Io sono vivo e tu non mi senti
by Daniel Arsand
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Lipsia, 1945. Klaus Hirschkuh, ventitré anni, torna a casa dopo una lunghissima prigionia passata a Buchenwald. Nessuno lo accoglie con calore e affetto. Nessuno ha pietà della sua magrezza scheletrica, delle piaghe sul corpo e nell'anima. Nessuno, neppure i famigliari, pensa che abbia diritto a qualche consolazione. Perché il crimine che ha commesso non è stato dimenticato: è finito nell'inferno di un campo di concentramento perché omosessuale, perché ha amato, di nascosto e disperatamente, un altro ragazzo, Heinz Weiner. Il giorno in cui i due amanti vengono denunciati sanno che la loro vita è finita. Heinz, non reggendo alla vergogna e al terrore per ciò che lo aspetta, si lancia dalla finestra prima di essere arrestato. Klaus accetta il suo destino, ma la Storia non avrà pietà di lui: cinquant'anni dopo, nel 1989, gli viene negata la possibilità di partecipare a un evento che celebra i sopravvissuti a Buchenwald, perché lui, in fondo, "se l'è cercata".

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Negazione e rinascita
Alla fine della seconda guerra mondiale, l’orrore dei campi di concentramento è stato svelato e i pochi internati sopravvissuti vengono finalmente liberati; tra i sopravvissuti di Buchenwald c’è Klaus Hirschkuh, di soli ventitrè anni. Non è un ebreo, né un comunista, né un comune criminale; è un omosessuale, un triangolo rosa.
Ritornato nella sua nativa Lipsia, Klaus si ricongiunge ai suoi genitori e al fratello maggiore, anche loro sopravvissuti agli orrori dei bombardamenti e delle privazioni che hanno colpito i civili. E sebbene da una parte, il ritorno del figlio scomparso da quattro anni e ormai dato per morto, sia un sollievo per i genitori, dall’altra si porta dietro molte cose che l’intera famiglia Hirschkuh sperava di essersi lasciato alle spalle, come la vergogna di avere un figlio e un fratello finocchio, e la vergogna di far parte di quella parte della popolazione tedesca, ormai sconfitta, che deve portare il peso di aver permesso che un orrore come quello dei campi di sterminio avesse luogo sotto il loro naso.
Questo porterà ad un lento ma inesorabile deterioramento dei rapporti tra Klaus e il resto della sua famiglia, in particolare del fratello Golo che lo detesta e rimpiange che non sia morto, e il continuo ritornare degli orribili e dolorosi ricordi di Buchenwald, come la morte del suo innamorato, le sevizie subite non solo dai soldati e dai kapò ma anche dagli altri detenuti, le cose che è stato costretto a fare per sopravvivere a quell’orrore, alla fine costringerà il giovane, desideroso di ritornare a vivere dopo essere “morto e rinato” a Buchenwald, a ricostruirsi una nuova esistenza lontano dalla Germania, approdando infine in Francia.
Ma col passare degli anni, si ritroverà a rispolverare il suo passato per gridare al mondo un orrore che gli storici si ostinano a censurare e che gli altri sopravvissuti alla Shoa negano per non essere macchiati dal contatto con degli sporchi finocchi: la tragedia dei triangoli rosa, negato da tutto il mondo.
Ho avuto moltissime difficoltà a fare un riassunto succinto di questo romanzo e i risultati, alla fine, temo siano stati peggiori di quanto già non temessi, ma riassumere per sommi capi questa storia senza banalizzarla o far perdere il messaggio che essa porta non è impresa facile o comunque non sarebbe fattibile senza riferire la trama nella sua interezza, rovinando quindi il piacere della lettura a chi ancora non lo ha letto.
Non si può parlare di questo romanzo sul piano contenutistico senza parlare anche di quello stilistico.
Già autore di “Amanti”, Daniel Arsand ne recupera la componente narrativa e lo stile a più voci, ma tralasciando la struttura a brevissimi capitoli del suo primo romanzo a favore di una struttura in in tre ampie parti a loro volta suddivise in tanti paragrafi di varie dimensioni che possono risultare il punto di vista del protagonista o degli altri personaggi che popolano questa storia, per meglio creare un’aria corale con un notevole accenno al flusso di coscienza che qui si fa più ampio, fino a raggiungere momenti di altissima profondità e poesia della mente in un lungo momento in cui Klaus, invecchiato, tira le somme del suo passato collegato al suo presente, forse uno dei pezzi narrativi più belli che mi sia mai capitato di leggere.
