Io sono il castigo
by Giancarlo De Cataldo
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Un tipo eccentrico, così viene definito da chi lo conosce, il Pm Manrico Spinori della Rocca, Rick per gli amici, gentiluomo di antiche origini nobiliari, affascinante, un po' donnaiolo e con una madre ludopatica. Ma anche i più scettici devono fare i conti con la statistica: nel suo mestiere è bravissimo. In più non perde mai la calma, cosa che gli torna utilissima quando si trova a indagare sulla morte di Ciuffo d'oro, famoso cantante pop degli anni Sessanta poi diventato potente guru dell'industria discografica. Subito era parso un incidente stradale, ma non è così: qualcuno lo ha ucciso. Del resto, alla vittima, i nemici non mancavano, per il movente c'è solo da scegliere. Rick, coadiuvato dalla sua squadra investigativa tutta al femminile, si mette dunque al lavoro. E fra serate musicali, vagabondaggi in una Roma barocca e popolana, cene grottesche con aristocratici incartapecoriti, arriverà ancora una volta alla soluzione del mistero. «Il secondo atto si spense nel silenzio. Finalmente partì l'applauso. L'uomo dai capelli grigi si alzò e si diresse verso il foyer per un calice di vino. In quel momento gli vibrò il cellulare. Lesse il messaggio, sospirò, e scuotendo la testa uscì dall'edificio, avviandosi al vicino parcheggio di taxi. Il suo nome era Manrico Spinori, sostituto procuratore della Repubblica in Roma. Quel mercoledì era di turno ed era stato convocato in ben altro teatro».

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Mariarita MarchettiMariarita Marchetti wrote a review
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ToninoTonino wrote a review
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Paolo ParigiPaolo Parigi wrote a review
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ET MOI LE CHATIMENT
De Cataldo IO SONO IL CASTIGO (Einaudi 2020)
Mi ha deluso. Mi ha molto deluso, la prima indagine del primo personaggio seriale di De Cataldo, il “contino” Manrico Spinori amante dell’opera. Forse anche i migliori, quando si imbarcano nella serialità, abbassano gli obiettivi.
La delusione non viene da questioni stilistiche (passaggi che mi fanno storcere il naso ci sono ma sono cose soggettive) o di intreccio (che è ben costruito, ci mancherebbe pure questo). No, è una delusione “ontologica”. Viene proprio dall’idea di partenza, dall’assunto, che ho trovato snob, paternalistico, anche superficiale: Il PM non risolve i casi se non individua in quale opera lirica può trovare la chiave risolutiva.
Intendo dire questo: Spinori/De Cataldo dà per scontato che, siccome la lirica non interessa più nessuno se non pochi eletti (un’élite), imbastirci sopra delle trame poliziesche lo fa andare sul sicuro: nessuno saprà svelare l’enigma prima del geniale PM. Ma questo lo trovo scorretto. E fallace nei risultati.
In pratica, i lettori di gialli che amano la lirica ci sono. E magari qualcuno (fra cui io, ma non soltanto) ne sa anche più di De Cataldo, in merito. Ora, per questi lettori, vedersi spiattellato l’indizio chiave già nel titolo è come minimo frustrante, e direi irritante. Il titolo che è la traduzione in italiano corrente di una delle più formidabili parole sceniche messe in musica da un genio e affidate a un baritono. Bel titolo, no, “Io sono il castigo”? Sfido, è di Victor Hugo, questa frase. E dice tutto, ma proprio tutto, a chi ami l’opera anche solo un tantinello. Colpevole, movente, relazioni fra i personaggi, insomma tutto.
Quindi? Come fece De Giovanni col commissario Ricciardi (pure lui conte, fra l’altro. Coincidenze?), De Cataldo si mette in cantina una bella riserva di spunti narrativi e di trame già preconfezionata. Il napoletano ricorse prima alle stagioni, poi alle canzoni, poi non so a cos’altro. Ma anche lui nel suo primo libro, “Le lacrime del pagliaccio” (poi riedito da Fandango con altro titolo) incappò in un’improprietà simile. Lì c’era un tenore morto assassinato mentre cantava Cavalleria & Pagliacci al S. Carlo: opere che da sempre si fanno in coppia. Ma, anche quelle, così popolari che qualunque melomane, leggendo il resoconto degli eventi, poteva rilevare incongruenze nella sequenza musicale tali da metterlo sulla pista giusta, molto prima che ci arrivasse il commissario dagli occhi verdi.
Forse De Cataldo conta sul fatto che alla fine il lettore si vada ad ascoltare quell’incisione di quell’opera che illumina Manrico detto Rick al penultimo capitolo. Ma io “ne dubito assai” – come dice Figaro. Bruttissima incisione, fra l’altro. A parte la Callas, si capisce.