In fondo al tuo cuore
by Maurizio de Giovanni
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Immersa nel caldo torrido di luglio e nei preparativi per una delle feste più amate, la città è sospesa tra cielo e inferno. Quando un notissimo chirurgo cade dalla finestra del suo ufficio, per Ricciardi e Maione inizia una indagine che li porterà nel cuore dei sentimenti e delle passioni più tenaci e sconvolgenti. Infedeltà e tradimento sembrano connessi in modo inestricabile alla gioia rara dell'amore. Troppo per non rimanerne toccati. Il dubbio e l'incertezza si fanno strada sempre più nell'animo dei due investigatori, messi di fronte ai lati oscuri dell'anima. Sono le donne della loro vita a reclamare attenzione. La difficoltà di Ricciardi di abbandonarsi all'amore spinge verso inconsueti approdi l'intrepida Enrica e fa osare passi azzardati alla bellissima Livia, mentre per Maione la stessa felicità familiare sembra compromessa.

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DaphneDaphne wrote a review
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TerryTerry wrote a review
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MariaMaria wrote a review
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Chi ha già letto i precedenti episodi della saga del commissario Ricciardi, ha avuto modo di apprezzare la penna delicata di De Giovanni, la sua tecnica narrativa, il suo modo di "servirsi" del giallo per portarci nel cuore sociale e umano della sua Napoli degli anni trenta, tra vie principali con scintillanti vetrine e palazzi signorili, tra feste vissute nell'allegra continuità della tradizione.
Ma appena svoltato l'angolo ci fa "perdere" nel reticolo di vicoli, slarghi e bassi brulicanti di vite che si prendono la ribalta con le loro contraddizioni le loro miserie materiali e non solo.
Ancora una volta De Giovanni "abbandona" il filo della storia e, percorrendo le strade tortuose dell'amore, della fame, anche quella subdola del potere, dell'ambizione, della tenerezza, lascia che i protagonisti aprano fino in fondo il loro cuore, dove nascono, si alimentano, si custodiscono dubbi e incertezze, desideri tenaci e ambizioni, invidie e vendette.
Una palude di sentimenti in cui si trova ad indagare il commissario Ricciardi.
Circola aria "pesante" in questo episodio!
Una frenetica vivacità percorre la città che si prepara a festeggiare la Madonna del Carmine; un caldo infernale, quello vero, rovente di certi giorni di luglio soffoca togliendo il respiro.
Ma è ben poca cosa rospetto all'"inferno" palpabile che ogni personaggio vive nell'intimo del suo cuore!
L'inferno di Nicola; l'inferno di un cuore infiammato dal fuoco di un amore che brucia ma non consuma, custodito con devota attesa e rassegnazione.

Perché l'amore [...] è un seme. Una malattia che nasce da un seme minuscolo e si annida in un punto preciso. In fondo al cuore.

L'inferno di Peppe per la sua Rosinella il cui pensiero sarà custodito in fondo al suo cuore.
L'inferno di Maione, al quale il tarlo del dubbio e i morsi della gelosia tolgono serenità ed ironia.
L'inferno di Maria Carmela che non può sfuggire ai suoi fantasmi.
L'inferno di Livia che affida alle note di speranza e sofferenza di una struggente canzone, la sua passione per Ricciardi, per l'uomo che ha ben altro a cui pensare.
Il nostro commissario è straziato per la sorte della sua tata Rosa; una Rosa sospesa tra cielo e terra che comunica con chi ha lasciato il mondo dei vivi e adesso, standole accanto tesse il filo dei ricordi fino all'ultima gugliata.
Ricciardi sta affrontando una grande, fondamentale prova. Sarà in grado di comprendere e superarla senza chiudersi alla vita, come gli suggerisce chi gli vuole bene?

Nessuno può vivere da solo. E' quello l' inferno, l'unico che esista sulla terra: la solitudine.

E le paturnie di Ricciardi continuano...
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Cri1967Cri1967 wrote a review
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Avesse avuto il cappello, sarebbe stato uguale a tanti giovani impiegati o uomini d’affari in giro per le vie del centro, costretti dal lavoro a uscire anche col caldo terribile di quei giorni. Ma Luigi Alfredo Ricciardi non era un impiegato, e nemmeno un avvocato, pur avendo studiato Giurisprudenza. Era un commissario di pubblica sicurezza.
A mezzanotte andò ad ascoltare il Fatto.
Era una cosa che non faceva più da anni. Una volta, al tempo in cui aveva deciso di diventare poliziotto, lo riteneva importante. Il Fatto, nell’ora in cui era accaduto, era più forte e diretto. Raccontava con chiarezza il sentimento del morto, quasi fosse amplificato.
Poi si era accorto che troppo spesso il pensiero che gli arrivava sul dorso dell’anima come una frustata era un vano dolore; che lo sviava e lo distraeva più di quanto gli fosse utile a dipanare la matassa.
Era stato il Fatto a spingerlo verso la sua professione. Percepire la sofferenza di un modo violento di lasciare la vita, avere la cognizione dell’assurdità della morte non naturale era stato un elemento cogente, aveva reso irrinunciabile l’idea di poter rimettere, se non altro a posteriori, le cose in ordine. Inoltre Ricciardi non aveva il carattere e lo spirito per ciondolare tra caffè e teatri sperperando il patrimonio di famiglia con una laurea attaccata al muro.

