Dal soffitto penzolano una testa dai capelli lunghi, un braccio strappato ealtre membra: un misterioso killer rapisce le top model e manda pezzi dei lorocorpi agli stilisti. Le vacche sono morte, eppure c'è chi giura di averleviste ruminare con le mammelle gonfie; e in paese tutti tacciono su ciò cheavviene

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CostabileCostabile wrote a review
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Giurista81Giurista81 wrote a review
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Come si evince dal titolo, “Incubi” è un'antologia dedicata alla narrativa horror. Il lettore viene preso per mano da tredici racconti, nati da un connubio di specialisti del genere e di scrittori provenienti dal mondo del noir e del giallo all'italiana, per essere condotto sugli impervi sentieri della paura... o almeno queste dovrebbe essere l'intenzione.
Confezionata nel 2007 da Raul Montanari - il curatore dell'opera (non so se parente del Gianni Montanari che negli anni '70 presentava romanzi e antologie fantastiche per lo più edite dalla Mondadori) – si tratta di un progetto molto variegato svincolato da trait d'union particoalore. Ciò che unisce i tasti, quindi, è solo un onirismo che traspare in misura più o meno marcata da testo a testo.
Dando un'occhiata sulla copertina spiccano subito nomi altisonanti del nostro panorama di settore, tra essi Andrea G. Pinketts, Tiziano Sclavi, Gianfranco Nerozzi, Vittorio Curtoni e Chiara Palazzolo.
Purtroppo, salvo qualche caso isolato, la quasi totalità degli autori raccolti da Montanari sono specialisti del romanzo e questo si rispecchia in modo netto nei testi presentati. Per lo più, infatti, avremo a che fare con romanzi brevi travestiti da racconti. Sarebbe interessante disquisire sulla differenza che c'è tra un romanzo e un racconto, differenza che, ad avviso di questo recensore, non risiede nella lunghezza di un testo (come, nel mondo del cinema, si è soliti dire per differenziare un cortometraggio da un lungometraggio) ma in un qualcosa di molto più profondo, sospeso a metà strada tra la prosa e la poesia.
Tuttavia non si deve fare di tutta un'erba un fascio. Ci sono alcuni elaborati che sfuggono all'equivoco appena evidenziato e si tratta di testi davvero geniali per la loro particolarità e per la necessità di essere riletti più volte per poterne intravedere appieno le potenzialità. Tra essi spicca in modo netto “La caduta di casa Pusher ovvero l'inquilino della Torre del Dettatore” del folle Andrea G. Pinketts. Lo scrittore milanese trasmette al testo quella personalità goliardica benedetta da un istrionismo appeso sul limite che separa la follia dal genio che lo caratterizza. La sua è una storia allucinata che vede protagonista un vecchio maestro delle elementari murato all'interno di una torre. L'uomo, con un passato di violenze e perversioni, influenza le sorti del mondo provocando calamità e distruzioni. Un individuo che fa della perfezione la sua croce e delizia decide di sfidare la sorte entrando laddove nessuno ha fatto più ritorno: la torre del Dettatore. Come già anticipato, si tratta di un racconto geniale, anche se con alcuni momenti volgari (si parla di masturbazioni senza peli sulla lingua), diluiti da un alto tasso di ironia e da momenti visionari unici (tutti concentrati nell'epilogo). Pinketts non si limita a raccontare, ma chiama il lettore a un lavoro di decriptazione del testo spingendolo a vedere quanto la perfezione conduca all'infelicità, poiché l'essere perfetto è frutto di un ossessione che, alla lunga, porterà all'inevitabile rovina. Bizzarrissima la parte finale con una creatura costituita da un ammasso di sperma che va incontro al protagonista. Un testo davvero memorabile. Presenti inoltre, come si intuisce dal titolo, molte citazioni esplicite alla narrativa di Edgar Allan Poe.
Sullo stesso piano di Pinketts si pone Aldo Nove con “Non c'è nulla di più vivo dei cadaveri”. Anche qui siamo alle prese con un testo all'apparenza delirante e sconclusionato, ma che invece racchiude un'idea di fondo lucida e precisa. I fatti ruotano attorno alle piastrelle di un salotto che ogni giorno cambiano posizione. Ad accorgersi del fenomeno sono una donna arteriosclerotica e suo nipote di sette anni. I due collegano l'episodio alla dipartita del padrone di casa: il marito della donna. Nove da vita a una storia distorta, vista dagli occhi di un bimbo che ha una visione ribaltata della realtà. Fulcro della vicenda sono le mutazioni che si manifestano all'interno di un corpo deceduto da intendere quale microcosmo all'interno del quale si sviluppano una serie di eventi. In “Non c'è nulla di più vivo dei cadaveri” quel microcosmo è la realtà in cui tutti noi viviamo.
