Il virus che rende folli
by Bernard-Henri Levy
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La pandemia che ha travolto le nostre vite dalla fine di febbraio non ha messo a repentaglio solo la nostra salute, né solo la nostra economia. A differenza delle altre epidemie della storia, ha travolto anche la nostra testa, portandoci a una specie di follia collettiva in cui si sono perse priorità, chiarezza di sguardo, obiettivi e capacità di giudizio. La “prima paura mondiale” (come è stato per la prima guerra mondiale) ha stravolto tutto, ed è ora di fare un bilancio. Bernard-Henri Lévy – filosofo e giornalista da sempre attento ai temi etici della contemporaneità – individua in cinque punti i rischi maggiori sul piano sociale e morale del Covid-19: la sanitarizzazione della società; l’idea di una “lezione del virus”, una sorta di lettura provvidenziale e punitiva della pandemia; l’apprezzamento del ritiro nelle proprie case, un confinamento prima noioso, poi sempre più dorato, protettivo; il riposizionamento dei valori della vita (per cui portare a spasso i cani è diventato essenziale, uscire a prendere un libro no) e infine la messa in secondo piano, anzi la neutralizzazione, di tutti gli altri problemi del mondo, come se non esistesse altro che la pandemia. È ora di recuperare, dopo questa esperienza disastrosa, un’idea di mondo e di vita più complessa. È ora di tornare a vivere. Senza dimenticare quello che abbiamo passato, ma andando oltre. Guardando più in là.

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SuniSuni wrote a review
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È passato un anno dall’inizio della pandemia, sono esausta e sconfortata, e mi sono avvicinata a questa lettura non tanto per trovare risposte o soluzioni quanto per guardare le cose da un’altra prospettiva, quella di un un filosofo e intellettuale che se non ho capito male sta sulle balle a tutti ma ha una testa, grande dieci volte la mia, e una cultura tali che mi interessava sapere come la pensasse.
BHL in questo breve ma intenso saggio ha una posizione netta e per certi versi parecchio controcorrente, su cui, lo dico subito, non sono stata sempre d’accordo, ma al netto di tutto il vero “problema” a mio avviso è che ha scritto questo testo nella tarda primavera dell’anno scorso, e i mesi da allora trascorsi lo hanno in gran parte smentito.
In particolare il suo (forse all’epoca legittimo) timore che le persone, dopo essersi docilmente assoggettate alle restrizioni del lockdown, finissero per rimanere per sempre in quello stato di sudditanza antirepubblicana, e di esserne pure contente, con l’arrivo dell’estate si è visto quanto fosse infondato. Appena è parso che in fin dei conti il peggio fosse passato la stragrande maggioranza della gente è uscita, chi stando comunque attento, chi sbattendosene totalmente e facendo le ferie al mare, sulle spiagge affollate, magari anche all’estero. Idem adesso, in piena seconda/terza ondata, in assenza di controlli rigidi o di divieti non aggirabili le persone escono e si incontrano, certo, meno di prima, certo, con la mascherina, certo, senza violare il coprifuoco, ma insomma la voglia di tornare alla normalità mi sembra forte.
Ma anche ripensando al lockdown della scorsa primavera, non condivido quando BHL se la prende con chi ha fatto buon viso a quella situazione assurda e inaspettata, chi ha cercato conforto negli hobby, nelle lezioni di yoga online, nel fare la pizza, nelle serie tv, chi cantava al balcone sentendosi parte di una comunità spaventata ma unita: che male c’era? Se qualcosa ti aiuta a non perdere la testa – ed è la testa, lo so con assoluta sicurezza, la parte del corpo più a rischio dopo i polmoni in questa lunga maratona che è diventata la vita finché non finisce la pandemia – perché non la devi fare? L’alternativa quale sarebbe? Fare i matti? Buttarsi di sotto?
Ciò detto, l’autore ha senz’altro ragione quando dice che il mondo non si è fermato, che ci sono stati altri avvenimenti importantissimi, spesso tragici, ma a cui non ha badato nessuno perché l’attenzione era monopolizzata dalle notizie sul COVID. Però anche questo squilibrio da qualche mese a questa parte mi pare molto diminuito.
Un altro punto su cui sono d’accordissimo è la confutazione dell’idea che la pandemia sia un castigo di Dio, o della Natura, e/o che il virus sia dotato di uno scopo, di una volontà.
No. È capitato. Probabilmente sarebbe potuto capitare anche prima ma ci è andata di culo. Ma passerà, anche se non si sa ancora quando. Semmai il mio terrore è che possa tranquillamente ricapitare, quindi ben venga fare tesoro di quello che abbiamo imparato e cercare di farci trovare più preparati in futuro, e in questo senso anche promuovere politiche più attente alla questione ecologica e ambientale, che per qualche motivo BHL invece ritiene importante ma non correlata alla zoonosi che ha dato origine a questo disastro.
Questo non significa retrocedere da un mondo globalizzato a un ammasso di paesi ricchi chiusi e ultranazionalistici che guardano come faro alla Cina e non più agli USA e di paesi poveri ed emarginati che saranno sempre più poveri ed emarginati, e in cui le persone continueranno a morire di tante altre malattie che non sono il COVID-19.
VentieventitreVentieventitre wrote a review
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Quando l'epidemia rischia di diventare ideologia
Partendo da un punto di vista molto rispettoso degli aspetti strettamente medici dell'attuale emergenza e di tutte le vittime, questo pamphlet si sofferma sugli aspetti sociali dell'epidemia, criticando con vis polemica acuta e argomentata alcuni atteggiamenti collettivi che denotano una perdita di lucidità ed equilibrio. Nessun negazionismo, dunque, nè cospirazionismo, bensì una critica serrata ad argomentazioni pseudo-ideologiche che accompagnano e intossicano la percezione complessiva di quello che sta accadendo, accentuando il senso di angoscia e disorientamento provocati dall'emergenza sanitaria in sé e per sé. Significative, ad esempio, le pagine in cui l'autore si scaglia contro tutti coloro che danno una lettura 'punitiva' e 'penitenziale' del virus, come se esso fosse un soggetto pensante, portatore di un qualche messaggio all'umanità, per punirla dei suoi eccessi e dei suoi errori, compreso quello di aver fatto cattivo uso delle risorse del pianeta. Non sfuggono agli strali polemici di Henry-Lévy sovranisti, ecologisti, conservatori, esponenti della sinistra e opinionisti di ogni orientamento, tutte le volte che fuoriescono da un'analisi circoscritta e ragionevole del fenomeno, per lanciare formule che mettono in discussione, d'un tratto, acquisizioni fondanti della nostra civiltà. Ad esempio, per l'autore l'autoconfinamento è e deve restare una misura strettamente legata alle esigenze sanitarie, e non può in nessun modo essere eletto a modello per una qualche pericolosissima trasformazione antropologica (che pure sembra di intravedere all'orizzonte), né spacciato - come hanno preso a fare in tanti - come un 'lato positivo' della vicenda, una segregazione foriera di trasformazioni promettenti per il futuro. A mio modo di vedere, non sempre le argomentazioni dell'autore sono totalmente centrate e convincenti nella loro articolazione logica. Talvolta mi pare di intravedere delle contraddizioni tra gli argomenti che elenca a supporto delle sue critiche. Tuttavia, ho condiviso molte delle sue critiche (e preoccupazioni) su certi toni millenaristici che nulla hanno a che fare con un corretto atteggiamento rispetto al fenomeno, fondato su scienza, lucidità e conoscenza. Da leggere per farsi un'idea non-mainstream sul problema.