Inchiostro simpatico
by Patrick Modiano
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L'ultimo giorno di servizio, prima di lasciare l'agenzia di Hutte, Jean ha infilato nella sua valigetta una cartellina azzurra: il fascicolo su Noelle Lefebvre. Jean, che ha poi cambiato mestiere - e tante vite -, conserva ancora il documento, l'unica traccia di quel periodo della sua giovinezza e del primo caso che Hutte gli aveva affidato in una primavera parigina di tanti anni prima. Una scomparsa misteriosa, quella di Noelle, la cui stessa identità sembra un rebus. Persino il cliente che si era rivolto a Hutte per ritrovarla, un certo Brainos, aveva fornito informazioni vaghe. Una scheda composta di tre brevi paragrafi, un indirizzo del quindicesimo arrondissement, una cartolina del fermoposta con una foto troppo scura: di questo e di poco altro disponeva Jean per le sue indagini. Poi, grazie all'incontro fortuito con l'enigmatico Gérard Mourade, Jean era entrato in possesso dell'agenda di Noelle. Qui, annotati in inchiostro blu in corrispondenza di alcune date, orari di treni, indirizzi incompleti, numeri di telefono, i versi di una poesia, e ancora nomi di luoghi e persone - il Dancing de la Marine, il castello di Chene-Moreau, Pierre Mollichi, Miki Durac, Georges, Roger... Alla fine di una serie di tentativi inconcludenti e secondo le indicazioni di Hutte, Jean aveva abbandonato le ricerche, ma le parole vergate da Noelle, insieme a tutti gli altri particolari della sua scomparsa, hanno continuato a riecheggiare in lui negli anni successivi. Allora gli indizi, dapprima indecifrabili, o invisibili, si sono rivelati di volta in volta sotto una luce nuova, per caso. Noelle è per Jean come un ritornello che riaffiora inaspettato: per scoprire l'origine di quella melodia, Jean dovrà immergersi nelle profondità dei suoi ricordi e ricostruire l'itinerario tra memoria e oblio che lui e Noelle hanno percorso insieme, inconsapevolmente. Le acque cristalline del lago di Annecy, certi vicoli deserti e silenziosi vicino al lungosenna, la Sologne, e poi l'Italia, forse Roma. E se fosse qui, nell'affascinante capitale italiana, che Jean potrà finalmente incontrare il passato, e conoscere la verità?

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“Ma per quanto tu possa scrutare con la lente d’ingrandimento i particolari di una vita, vi rimarranno per sempre segreti e punti di fuga. E ciò mi sembrava il contrario della morte.” In questa frasetta sta nascosta la chiave di lettura che preferisco dell’unico romanzo in cui consistono tutti i romanzi di Modiano. Perché i libri di Modiano sembrano più o meno tutti uguali. E, come l’unica storia che raccontano, sono tanto impalpabili nella sostanza e misteriosi nel significato, quanto sono semplici e ammalianti nello stile. Per me questo libro è tra i suoi migliori. E il ruolo che vi gioca Roma mi è piaciuto in modo particolare.
Il mondo che si è inventato è un territorio nebbioso del vago, dell’impreciso, popolato da assenze. Tutto gira attorno a qualcuno che, come Noelle, non si trova più. Personaggi che abitano l’evanescenza della striscia di territorio che sta un millimetro prima dell’oblio. Ci scavi e ci giri dentro con un narratore solitario con poca memoria, che non prende appunti e che qualche volta si inventa e ci racconta bugie; che segue tracce labili e disordinati ricordi o, come in questo caso, appunti scritti con inchiostro simpatico. 
A un certo punto pensi, come il tuo narratore, che in fondo, non è così importante sapere; e comunque alla cosiddetta verità completa non ci si arriva. Perché il non sapere come e perché sono andate davvero le cose è in Modiano oltre che inevitabile, anche l’estrema barriera impalpabile che separa dalla morte. Se non la si attraversa, se si resta in quell’opacità, si può continuare a pensarsi e a poter sperare di ritrovarsi. In ogni caso, la morte non arriva, non c’è. Il tempo, in Modiano, come nella letteratura migliore da un secolo a questa parte, contiene e asseconda col suo mistero questa opacità. Non ci si perde del tutto, non ci si dimentica, ci si continua ad immaginare in un qualche dove e a cercarsi, più o meno confusamente. Si resta in un limbo terreno, in un bardo dei viventi, come “Certi gatti o certi uomini, svaniti in una nebbia o in una tappezzeria”, della canzone di Paolo Conte. O come in un film di Fellini in cui la parola Fine non compare mai, perché lo spettatore deve poter continuare da solo a raccontarsi quella storia, senza la violenza di una conclusione, in un eterno presente. O come la non vita/non morte in cui mi piacerebbe lasciare per sempre Monica Vitti. O come Federico Caffè che vaga ancora per Roma senza occhiali, senza orologio e senza documenti.
È uno spazio che la civiltà di Google, dei documenti virtuali, dei big data rende sempre più difficile da difendere. Nei libri di Modiano è la solitudine dello scrittore in una Parigi-labirinto a proteggerli. Ed è la sua scrittura a dare ai suoi personaggi quella forma di vita fantasmatica, l'unica vita davvero eterna. Nella vita reale le persone ci circondano, le vediamo, le tocchiamo, sappiamo di loro e poi magari le sappiamo colpite dalla violenta certezza, definitoria e definitiva della morte. E a questo mondo di corpi, immagini ad alta definizione e certezze che Modiano si sottrae. È un’illusione, certo. Ma dietro o sotto o intorno a quella illusione, all’inchiostro simpatico con cui è scritta la vita, anche la nostra, stavolta una risposta forse c’è, chissà. Spoilerare d’altronde sarebbe un crimine.
“Questo confermava la mia idea: anche se a volte hai dei vuoti di memoria, tutti i particolari della tua vita sono scritti da qualche parte con l’inchiostro simpatico.”