Al di là di questi due racconti con la “R” maiuscola troviamo un breve e intelligente canovaccio di Tiziano Sclavi, perfetto per essere trasposto in un cortometraggio, almeno un paio di interessanti romanzi travestiti da racconti e un'accoppiata di malinconici drammi familiari in chiave onirico/fantastica. Gli altri sei racconti vanno dal mediocre al sufficiente.
Procediamo però con ordine partendo dal testo di Sclavi, cioè “Mannaia”. Si tratta di un testo piuttosto truculento basato su un ottimo spunto iniziale (la critica della moda e di come questa trasformi in mostri le modelle), sviluppato però in maniera troppo sbrigativa. Sclavi porta in scena un serial Killer di modelle che vive contornato da teste decapitate e da arti penzolanti dal soffitto. Il killer, una donna deforme, depezza le vittime per spedire il tutto agli stilisti dallo stesso considerati i veri assassini. Breve e sottile il ragionamento che deve fare il lettore per collegare la follia dell'assassino alla realtà governata dall'esaltazione dell'immagine che porta le persone a non accettarsi fino a gesti estremizzati. Un testo dunque eccellente sotto il profilo dell'impulso iniziale, ma non sviluppato con cura tanto da dare l'idea di essere embrionale.
Di livello, per la sua capacità di coinvolgere e di inquietare il lettore con scene concepite in stile spielberghiano (il mostro, come ne “lo squalo” rimane occultato – in questo caso nella nebbia - senza apparire alla vista del lettore) è “Vertigine nera” di Mauro Boselli. Sceneggiatore della Bonelli Editore, Boselli confeziona un racconto di intrattenimento intriso di adrenalina e ambientato sulle pareti rocciose delle Dolomiti. Durante la scalata di un monte maledetto, tre escursionisti se la dovranno vedere con un orrore celato in una fitta nebbia levatasi dal nulla. Dunque un testo che non ha alcuna pretesa intellettuale, ma che riesce a intrattenere sebbene il soggetto, a parte la location, non brilli di quella originalità che si potrebbe pensare a prima vista.
Su buoni livelli si assesta anche “Farafalle rosse” di Gianfrano Nerozzi, seppure si tratti di un vero e proprio romanzo peraltro stereotipato e caratterizzato con piglio cinematografico. Nerozzi porta in scena il classico sfigato detective privato hollywoodiano, con alle spalle delusioni amorose e sensi di colpa dovuti a un figlio finito in coma per le disattenzioni del padre. L'uomo viene ingaggiato per ritrovare una studiosa di fenomeni connessi alle esperienze pre-morte scomparsa nel nulla. La ricerca porta il detective a perdersi in una dimensione sospesa alle porte dell'inferno, una sorta di limbo dove sono imprigionate le anime di coloro che sono sospesi tra la vita e la morte. Qui ritrova la ragazza scomparsa, ma anche il figlio e la moglie defunta che si manifesta attraverso il corpo della giovane. Il pregio del racconto sono gli sprazzi poetici (a partire dal titolo del racconto) e alcuni momenti onirici di grande impatto (discesa nel limbo). Certo è che siamo dalle parti del racconto commerciale, seppur condito da uno spesso velo di malinconia.
La malinconia torna a farla da padrona con “La nonna è morta” di Andrea Carraro e “Gli invisibili” di Nicoletta Vallorani (altra autrice di un certo blasone tanto da essere tradotta anche in Francia).
La fatica di Carraro ha un inizio lento e poco interessante che mette in scena un amore smisurato di un vecchio per la propria moglie defunta, un amore che vorrebbe sconfiggere la morte ma che non può arrestare il lavoro della putrefazione. A poco a poco, Carraro riesce a trasmettere, col filtro degli occhi del piccolo nipote dell'uomo, la disperazione del vecchio fino a un epilogo che non può che lasciare il lettore sensibile piegato in due come se avesse subito un cazzotto nello stomaco. Bella la similitudine metaforica tra il vecchio disperato e il cane abbandonato e legato a una catena che il vecchio e il nipote osservano ogni giorno dalla finestra. Un racconto semplice, ma giostrato con grande talento. Senz'altro più che buono.
Più classico e con un soggetto di stampo ottocentesco (mi viene in mente soprattutto Joseph S. LeFanu) il lavoro della Vallorani. Qui abbiamo un regista affetto da una malattia infettiva che ritorna nella casa dell'infanzia dove era stato schiavo di un padre despota. Nel luogo, da cui l'uomo è scappato ancora bambino, sembrano aleggiare i fantasmi dei genitori e delle sorelle morte. Il racconto, piuttosto ambiguo, ha uno sviluppo lento e propone gli ultimi giorni di vita di un uomo morto fin dall'infanzia, come si evince dalle ultime righe, a causa dell'educazione castrante di un padre autoritario. Il senso di claustrofobia che si avverte nella lettura cresce sulla distanza e raggiunge il suo apice in un finale in cui la realtà si mischia al sogno e viceversa.
