stig si trasferisce a Stoccolma, sposa una profuga tedesca e dal ’45 al ’49 ha la sua “stagione d’oro”. È un periodo particolare per la Svezia, dove in parallelo sullo schermo comincia a brillare un altro giovane, di qualche anno più anziano di Stig. Sono gli anni dei primi film di Ingmar Bergman (tra l’altro anche lui di Uppsala). Ma Ingmar ha più forza, più sostegno dalle sue donne. Stig lascia la prima moglie, sposa l’attrice Anita Bjork, ma non riesce ad uscire dalla depressione. Non riesce a scrivere, e se scrive, non riesce a farsi pubblicare. Immaginando non poter più raggiungere i fast precedenti, a 31 anni, si chiude in garage, e si suicida con il monossido di carbonio. Inciso: la moglie Anita farà molta televisione e teatro negli anni ’80 sotto la regia di Ingmar Bergman, dopo aver avuto una lunga relazione con lo scrittore Graham Greene. Venendo comunque al testo, è una raccolta-omaggio, molto disomogenea. Essendo una collazione non può avere intenti comuni, anche se c’è un filo che lega tutto l’insieme. Inquietudine, angoscia profonda, che spesso, seppur con proporzioni sempre diverse, si coagula in una tragedia. C’è la tragedia dell’automobilista che investe per sbaglio un bambino (in “Uccidere un bambino”), quella di uno studente costretto ad affrontare il mutismo di un professore che ha perso la stima per lui (in “La scacchiera da viaggio”); dalla disperazione della presa di coscienza del significato della miseria da parte di bambini poverissimi (in “L’auto di Stoccolma”), a quella di un adulterio sognato, ma non portato a termine per pavidità e ingenuità (nel racconto dal significativo titolo “Una tragedia minore”). Uno degli elementi-cifra di Stig è che molti personaggi sono giovani se non bambini. Che vanno incontro alla disperazione di conoscere l’inganno della vita, nella costante ricerca di qualcosa che è impossibile trovare. Non hanno paura della morte, perché, come volle fosse inciso sulla sua tomba, questa è la sensazione che pervade tutta l’opera e la vita di Dagerman: “Morire è viaggiare / sempre così brevemente / dal ramo di un albero / alla solida terra”. Anche se, in questa raccolta, il verso che racchiude il viaggio di Stig, è il coccodrillo postumo, che si auto-scrisse anni prima del suicidio: “Qui riposa / uno scrittore svedese / caduto per niente / sua colpa fu l’innocenza / dimenticatelo spesso”. Questi i due pallini che rimbalzano: l’innocenza e la tragedia. Innocenza come colpa, dovuta al solo fatto di essere al mondo, che parta a tutte le tragedie della vita, senza possibilità di scampo. Emblematico in questo senso è l’incipit di Una tragedia minore (che tenta anche un lontano parallelo con Tolstoj): “le grandi tragedie sono già tutte accadute da molto tempo. Possiamo leggerle nei libri o vederle a teatro. Ai nostri giorni accadono soltanto tragedie minori”. Una cupa foschia di tregenda, che non lascia spazio alla speranza. Una foschia che ricolma ogni pagina di questo florilegio. Non dà tregua. Non lascia il barcaiolo che accompagna il Lord sul lago, dove la piccola malsicura imbarcazione che annaspa nella nebbia è una magnifica preda della solitudine (in “Ho remato per un lord”). Non abbandona mai Régine, l’ebra polacca riparata in Francia, dove, in un freddo inverno parigino abbraccia con lo sguardo l’umanità deserta, in fuga dalla cortina di ferro, ma nessuno al di là di una momentanea consolazione trovata nella sua ospitalità è in grado di ricostruirsi come essere umano (in “L'inverno a Belleville”). Frammenti di sensazioni, che il contesto solleva molto sopra il testo stesso. Dagerman ha intuizioni molto in anticipo con i suoi tempi. Conditi da quella disperazione che lo porta in quel garage, il 4 novembre 1954. Lettura molto intrigante, seppur disomogenea, e minore nelle parti non prosastiche.
Rimanu66Rimanu66 wrote a review
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Rimanu66Rimanu66 wrote a review
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MichelleMichelle wrote a review
310
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Io non so bene cosa differenzi la narrativa dalla letteratura, probabilmente non me ne frega nulla ma senza alcun dubbio questa breve raccolta di racconti fa parte della seconda categoria. Capita quando il flusso di parole riesce ad avere la purezza e trasparenza dell'acqua, ti scivola dentro con facilità ed una volta entrato nella testa si sedimenta, come un granello di sabbia capace di diventare una perla.

Per i figli dei contadini poveri non c'è che un gioco ed è quello che ci permette di sopportare tutto senza piangere. Giochiamo a fare i grandi e così possiamo dimenticare che siamo costretti ad esserlo davvero. Camminiamo come loro, mangiamo come loro e bestemmiamo come loro. Non sarà bello ma è indispensabile. Tutto ciò che è indispensabile dobbiamo impararlo. Ma perché ciò che è indispensabile non sia troppo brutto e sgradevole, dobbiamo far finta che sia bello.

- Nonna, chiese il bambino, dove sta il silenzio?
Sul tavolino davanti a loro c'era una conchiglia bianca: Lui l'aveva già ascoltata un'infinità di volte. Ma ancora la nonna la prese e la premette contro il suo orecchio. Era dura e fredda e gli venne voglia di scappar via.
- Cosa senti?, chiese la nonna.
- Il mare, rispose il bambino.
La cosa curiosa era che mentiva. In realtà non sentiva niente.
Non sentiva neppure il più piccolo brusìo e aveva capito che la conchiglia era morta. L'aveva uccisa lui. Pieno di rimorsi e di protervia rimise la conchiglia sul tavolo.
- No, disse la nonna, il silenzio non esiste. Tutto si sente. Quel che noi chiamiamo silenzio non è silenzio, è solo la nostra sordità. Ma per fortuna c'è qualcuno che sente. C'è anche qualcuno che può starsene in pianura e - capisci quel che dico?
La nonna veniva da una regione dove c'erano molte pianure.
- Si, rispose il bambino. Pianura è come campo.
- C'è anche qualcuno, continuò la nonna, che può starsene in pianura e sentir cantare le montagne. Sente come vive la gente nelle valli. Ma ti dirò di più: sente come la gente lotta e soffre nelle città. Sente fino al mare: le navi che navigano nella notte e il tintinnare delle boe. E ancora più in là: dall'altra parte del mare sente gli uomini gridare quando arriva la guerra. Capisci quel che dico?