C’è chi me la legge in faccia, la mia condanna, pensò Ricciardi.

In quel periodo la sua sofferenza era più profonda del solito. Non gli era rimasto nemmeno il sollievo di guardare Enrica dalla finestra. Era scomparsa, e le uniche fugaci immagini che apparivano dietro i vetri dell’appartamento erano di suoi famigliari. Non la biasimava, anzi, razionalmente era contento per lei. Cosa poteva offrirle uno come lui? Magari aveva conosciuto qualcuno, o aveva deciso di non concedersi più alla vista di un uomo che non aveva il coraggio di prendere iniziative. Se avesse potuto dare il proprio cuore a qualcuna, se non avesse avuto addosso la maledizione della follia, avrebbe scelto la dolce Enrica, che ai suoi occhi era di una bellezza incomparabile.
Enrica era timida e riservata, un fiore delicato, una farfalla.
Enrica era una ragazza decisa. Lo era sempre stata, fin da bambina. Gentile, silenziosa; non alzava la voce, non protestava, non si agitava e non si addentrava in lunghe e sterili polemiche, ma non mostrava mai indecisione.
Ricciardi avrebbe voluto farle sapere che Rosa, la sua tata da sempre, se ne stava andando.
Provò una fitta al cuore. Non sapeva come avrebbe fatto senza la sua tata; gli mancavano la sua invadenza, la risata e l’amore incondizionato che non avrebbe mai più sentito sulla pelle, e che aveva dato per scontati per troppo tempo. Come se fosse possibile prepararsi alla perdita di una persona cara, aveva pensato lui. Come se fosse possibile scrollarsi di dosso, per pura forza di volontà, la cappa scura della solitudine incombente.
lei mi ama tanto, nonostante me. Io sono … io ho tanti silenzi. Ero così anche da piccolo, non avevo amici, giocavo da solo. E lei mi seguiva sempre; io sapevo che c’era, non avevo bisogno nemmeno di controllare. E anche dopo, quando sono diventato grande e ho continuato a … ho continuato a starmene da solo, una parte di me sapeva che poteva voltarsi in ogni momento e trovarla lí, la mia Rosa, una statua calda, ferma a seguire con gli occhi quello che facevo. La conosci, lo sai com’è. Testarda, lagnosa, petulante. Ma è tutto quello che ho. Lei è la mia famiglia, la mia casa, tutto.