Degli altri sei racconti merita una segnalazione approfondita “L'ultimo metrò” di Gianni Biondillo. Biondillo pare voler citare Clive Barker e, per una buona metà del testo, riesce anche a convincere adottando una struttura già sperimentata da altri autori (penso a Gordiano Lupi nel suo “Il Palazzo”), cioè quella di inserire molti personaggi in un ambiente chiuso (nella fattispecie un vagone della metrò) e poi raccontare un medesimo fatto filtrandolo dai diversi punti di vista. Nello sviluppo del soggetto, Biondillo si sbizzarrisce soprattutto quando entra in scena l'orrore che, di volta in volta, viene miscelato al pulp, al porno-feticista e all'onirico più puro. Il grosso limite del testo sta nell'incapacità di Biondillo di trovare una conclusione capace di andare oltre all'intrattenimento e di comunicare un qualcosa di profondo. Peraltro l'idea del treno avvolto dai gas allucinogeni ha la controindicazione di travolge l'intelaiatura metaforica creata forse inconsciamente e da sfruttare in un epilogo articolato in cui lasciare al lettore il compito di ragionare su quanto letto (piuttosto che spiegare tutto dando una giustificazione scientifica). Peccato perché l'idea della morte che arrivava per mano di personaggi diversi in base alle caratteristiche delle vittime era davvero un'idea eccellente.
Deludano il veterano Vittorio Curtoni (il suo “Io mordo per primo” è uno sci-fi horror che propone simbolicamente la vendetta degli indiani di America contro i discendenti dei visi pallidi, puniti mediante confinamento in una sorta di parco divertimenti), reo di voler riportare in scena creature classiche dell'immaginario orrorifico – quali vampiri, licantropi, frankenstein - piuttosto che scegliere una via personale, e soprattutto Chiara Palazzolo con il suo noiosissimo “Alia” (altro romanzo travestito da racconto, con interminabili battute a vuoto). Il testo della Palazzolo, infatti, è assai dispersivo e troppo femminile. Abbiamo una professoressa di lettere ossessionata dall'immagine di una giovane che precipita da una scogliera. L'evento fa nascere una serie di dissidi familiari tra la donna e il marito, fino a un finale dove entra in scena una Dea che rinasce dal mare. Qui si inizia a sperare che il testo possa decollare (c'è anche una buona scena erotica) e invece il tutto crolla con un epilogo bruttissimo dove il mito costituito dalle leggende diviene squallida realtà contemporanea.
Insufficienti, anche se per motivi diversi, gli altri tre testi.
Tra i tre il migliore è “Utero” di Gianluca Morozzi che presenta un frullatone di cattivo gusto che cerca di disgustare il lettore piuttosto che impressionarlo. Morozzi ricerca solo l'intrattenimento e infarcisce il soggetto con parti superflue (vedi la prima parte ambientata al centro commerciale) e tante scopiazzature da pellicole del calibro de “L'Esorcista” (mutazione fisica della donna posseduta dal demone) e “Il tocco del male” (demone che si impossessa dell'uomo più vicino a quello morto di cui aveva da poco preso il controllo). Lo stile è scorrevole, ma il contenuto è superficiale e poco personale. Scritto con impegno tecnico, ma con poco cuore.
Addirittura inferiori “La mungitura” della sceneggiatrice di Dylan Dog Paola Barbato e “Carlo è fuori di testa” di Marcello Fois che opta per uno stile sperimentale (a tratti sceneggiatura, a tratti prosa) forgiato su un thriller truccato da horror che attinge dagli insegnamenti di matrice depalmiana non riuscendo a liberarsi da banalità che irromperanno nell'inverosimile finale.
Citazionista (il profilo strutturale attinge a piene mani da “Blair witch project” di cui mutua il taglio documentaristico portandolo su carta) è anche il testo della Barbato. Come per Fois anche il lavoro della Barbato ruota su un soggetto scarso (reporter a caccia di un documentario esclusivo in un luogo teatro di un triplice omicidio in un area su cui vive una mandria di mucche maledette) che si perde in un confuso epilogo dove fantasmi e maledizioni si miscelano in modo tutt'altro che convincente.
Nel complesso un'antologia che si legge velocemente per la facilità dei testi, quasi tutti commerciali, e che regala qualche punta interessante. Tra alti e bassi. Voto: 6-
peanutspeanuts wrote a review
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JoeJoe wrote a review
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il Teoil Teo wrote a review
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rubbishrubbish wrote a review
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