Il romanzo si ispira alla vita di Heinz Heger, il deportato omosessuale sopravvissuto ai campi di sterminio che per primo disse chiaramente che tra le vittime della Shoa ci furono anche gli omosessuali, nel suo libro “Gli uomini con il triangolo rosa” del 1972, quando si rese conto che ai deportati omosessuali non era stato concesso l’indennizzo che il governo tedesco aveva dato a tutti gli altri sopravvissuti ai campi di concentramento, perché su di loro nessuno aveva parlato, o meglio nessuno voleva parlare perché, quasi a sfregio ultimo, nemmeno gli ebrei, i prigionieri politici, i comuni criminali, i testimoni di Geova e gli zingari trovavano vergognoso aver condiviso la prigionia con degli omosessuali. Da notare che i triangoli neri, ovvero le lesbiche, vennero sempre definite semplicemente “asociali”, ovvero donne che si rifiutavano di fare “il loro dovere” e dare figli al Reich.
E proprio partendo dal tema della negazione in ogni sua forma, ovvero quello iniziale che spinse l’intero popolo tedesco a negare a se stesso l’orrore dei campi di concentramento per non dover affrontare un risveglio di morale tramite i sensi di colpa e la vergogna e per ripararsi, in un certo modo, dallo stigma di popolo sanguinario che il resto del mondo avrebbe loro indirizzato, salvo poi fingere di non aver mai saputo niente e che la colpa fosse unicamente dei gerarchi processati a Norimberga e dei vari kapò processati nel corso degli anni successivi. A questo riguardo, consiglio la visione del film “The Reader – A voce alta”.
È un tema più attuale di quanto non si credi, non solo per la disparità con la quale ancora oggi la parte di popolazione omosessuale viene trattata in certi casi, del tipo che se un omosessuale viene picchiato o ucciso proprio per il suo orientamento sessuale, viene incolpato più di chi lo ha aggredito, con le solite frase “Se l’è cercata” o peggio “Si lamentano troppo”, ma anche perché questo modo di fare interessa tante altre “categorie” (detesto usare questo termine in questi casi), come le donne vittime di stupro, o gli stranieri. Senza che ce ne accorgiamo, stiamo precipitando di nuovo in quella concezione dell’ “inferiorità delle altre razze” che speravamo di esserci lasciati alle spalle, al punto da istituire dei “giorni della memoria”, affinché “gli errori del passato non si ripetano mai più”. Parole e insegnamenti buttati al vento, perché l’essere umano continua a considerare inferiori altre persone e a non farsi scrupolo nel discriminarli.
E questo è il dramma di Klaus, che finisce per ritrovare l’odio di cui è stato vittima a Buchenwald anche fuori, in tempo di pace, lo ritrova tra le pareti domestiche della sua casa natia, lo trova nel mondo moderno. Ma accanto al dramma della negazione e dell’intolleranza, c’è anche la rinascita. L’essere sopravvissuto a Buchenwald è per Klaus una robusta armatura che lo tiene al sicuro da qualunque altro attacco esterno, essere passato attraverso un inferno che gli ha tolto tutto, che lo ha spiritualmente ucciso, lo ha solo reso più forte, non intoccabile alle discriminazioni ma più agguerrito nell’affrontarle, nel non lasciarsi di nuovo calpestare da chi lo ritiene un abominio.
Il romanzo non vuole essere buonista o, peggio ancora, vittimista anzi, lo stesso Klaus non è esente da lati negativi e sgradevoli, così come i personaggi “cattivi” non mancano di una buona introspezione che ci permette di conoscere il loro modo di pensare e penso che questo sia uno degli aspetti migliori di questo romanzo: il suo realismo sociale e soprattutto umano. In poche pagine, l’autore è riuscito a racchiudere quasi quarant’anni di storia nei quali il mondo è cambiato in molti aspetti, eppure continua ad aver bisogno di cambiare affinché davvero non si ripetano gli errori del passato.
Penso che chi abbia amato “Amanti”, amerà molto di più questo secondo romanzo e che non è riuscito ad apprezzare il primo, potrebbe cambiare idea leggendo questo canto della caduta e della rinascita di un uomo che lotta per riottenere il suo titolo di essere umano.
Consigliata anche la visione del documentario “Paragraph 175” di Jeffrey Friedman e Rob Epstain, il primo a parlare apertamente della deportazione degli omosessuali e delle lesbiche nei campi di concentramento. Ai sopravvissuti che hanno dato le loro testimonianze in quel documentario e che adesso non ci sono più, Aciman ha dedicato questa sua nuova opera.