Rosa che era diventata amica di Enrica, che tanto gli aveva parlato della schiva ma dolcissima ragazza che abitava di là dalla strada, stava male, malissimo.
E che lui aveva il cuore straziato, e che una parte importante di quello strazio era dovuto alla sua assenza.
L’assenza della ragazza svuotava la sua vita di molto più di quanto si sarebbe aspettato.
Enrica non c’era. Enrica se n’era andata.
Le assenze, sua madre, Rosa, Enrica, avevano popolato il residuo della notte di Ricciardi.
Notte che non si respira. Notte che sa di polvere e di marcio, i resti del mercato che si decompongono lenti in piazza.
Notte che si vorrebbe essere ovunque, tranne che dove si è. E si cammina, e ci si rivolta nel letto, e si esce sui balconi cercando aria, e invece l’aria non c’è e chissà se ci sarà più.
Notte di aria ferma, che è uno sforzo tirarla dentro i polmoni.
Notte.
Notte senza requie.
Notte che il sonno non riposa, e non riposa stare sdraiati a occhi spalancati nel buio.
Notte senza più futuro.
Notte di rabbia e di paura.
Notte che non ha luce, che non ha speranza.
Notte che sembra possedere le cose e i pensieri. Notte come un lago, che inghiotte la città e i suoi mille movimenti. Notte che teme il respiro, notte senza amore.
Notte che cambia, che non lascia sorrisi.
Notte che non ha carezze.
Notte di fantasmi.
Notte di voci e di sussurri che vengono dal buio.
Notte allucinata, di movimenti percepiti con la coda dell’occhio. Notte di tremori improvvisi, notte di febbre alta.
Notte di antiche parole, di sospiri senza vita. Notte dall’altro mondo.
Notte di spiriti del passato, notte di ricordi che si credevano seppelliti.
Notte senza vita.
Notte calda.
Perché «il caldo, quello vero, viene dall’inferno»
Questo terribile, infame caldo, che ammazza la voglia di muoversi e di vivere, che spezza i pensieri in inutili frammenti aguzzi.
Ricciardi fissava il vuoto. L’inferno in terra è la solitudine. Un inferno, pensava, al quale mi sono condannato da quando ero bambino. L’inferno della mia follia.
In fondo al tuo cuore.
Adesso, però, aveva sentito la necessità di ascoltare il professore sul selciato del vialetto del policlinico, dov’era atterrato tre giorni prima, allo stesso orario in cui il delitto si era presumibilmente consumato.
Attorno a lui i vivi e i morti turbinavano nelle due esistenze, diverse e inconsapevoli l’una dell’altra, mormorando, parlando e urlando le loro sofferenze e le loro allegrie
Era stanco, e ne era consapevole; ma la stanchezza era un territorio fertile per il Fatto. Quand’era stanco le difese istintive venivano meno, e il suo orecchio speciale, quello che ascoltava i morti, si faceva più attento.
Percorse il viale, fiancheggiato dalle minacciose sagome scure degli alberi, fino al punto dove c’era ancora la macchia scura a terra. Il sangue del professore.
Se anche non avesse ricordato il luogo preciso, lo avrebbe trovato lo stesso. La figura di Iovine, la schiena spezzata, il cranio fratturato, la piccola cascata rossa che gli calava sul viso come lava da un vulcano in eruzione, si parò davanti a lui, traslucida nella notte, visibile al suo cuore come illuminata da un faro. Alzò lo sguardo verso la finestra dell’ufficio. Era buia e molto in alto, a piú di venti metri. Quanto ci hai messo, professore? Calcolò velocemente: almeno un paio di secondi. Il tempo per portare il pensiero da una cosa all’altra. È strana la dilatazione del tempo nei momenti estremi.
C’era un silenzio irreale, mentre il sole tramontava riempiendo il cielo di luglio di fiamme e colori.

Era sempre così, il suo mestiere. Un camminare nel buio, sbattendo la faccia contro gli indizi prima di riconoscerli; eppure non avrebbe saputo fare altrimenti.
Era sempre così semplice. Tanto semplice. Troppo semplice, a volte, per vedere alla prima occhiata. L’odio, l’invidia, la vendetta erano attori grossolani nella rappresentazione quotidiana delle emozioni, e si finiva per non notarne più la presenza. Ci si abituava a loro, perfino.
Gli investigatori che risolvevano i casi risalendo all’assassino da dettagli infinitesimali colti al volo in un’asettica camera chiusa, abitavano nei romanzi d’oltreoceano e d’oltremanica, portavano bizzarri cappellini, fumavano la pipa e suonavano il violino. La strada, l’odore del sangue, la limacciosa palude dei sentimenti deviati erano tutt’altra cosa.
Quando arrivava a quel punto delle indagini, quando la matassa si era dipanata e aveva chiaro il motivo del delitto e come fosse stato attuato, subentrava per un attimo la ritrosia. Come se affacciarsi con piena consapevolezza sull’abisso dell’odio, sulla freddezza della determinazione a uccidere o a volere la morte di un essere umano, fosse guardare un panorama terribile e divorante; un atto necessario ma del quale avrebbe volentieri fatto a meno.
Anche stavolta era così. La morte del professore era stata un gesto semplice e brutale, ma veniva da lontano. Da molto lontano, nel tempo e nello spazio, come un amore perduto.

Sisinella e l’amore, l’amore e Sisinella, Sisinella e l’amore, l’amore e Sisinella. Una litania mormorata. Ricordava le parole, ma voleva carpirne la tinta, la sfumatura.

Fissò l’immagine. L’amore. Ti è venuto in mente l’amore. È l’amore che è salito a galla. Non è detto che sia collegato a chi ti ha scagliato di sotto, per vendetta, per calcolo, per interesse o per un rimpianto. Ma l’amore ti ha chiuso gli occhi. L’amore per una ragazza che poteva essere tua figlia, e che ti ha regalato attimi di illusoria felicità.
Assurdo l’amore, si disse Ricciardi. Assurdo nei gesti, nei comportamenti. Assurdo nei pianti dei fantasmi agli angoli delle strade, assurdo nei sospiri dei morti innamorati nei giardini dove si erano tagliati le vene, sotto le finestre dalle quali si erano gettati, nelle stanze chiuse dove avevano bevuto veleno. E assurdo l’amore in questa assenza che pesava a lui stesso come un macigno, che gli piegava il cuore come fosse di latta.
L’amore è il languore del ventre quando scorgi la sua sagoma alla finestra, nelle sere d’inverno, al di là della strada e della pioggia.

Ci sei tu, pensò. Ci sei tu.
Sapessi, amore mio, sapessi che inferno ho nel cuore, e quanto vorrei invece starti vicino come un uomo qualunque, e amarti e sorriderti e abbracciarti e fare l’amore con te per tutta la vita. Sapessi quanto vorrei essere normale, e avere i mille pensieri e le mille preoccupazioni che hanno tutti, ma non sentire il tronco mozzato di un bambino che mi vomita sangue addosso a un angolo di strada.

Lui aveva lei. Aveva solo lei. In fondo al suo cuore.
La sua anima era stata in tumulto per tanto di quel tempo che si era ormai abituato a quel sordo sottofondo di dolore, rimpianto, rimorso, incompiutezza che aveva dato alla sua vita il colore che aveva.
La mente seguì il cuore verso Enrica. Come avrebbe voluto sentirla vicina. Era assurdo: le aveva scritto, l’aveva tanto guardata, ma si erano parlati pochissimo. E una sola, imprevedibile volta, in strada, sotto uno strano nevischio una notte d’inverno, aveva provato il sapore aspro e dolcissimo delle labbra di lei. Ne avvertiva l’acuta, dolorosa mancanza, là, presso il letto di Rosa, all’alba, come se fosse quello il posto suo, accanto a lui.

Anche il mio cuore è cosí. Come può essere, che il dolore, la sofferenza, alla fine facciano compagnia? Come può essere che possano mancarmi il soffrire, il piangere di notte nel cuscino, la solitudine e la paura del futuro?
Scriveva Enrica al suo caro papà.
Di notte Enrica capiva quanto fosse ancora innamorata di lui. Di notte, quando il cervello smetteva di costruire castelli di razionalità, quando non combatteva più contro un’evidenza fatta di silenzio e solitudine. Di notte, quando sentiva gli occhi di lui addosso e dentro, al di là del mare che li separava.

Chi lo sa se voi volete bene a qualcuno, commissa’. Se siete felice solo se questa persona sta vicino a voi e respirate l’aria che respira lei. Chi lo sa se avete mai sentito il cuore che vi scoppiava in petto per la gioia e se conoscete il colore della disperazione, quella che vi fa pensare di essere morto e di stare all’inferno, e invece state ancora qui.

Così pensava il Brigadiere Maione, Brigadiere una delle persone più affezionate e fidate di Ricciardi. Anche lui ha vissuto un dolore immenso: la morte del primogenito Luca, agente di polizia, mentre prestava servizio.

Perché l’amore è un germe. Una malattia che nasce da un seme minuscolo e si annida in un punto preciso. In fondo al cuore.
La storia di un sentimento sospeso nel tempo e nello spazio, l’invocazione della grazia della liberazione dall’immensa, eterna condanna di un amore senza requie e senza pietà, trovavano carne e sangue nel canto di una voce profonda e femminile.
Il grido di una persona innamorata e condannata ad amare, consapevole di quanto valesse la pena morire per amore.
Per l’amore ci si uccide, per l’amore si viene uccisi.
Perché la morte arriva troppo presto anche da sola. Non è giusto destarla con tanto anticipo.
Ricciardi pensava, le braccia conserte e la città che si muoveva come un mare in tempesta, a quante cose ci si perde andando di fretta. E se si muore, ancora di più. Rosa, che se ne stava andando e che forse, anche se la parte cosciente di lui non era disposta ad ammetterlo, se n’era già andata; Enrica, che non si faceva più vedere; Livia, sempre in attesa di un suo sorriso che lui non era in grado di regalarle. Andarsene, aspettare. Forse tornare. La fretta. La distrazione, il guardare avanti sempre, e così poco indietro o di lato. Che errore.
Il pregiudizio. E anche la perdita di tempo che ne deriva, che ti fa fare un sacco di errori che possono essere irreparabili. Chissà quanti innocenti stanno in galera, per questo. E proprio per questo dobbiamo muoverci in fretta.
Ricciardi si chiedeva se certe faccende si chiudano mai. Se il sangue sparso non continui per sempre a sgorgare, rosso e maligno, e a imbrattare la vita di chi è entrato in contatto col delitto per l’eternità. Come accadeva per lui.
Il tempo era sospeso sull’orlo di un baratro che poteva essere l’inferno, pieno di morti urlanti nel calore atroce delle fiamme eterne.


RonziamoRonziamo wrote a review
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